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[nec tecum nec sine te]

Parola di lumaca sul niente di una foglia? Non è la mia. Non ti fidare. Acido acetico in latta sigillata? Non ti fidare. E' roba adulterata. Un anello d'oro con dentro il sole? Bugie. Bugie e dolore. (Sylvia Plath)

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5.In un’oscura luce

Mia amatissima Pauline,

ormai, quando mi trovo a fendere con la lama d’argento del mio tagliacarte la busta che racchiude la tua lettera, mi assale una sorta di vertigine prima ancora che riesca a posare gli occhi sul foglio. Devi sapere, mia cara, che le tue parole respirano e cantano. E, non appena le libero dal chiuso, si mettono a volteggiare nella stanza in un vorticante girotondo d’alfabeto. Uno sciame giocoso di piccole mosche, ed è come se la mia pelle fosse ricoperta da uno strato dorato di miele. Vi si attaccano. Diventano una corazza lustra per affrontare meglio il mondo, la mestizia di certi giorni che nascono un po’ smorti, in un’alba traditrice d’aria fermissima.

Mi sento triste, oggi, mia Pauline.

Mi succede ogni qualvolta passo lunghi giorni assieme a te e poi la distanza, all’improvviso, riprende il sopravvento.

Stasera, per esempio, sarebbe stata sera da essere assieme. Avrei cucinato per te, al solito, mentre la tua voce trillava di continuo alle mie spalle indaffarate. M’avresti confusa un poco, come sempre. T’avrei detto non mi agitare, per piacere. Ma, lo sai, l’avrei fatto sorridendo. E tu, con me, avresti usato quel tono di blandizie, m’avresti posato un bacio sulla spalla.

Sì. Mi rendo conto che il condizionale è un tempo nostalgico, (e il gerundio è tremendamente supponente, il congiuntivo un modo di rimpianto, il futuro solo un’arroganza verbale), ma è anche quello del Sogno.

E oggi, qui, c’è vento di scirocco.

Non so se in quella stramba scuola che frequenti ti abbiano già insegnato che, quando è scirocco, i sogni, quelli che ci hanno fatto compagnia la notte prima, galleggiano nel cielo. Rubano lo spazio alle nuvole e se ne stanno là. Non ce la fanno ad allontanarsi. E’ come se dicessero: guardateci, abbiate il coraggio di ammettere che siamo consistenti, fatti di materia. Chiedilo a quella tua signora Acchiappasogni, se non vuoi credere a quanto ti dico io, e vedrai.

Ed è perché tutto il cielo è ingombro, ora, e non posso fare finta di ignorare qualcosa di così evidente, che sto a scrivere questo “discorso silenzioso”, per te.

Sono un po’ preoccupata del fatto che tu te ne stia a passeggiare su quella superficie sottilissima che ti separa così labilmente dal Gruviera Sotterraneo dove i draghi dormono il loro letargo millenario. Fossi in te, non ne parlerei con tutto quell’entusiasmo. Elenchi, come niente fosse, tutta quella fauna di mostri che abita nelle caverne del Buio e te ne compiaci. Dici che ti è sufficiente quella piccola luce che hai nel palmo delle mani per poter scacciare quelle infime creature e ammirare le pareti di roccia rosa, le stalattiti, ascoltando quel battito serrato di cuore con le orecchie tappate.

Sei ancora una bambina, non c’è che dire.

Sempre pronta a cacciarti nei guai con la tua voglia astrusa di avventura e poesia. Basta un soffio di vento, appena un piccolo sbuffo di scirocco, tanto per dire, a spegnere in un baleno quella stupida lucetta che ti serve da scudo. Pensi sia eterna? Credi che sia al pari della lanterna di Diogene?

Se dovesse accadere, nel mezzo delle tue peregrinazioni, tra quegli antri e in quegli orridi che, d’un tratto, la tua insulsa lucetta si spegnesse, mia dolce, tu malediresti il momento in cui hai deciso di scendere laggiù.

Sulla tua pelle fina proveresti cosa significhi quel muto zampettare di tutte le creature più disoneste che esistono sulla faccia della terra, e nelle sue profondità. Lingue putride e pustolose seguirebbero la curva della tua nuca e la tua schiena. I pipistrelli troverebbero il tuo sangue un cibo da re. Gli scorpioni farebbero il covo nel tuo piccolo grembo.

Al Buio.

Le tue orecchie resterebbero annichilite sotto al peso di quell’assordante brulichio. Dovresti aver sufficiente coraggio per annullarti, dimenticarti di quel che sei stata fino ad allora, lasciare il tuo corpo in balia del Niente, e, dopo, solo dopo, saper rinascere.

Non basta soffiare sul palmo delle mani per far ritornare la luce a splendere. A volte, mia piccola amica, si è così stanchi da restare, per giorni e giorni, senza fiato. O averne un filo sottile nei polmoni, la riserva minima per restare in vita. E può succedere quando ci si cala nel Profondo. Che non ti basta, che annaspi, che non ce la fai a gridare aiuto nemmeno a volerlo.

Dimmi, mio prezioso tesoro, vale la pena calarsi laggiù per cercare cose che avevamo smarrito e di cui nemmeno ricordiamo l’esistenza?

A che serve andare a rovistare tra i vecchi baci che demmo a sconosciuti in un’altra vita, a frugare dappertutto per cercare la bambola dai capelli stopposi, il sapore del primo gelato, la mano piccola nella mano grande, le macchie nere che non hanno più contorno? Ci può tornare utile per dire “sono stata”?

E’ roba andata persa, orpelli inutili che, evidentemente, facevano solo peso superfluo.

Con una facilità che confonde, poi, racconti che abbandoni gli abissi per raggiungere abbaini che possano condurti più agevolmente nel Mondo di Sopra.

Son d’accordo con te quando mi dici che non è importante sapere tutto. Che l’importante è saper volare e non conoscere a menadito le leggi fisiche che ti permettono di farlo. Ma, come afferma il tuo postino, a proposito dei gatti, ognuno di noi fa semplicemente il proprio mestiere, come loro. E loro, i gatti, come già ebbi modo di dire tempo addietro, sanno fare molto bene una cosa che, alla maggior parte degli umani non riesce. I gatti, mia Pauline, sanno stare.

Non hanno idea del Gruviera Sotterraneo, né del Mondo di Sopra. I gatti stanno nel momento in cui è. E sanno benissimo che questa è la cosa migliore da fare.

Ieri, nel romanzo di Murakami Haruki che sto leggendo, ho trovato un brano che, sono sicura, ti piacerebbe. Senti un po’:

“Non c’è qualcosa di cui si possa dire cosa è meglio e cosa è peggio. Non bisogna opporsi alla corrente, se si deve andare in alto si va in alto, se si deve andare in basso si va in basso. Quando si deve andare in alto, è bene cercare la torre più alta e arrampicarsi fino in cima. Quando si deve andare in basso, è bene cercare il pozzo più profondo e calarsi in fondo. Quando non c’è corrente, è bene restare fermi. Se ci si oppone alla corrente, tutto inaridisce. E se tutto inaridisce, questo mondo diventa buio. “Io sono lui, lui è me, e tutto ricomincia”. Rinunciando a me stesso, io esisto.“

Lo so che sembra una contraddizione (ma io, lo sai, ne ho una collezione rinchiusa nei cassetti). In realtà non lo è. Ci sono momenti in cui è necessario calarsi. Altri, in cui bisogna volare. Altri in cui bisogna stare fermi, perché non c’è corrente, fare finta di essere morti. Perché “è solo con la morte/che affiora la corrente”.

Abbi cura di te, mia amatissima Pauline. Qualunque sia il luogo in cui ti porta la corrente.

la tua inquieta Angelina

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