
Mia amatissima Pauline,
dall’orchidea, poco fa, è caduta anche l’ultima carnosa foglia. E’ uno stelo spoglio, ormai, quello che sale dalla terra, severo come un rimprovero. Se potesse parlare, quello stecco di ramo, mi urlerebbe improperi o, forse, si limiterebbe a produrre un lamento mesto ed esangue che avrebbe peso di condanna per la mia disattenzione.
Deliberatamente non le ho dato acqua.
I suoi fiori, in verità, m’offendevano lo sguardo. Erano d’uno splendore insostenibile e stucchevole. Smargiasso quasi, come sa esserlo solo la bellezza quando è tronfia di se stessa.
E’ così che talvolta si decide un destino. In un modo puerile e indolente. Per una semplice antipatia, un inganno degli occhi che si posa sulla superficie delle cose e ne ricava un’impressione.
Non l’avrei mai scelta, io, una pianta tanto appariscente e stupidamente sensuale – almeno, per quel che mi è dato di sapere, nell’accezione più consueta di un’attitudine che affibbia alla botanica un codice muto e significativo con regole fissate da un’estetica ovvia, per cui l’orchidea è fiore di seduzione e il cristantemo di morte – .
Hanno fatto l’errore di regalarmela.
Un omaggio gentile, ma improprio. Ed io, semplicemente, l’ho ignorata, come si può trascurare un impegno che non vogliamo accollarci per nulla al mondo. Ne ho raccattato, pazientemente, giorno per giorno, i pezzi che disperdeva sul piano di ghisa della stufa dove avevo sistemato il vaso che la conteneva.
Ciuffi croccanti, di carta velina, quelli che un tempo erano fiori turgidi. Grosse foglie ovali, d’una materia ancora consistente, ma privi di qualsiasi nutrimento, che si staccavano dal gambo con un impercettibile tonfo stanco.
Un “plop” quasi inudibile che, comunque, arrivava esatto al mio orecchio sbadato.
Tra qualche giorno, nel chiudermi alle spalle la porta, prima del mio viaggio, avrò già estratto il panetto di terriccio dalla terracotta, dando appena un colpo netto alla base, e buttato tutto nel sacchetto dei rifiuti. Come se non fosse mai esistita.
Non so dirti se, in questi due mesi in cui ho continuato a passarle accanto senza neppure degnarla di uno sguardo, la pianta, lei, abbia tentato un grido, un accenno di richiesta non dico d’amore, quanto di pietà.
Se pure l’ha fatto, io, mia piccola Pauline, non ho saputo, né voluto, darvi ascolto.
Perché ti racconto tutto ciò?
Potrei celare questa miseria di cattiveria in un angolo, sotto a un tappeto, come si fa con certa polvere insistente, con alcune sporcizie che vanno occultate simili a vergogne indicibili.
Te lo racconto, forse, per dare un avallo ad un senso di colpa che affiora e chiedere una sorta di perdono tardivo?
No, mio tesoro: nessun pentimento, nessuna richiesta d’assoluzione per un senso di colpa che non esiste. Per dirti: vedi, vedi quando sono cattiva? Neanche. Così come non mi assegno doti di santità neppure mi reputo più malvagia di altri.
E’ per confermarti che, quando assicuri d’avermi veduta sotto forma di creatura notturna, con le labbra livide, i lunghi capelli divenuti viola, avendo prova che l’invisibile, a volte, è visibile, probabilmente m’hai colta in una delle mie molte forme.
Sirene, streghe, angeli o demoni, in ognuno di noi albergano. E pretendono la scena, di volta in volta, e a seconda dei casi.
Quand’anche si trattasse di liberarsi la vista da una bellezza che offende. Ti domandi come possa accadere? Credi che l’armonia perfetta delle forme sia qualcosa che lenisca il dolore? A me, la bellezza, fa paura. Temo che uno spirito come il mio tanto attratto dalla grazia, al tempo stesso se ne discosti poiché alla bellezza ci si affeziona, ci si avvezza e, quando il bello diventa consuetudine, il brutto, ahimé, acquista un peso insostenibile.
Ora tu sei ancora troppo giovane per capirlo.
Serbi negli occhi una sorta di filtro primitivo che non ti fa scorgere che il lato lucente di tutte le cose.
Accadeva anche a me, quand’ero ancora una bambina, di ostinarmi nella ricerca pervicace di un’armonia che potesse essere il canto del futuro, il bianco lenzuolo che ondeggiava nel vento della sera, lo spiritello benefico che mitigasse la consapevolezza di trovarmi in un mondo non proprio perfetto. Qual è, dunque, la differenza?
Un atto di volontà.
L’evitamento della Bellezza conclamata al fine di trovare grazia nelle cose più miserande in cui inciampo continuamente.
Non l’orchidea, dunque, qualcosa di scontato nella sua gelida perfezione, ma il papavero. Un fiore di campo, piccola amica, dai petali scomposti e spampanati, spettinati dalle brezze di passaggio, spruzzati dall’urina dei cani randagi, i gambi urticanti e pelosi, l’effimera resistenza di una macchia rossa.
Così fragile, un papavero. E così spontaneo.
Sono pensieri bui, poco adatti a te che ami fantasticare sugli innamoramenti di un postino che tiene congiunti due mondi. Eppure anche lui, quel postino, dopo aver visto il mio sguardo nero, è andato nel campo di grano a raccogliere papaveri, come se avesse sentito un’assonanza con la mia natura notturna e fuggitiva. E poco importa che per lui sia più importante amare che essere amato. Pensi, forse, che non sia così per tutti?
L’ostinazione all’amore è un atto di volontà. Come la ricerca del bello nelle povere cose. E la solitudine è abitata dal pensiero dell’amore, anche di quello del drago che diventa dolce nel negarlo.
Ognuno culla i propri sogni, piccoli bambini da accudire e proteggere, il solo tesoro che rimane tale perché mai posseduto.
Tu paragoni gli amanti a dei buffi cavalieri in sella a destrieri veloci, alle prese con avventure e disinganni, e dici che ogni ferita e sconfitta è la misura del proprio coraggio.
Questa affermazione, mia amorevole Pauline, mi provoca una profonda commozione. La mia pelle è una mappa di cicatrici e di tagli. Porto, sul cuore, un ricamo di pianto. Ogni goccia una prova che non ho superato, ogni graffio un ostacolo che ho cercato di superare.
Posso dire di me, senza barare, di possedere un coraggio da guerriera perché misurato costantemente con il metro della mia paura.
Dalla mia bocca, talvolta, esce un fuoco che spazza via ogni tenerezza, la precisione nivea di qualsiasi orchidea, semplicemente perché ho affrontato, io stessa, più e più volte, il covo dei draghi. E conservo le ustioni come un segno della mia stessa esistenza.
“Trasformarsi in Sirena, in Ombra della Notte, in Cavaliere, espone alla magia dell’universo dove bene e male continuamente si confondono. Gioia e dolore sono venti che scuotono i nostri rami, bisogna che il frutto cada per conoscerne la dolcezza.”
E’ questo il messaggio che hai trovato, vero? Ed era rivolto a noi, mi assicuri. Bene e male continuamente si confondono.
Aspettiamo la caduta di questo frutto, Pauline.
Che cada, però, nel pieno della sua maturità, affinché la polpa non sia l’ennesimo tradimento di un’età troppo acerba o già vizza, dove la dolcezza diventa un’inutile attesa o, al contrario, una semplice sparizione.
Lascio qui questa mia lettera, affinché tu la possa trovare al tuo ritorno. Nel frattempo, sarò partita io. E sarà come il movimento di una spirale d’amore.
La tua piccola Ombra,
Angelina
“…E non è rosa che cerchiamo non è rosa
e non è rosa o denaro, non è rosa
e non è amore o fortuna
non è amore
che la fortuna è appesa al cielo
e non è amore.
Chi si guarda nel cuore
sa bene quello che vuole
e prende quello che c’è…“


