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[nec tecum nec sine te]

Parola di lumaca sul niente di una foglia? Non è la mia. Non ti fidare. Acido acetico in latta sigillata? Non ti fidare. E' roba adulterata. Un anello d'oro con dentro il sole? Bugie. Bugie e dolore. (Sylvia Plath)

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8.La strada del pettirosso

…avrei voluto stendere il vestito sotto i tuoi piedi:

ma, essendo povero, ho solo i miei sogni;

cammina con passo leggero perché tu cammini su i miei sogni

W. B. Yeats

Mia amatissima Pauline,

la tua lettera, giunta fino a me in una domenica ferma e silenziosa, ha aspettato per un po’ al chiuso della sua busta prima di potersi liberare al suo respiro. La tenevo qua, sul mio tavolo, a farmi compagnia di sigillo, nell’attesa di un moto di malinconia, – quel fugace muoversi d’aria fredda che percepiamo sulla nuca quando qualche spettro inquieto ci passa accosto -, che mi facesse vibrare d’urgenza e, con le mani tremanti, fendere la carta e lasciare alle tue parole il varco per la mia anima.

Non so se di me sai la vocazione a rimandare il piacere. Non perché ad esso io non aneli. Piuttosto il contrario. Come il poeta, anch’io nell’attesa incontro una grazia, la speranza che nutro a molliche. Non mi importa, poi, se ne segue un tradimento. Ci vuole coraggio a perseguire i sogni e ciò che conta, per me, è riuscire a crederci.

Eppure, nello scorrere, avida, il tuo dire mi è sorto nella gola un pianto che ho sospeso. Lo stupore, quello, no. Le nostre corrispondenze di sentire, ormai, non mi turbano più. Siamo – ne sono certa . due corde dello stesso liuto e le vibrazioni dell’una si trasmettono all’altra. Armonia o disarmonia, viaggiamo sulle stesse onde sinusoidi, accanto, racchiuse nelle bolle d’aria che ci portano fin dove la nostra potenza ci consente.

Del bianco della neve, come sai, ho spesso raccontato. E anche del gelo e del lungo inverno che ci ha avvolte nel suo abbraccio rapace, e ancora stringe. Non mi sorprende, dunque, l’idea di una città dormiente e di te avvinta ai rimasugli di un sogno.

Succede allo stesso modo a me, quando dischiudo gli occhi, di dover adoprare una volontà per riuscire a scrutare, oltre la coltre di grigio, l’ipotesi del giorno che si spiega. E di percepire, intorno, i muri, le piccole bestiole tra il fogliame polveroso dei lecci, le case, le strade, gli uomini, le donne e finanche i bambini, sommersi da un sonno malato che li ottunde, come fossero vittime di un sinistro sortilegio di una fiaba. Ma, proprio come mi annunci tu, mia piccola amica, è un residuo d’orrore, questo, poiché, al contrario delle fiabe, non vi sono più creature magiche ad indicarci una ragionevole via da seguire, e le strade sono migliaia, un gomitolo di possibilità che si aggrovigliano infeconde. Ciascuna sembra suggerire una direzione. Ciascuna nasconde un premio o un inganno.

Mi racconti delle tue strade – oh, mio tesoro, quanti passi condivisi ad allacciare le tue orme alle mie – e sento subito una crepa che si schiude sul cuore. Incrina il battito in un disperato bisogno di contatto – le tue mani dalle lunghe dita sottili sulla mia guancia, un balsamo dolcissimo – e mi pulsa nelle tempie il desiderio di dipanare, per te, le mie piccole strade, quelle che intravedo nella terra liminare che più amo – il sacro territorio, tra sonno e veglia, delle visioni lucide che più si avvicinano alla nostra essenza divina -.

Mille luoghi diversi, allora. Uno, per esempio, è l’azzurrite sommersa nei tuoi occhi, l’amore che dispensano quando si calano, palombari, nei miei ed il bizzarro rimescolio che ne risulta. Un guizzare sottomarino di un lambirsi muto, l’essenziale profondità del gesto senza verbo – segreti che travalicano il dire -.

Un’altra strada, invece, ha un sentore di metano, nel quale si confonde il tepore di una stanza persa, il buio maligno di un sottopasso da percorrere con un coltellino nella tasca, l’immagine sfocata del fianco di un vulcano e l’idea di essere soli al mondo nel fiato opaco di una città febbricitante. Quella è una strada che assomiglia ad un vicolo cieco, da camminarci ad occhi serrati, urtare contro il muro invalicabile le ossa con il corpo che diventa un frantume arreso e stanco.

C’è poi il sentiero nello specchio del bagno. Le mie rughe ed i miei nei si diramano in una ragnatela di stravaganti avvisi: via della lacrima lunga/ ponte del sospiro di mancanza/ slargo della risata bambina/ vicolo stretto della nostalgia/ E’ una mappa mutevole. Non mi ci raccapezzo. Dovrei portare con me una bussola poiché, quando mi guardo negli occhi, ho come l’impressione di smarrirmi.

Se punto verso nord c’è la lunga via dei sogni e della neve. Se la seguo fino in fondo mi conduce nella piazza degli incontri clandestini. E’ un luogo di spiriti. Quelli del passato e quelli del futuro, quelli del tempo che non esiste più o che non esiste ancora e, dunque, non esiste per niente. Bisogna coprirsi molto bene, con sciarpe e guanti, un cappello a falde larghe e occhiali scuri. Gli spettri, mia cara, hanno la tendenza ad attaccarsi alla pelle per una sorta di nostalgia del respiro. Perfino del dolore hanno mancanza. E diventano, sui nostri corpi vivi, cicatrici, ustioni, macchie di vecchiaia. Si tramutano in rimpianti, pentimenti, ricordi o, ancora peggio, in aspettative, delusioni, desideri. Tutte robe inconsistenti.

La strada che preferisco è quella che mi sbarra il pettirosso. Mi impone, quell’innocuo volatile, di fermare il passo solo per osservarne lo zampettare incerto sull’asfalto dissestato e sembra dirmi cose che non posso riferire. Il piumaggio rosso sul suo piccolo petto palpitante è la misura della mia fragilità. Lo stesso motivo per cui mi ostino, dopo il suo volo, a riprendere il cammino con un sorriso che non lo segno sulle labbra ma è la stilla che affonda nella parte di me che mi impunto a definire “io”. E’ quella chiazza rossa come il sangue, il mio e quello di tutti, che dà l’assoluzione alla sfortuna di essere piombati in questo nero senza fine.

Il sogno di cui mi fai partecipe è simile a quelle piume accese. Racconti di una creatura acquatica che viene giù dal cielo – una carambola d’elementi – con il sovvertimento di qualsiasi logica elementare, ed è giusto pensare che i confini si dissolvano, che tutte le strade si confondano, per divenire, come li chiami tu, passaggi.

Dentro di noi, lo so, sussiste una memoria sopita. Abbiamo un cuore vestigiale e quando il lampo di un’intuizione ci fa scorgere le leggi sconosciute dell’universo, l’ineluttabile peso che ogni esistenza possiede nel cosmo, divampa, in noi, un fuoco. Che ci tempra e, come fossimo uccellini coraggiosi, ci marchia per sempre il petto. E ci fa vivi.

Con l’amore che sai, tua

Angelina

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