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[nec tecum nec sine te]

Parola di lumaca sul niente di una foglia? Non è la mia. Non ti fidare. Acido acetico in latta sigillata? Non ti fidare. E' roba adulterata. Un anello d'oro con dentro il sole? Bugie. Bugie e dolore. (Sylvia Plath)

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9.Di spazi e lontananze

“(…) A quest’ora ciascuno dovrebbe fermarsi

per la strada e guardare come tutto maturi.

C’è perfino una brezza, che non smuove le nubi,

ma che basta a dirigere il fumo azzurrino

senza romperlo: è un nuovo sapore che passa. (…)”

Cesare Pavese – Grappa a settembre -

Mia amatissima Pauline,

ora che l’estate, finalmente, si allontana e, con essa, si stacca da me una serie di residui malmostosi, posso cercare di raccontarti qualcosa di ciò che è avvenuto, e so che questo mi è possibile soltanto perché tra noi esiste una distanza.

Dei tanti mutamenti che intravvedo, la necessità di un margine di spazio, tra me e gli altri, è la novità più grande, ch’io stessa faccio fatica a definire. Ho sentito, dapprima, quando le chiome dei tigli erano lucenti, il sole troppo e il caldo una condanna, soltanto una piccola avvisaglia.

Le mie stanze buie, oscurate dalle gelosie socchiuse, hanno accolto come il desiderio di una solitudine. Non so perché – sebbene, nell’affermarlo, mi sembri di mentire – ma ho provato l’ambizione di bastarmi. Non l’ho deciso – certe cose, sai, semplicemente avvengono -, ma ho assecondato un’attitudine che è diventata, a mano a mano, un piccolo benessere.

Il silenzio è una cura formidabile per alcuni dolori indefinibili. Il silenzio, il mio, si trova proprio al centro del petto, in un punto che ti accenno con l’indice – fa’ finta di immaginare che sia così, tu sai la geometria del mio corpo, il rumore secco delle mie ossa d’uccello, risuono, io, come se dentro me ci fosse legno, o la sabbia fina di una clessidra delicata -, non proprio sotto al cuore. Piuttosto, accanto.

Ho imparato molto da questo mio stare/silenzioso. Eppure non l’ho compreso subito.

L’argine ha avuto un cedimento qualche giorno fa, mentre percorrevo la sopraelevata nei pressi della stazione, in macchina. Con la coda dell’occhio ho scorso un nuovo, orrendo, graffito sulla facciata delle terme del corallo e l’albergo accosto, invece, completamente ristrutturato. La facciata giallo paglierino, la sfilza di infissi rigorosamente bianchi, sormontati da cornici ricciolute, mi ricorda, chissà perché, una torta di compleanno. Dicevo della fessurazione dell’argine. E’ stato per il cielo, alle spalle dell’edificio, che si prospettava denso di nubi grevi e basse. Erano grigie, gonfie e, simili al ventre di un animale sofferente, pulsavano.

Mi sono così ricordata di quel giorno in cui arrivai nell’albergo e c’era quell’incredibile temporale. Del movimento delle tende bianche, nel vento. Di Giulio, nell’atto di chiudere le finestre, serrare fuori la pioggia per farla rientrare da altre vie più sotterranee. Ho rivisto, in un attimo, la fotografia di questi ultimi anni. Tutti in salita, faticosi e ripidissimi. Mi sono chiesta cosa gli racconterei adesso, che faccio così fatica a ricordare i sogni e a riconoscere la sostanza delle mie radici.

Ho avuto, in quel momento, l’impressione di aver attraversato un lungo guado. Nessuna onda anomala, neppure banchi di squali.

E’ una questione d’intuito, non saprei nemmeno io dire bene come, eppure adesso mi sembra di osservare le cose da un’altra prospettiva. Un mutamento radicale, da una sponda all’altra. Il filo esangue di questo repulisti è riconducibile, appunto, a quest’estate trascorsa in un’immobilità durante la quale ho addestrato il mio cuore alle lontananze.

C’è stato, poi, il mio ritorno alle colline.

Mia cara, lo so, qui dovrei spiegarti il senso di un ricongiungimento che non si può, invece, spiegare.

Come potrei raccontare, mi chiedo, l’amore per un luogo così estraneo? Probabilmente facendo ricorso, ancora, alle lontananze.

L’amore è amore quando niente ci lega all’oggetto amato. Nessun debito, intendo. Nessuna inevitabilità. L’amore è amore quando si prende in mano una zappa e si zappetta. Si smuovono le zolle. Si da’ concime, acqua. Ma la terra e la pianta sono mute. La loro richiesta si può udire nella nostra necessità di dare.

Così sono, per me le colline. Sono la madre che non mi ha generato, che mi ha nutrito senza avermi partorito. Nello snodarsi sinuoso delle strade, nei filari di pioppi, nelle viti, io ascolto la voce della mia anima – una voce angelicata e lieve -, scopro di non aver paura, osservo il cielo, mutevole e aperto, il passaggio delle nuvole e il volo dei corvi.

Tornare, per me, significa affrontare un eccesso di nostalgia che è vero e proprio struggimento. Trovi che sia ridicolo? In questi giorni, ancora, mi guardo attorno e penso ad altri spazi. Al mio piccolo paradiso di vorrei.

Così, al mio rientro, mi ha colto una smania di ordine.

Ho cominciato a ripulire ovunque. E, stavolta, non mi sono limitata alle superfici. Il mio attacco di casalinghitudine mi ha portato a vuotare cassetti, armadi, levare le ragnatele finanche dal ripostiglio, mettere a posto scaffali, buttare, buttare, liberarmi da qualsiasi cosa che non abbia più alcuna utilità.

E l’ho capito sulla sopraelevata, contro quel cielo nero, il motivo di tanto affanno. Un rimestio nell’ordine interno. Il corpo/casa, la necessaria oggettivazione che ho messo in atto, possiede qualcosa di estremamente simbolico.

Sto andando nel profondo, Pauline, e lo sto facendo senza paura.

Quando si scalza un equilibrio che è solo apparente affiorano cose.

Affiora anche la tua voce che molte volte mi ha intimato di scrivere e mi ha parlato di talento.

Trapela, nel contempo, il mio nuovo disinteresse, la deliziosa scoperta che io, invece, non voglio farlo, non voglio assolutamente buttarci sangue, non me ne importa niente e la mia salvezza è davvero disimparare, fare spazio ad altro, alla bellezza di osservare il cielo che muta, il mio respiro che mi muove il petto e basta.

Il mio guado è stato un luogo che era non/luogo. Poi le colline mi hanno detto ciò che vale ed è così maledettamente lontano da qui, da tutte queste voci che si alzano, la mia compresa, a fare caos, a rendere complicato ciò che è realmente molto semplice.

Lo so, Pauline, mi contraddico con questo lunghissimo sproloquio. Ma forse è il colpo di coda. Serve a definire, a me stessa più che a te, un nuovo assetto. Un modo di vedere le cose attorno che metta in conto, con sollievo, spazio e lontananze.

Sei sempre nel mio cuore,

il tuo verde colibrì

Angelina

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