Mia amatissima Pauline,
ogni qualvolta i pensieri, i miei, cominciano a sembrarmi tante anguille nere che si ammatassano in un groviglio informe, – nel quale non riesco più a distinguere le teste dalle code, o il principio dalla fine, – vorrei avervi accanto, tu e la tua pazienza, e il tuo amore, che è quanto di più tenero abbia mai conosciuto durante il guado di certi fiumi torbidi e abitati dalle più strane creature acquatiche che si possano immaginare.
Accade perché il mio parlarti è, il più delle volte, un parlarmi ad alta voce, durante il quale mi pare di intravedere, in un modo miope, ma sufficiente ad una minima chiarezza, quale possa essere il percorso che ho seguito per arrivare al garbuglio di nodi che mi stringono e mi costringono.
Tu, mia cara, ben sai quanto poco mi piaccia questa stagione. Ma so bene l’imprecisione del mio dire e so, ora, del tuo sorriso nel leggere questa approssimazione grossolana. Dovrei lavorare di finezza, mi diresti. Usare con coscienza verbi ed aggettivi, sceglierli con perizia, come farebbe una massaia al mercato davanti ai cesti di frutti, prediligere i migliori per la riuscita di un’ottima conserva. Dunque cercherò di sforzarmi, malgrado il torpore che insorge già di primo mattino, ed essere accurata nelle mie parole, anche se il timore – fondato – che lo stesso uso semantico sia, in un modo o nell’altro, correlato ad un nitore di ragionamento, mi spinge a credere che riuscirò, comunque, a fare confusione.
Non è esatto dire che l’estate non mi piace, benché ammetta d’amare le sfumature autunnali con maggiore convinzione, quest’ultima dettata, forse, da un intimo sentire connaturato profondamente alla mia indole. Succede, evidentemente, perché l’estate è, per me, simile ad una lunga domenica, mentre l’autunno è un eterno giovedì. So molto bene la profondità d’affondo di questi peduncoli temporali – non sono affatto stupida, tengo in grande considerazione la mia capacità di scavo, e tu lo sai – e, altrettanto bene, so io della mia intrinseca necessità di briglie e finimenti.
Lo stato brado del mio tempo è l’essenza della mia pericolosità.
E’ in questo territorio anarchico che la mia natura più profonda prende il sopravvento, e questo mi spaventa moltissimo, per cui non passa giorno durante il quale non mi chieda se non debba rendere conto ad una mia disposizione alla pazzia, chiamiamola “addomesticata” per essere indulgenti, ed accettarla come stato delle cose. Davvero poca presa ha, su di me, la convinzione professionale secondo la quale i pazzi, quelli veri, della pazzia non ragionano mai, né, tantomeno, si fanno domande sul proprio stare al mondo.
Vedi, dolcissima Pauline, nel momento stesso in cui scrivo tutto ciò, mi sorge un sorriso di dileggio nei miei stessi confronti. Lo stesso che avresti tu, bonario, se stessi qui ad ascoltarmi di persona.
Il cielo è velato anche stamattina. Un venticello generoso muove, pigramente, i dischi di madreperla dello scacciaguai attaccato alle travi del mio studio. Ne esce fuori un tintinnio che placa l’arsura del mio corpo, un senso di fresco che mi rammenta le sere in terrazza.
Provo sconforto a pensarti nella smisurata città, in mezzo ad automobili e metrò, senza l’apertura del mare a darti respiro.
Ieri, amica mia, scrivevo di compiutezze ed ero molto convinta dei miei ragionamenti. Ci ho ripensato dopo, quand’ero ai bagni, davanti alle schegge di sole che si frantumavano sull’acqua rifrangendo luce, a quanto mi sbagliassi in qualche modo. Ci ho ripensato quando mi son trovata a dire, mio malgrado, sono-a-credito-di-vita, parafrasando Céline, e chi mi ascoltava ha sorriso. La compiutezza cui mi riferivo, nell’affermare che non è la morte a spaventarmi, è quella d’una “consapevolezza amorosa” della quale potrei osare perfino vantarmi. Sono una creatura completa nella mia capacità d’amore. Era questo che intendevo.
Per molto altro, sono a credito. Un essere imperfetto cui non basterebbe – non è bastato? – lo svolgersi d’un’intera – una soltanto? – esistenza.
Ti sarebbe piaciuto, ieri, il mare. Ho nostalgia delle nostre passeggiate, e poi, spalle al muro, alla cala del Rogiolo, in quel silenzio che si sospende tra di noi come la risacca di una battigia supplementare. Quante volte, amica mia, senza bisogno di dire alcunché, solo ascoltare il ritmo dei respiri, la faccia al sole senza sentirsi trascurati dall’affetto? Sono le mie fortune e me le tengo strette.
Saresti felice di sapere come vado, adesso, come non mi faccio fermare da certi piccoli dettagli, come mi scopro sempre di più sasso davanti alcune negligenze altrui, a certi scontenti immotivati che lascio scorrere, simili ad acqua, lungo il solco timido della mia schiena liscia.
In fondo, estate o autunno, cosa vuoi che importi? Mi sento viva. Mi pare già un miracolo, come l’idea del mare, qualcosa di immenso e mobile che infrange le simmetrie di un orizzonte statico, le ovvietà di un vivere quieto e senza dubbi.
Ti scrivo da un cantuccio, adesso. Ho lasciato la piazza al suo frenetico viavai, a tutti quei passi e quegli urli. Mi sentivo un poco in gabbia e tu ben sai quanto mi diano angoscia i luoghi senza uscita. Ora mi sembra d’assomigliare ad un predicatore in un parco londinese. Si ferma qui solo chi vuole ascoltare le blasfemie che partorisce il mio megafono dalle pile scariche.
Ho l’impressione di parlare da sola e, in verità, non mi dispiace affatto. Ho l’impressione, in verità, di parlare solo per quelli come te, setaccio d’occhi chiari, simili ai miei che, stamattina, mi hanno ferito nello specchio del bagno, affiorando da una pelle già un po’ scura, per quelli come te che, ancora, cercano qualcosa in queste parole senza filtro, la cura che assegno ai miei giorni, per allontanarmi, – o calarmi meglio dentro, chi lo sa -, dalle mie notti piene di incubi e serragli.
Forse nel pomeriggio andrò al mare. Ti penserò, calandomi nell’acqua. Sarà il mio modo per mandarti amore.
La tua piccola
Angelina


