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[nec tecum nec sine te]

Parola di lumaca sul niente di una foglia? Non è la mia. Non ti fidare. Acido acetico in latta sigillata? Non ti fidare. E' roba adulterata. Un anello d'oro con dentro il sole? Bugie. Bugie e dolore. (Sylvia Plath)

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4.La dolcezza del drago

Mia amatissima Pauline,

la tua lettera, per bellezza e audacia, mi ha letteralmente stordita. Tutto quel parlar d’amore, in qualche modo, che non so bene quale sia stato, m’ha dato le vertigini ed ora, sono qui, in bilico – non in terra, nemmeno nel cielo, però – a cercare di mettere in ordine questi pensieri spettinati come i miei riccioli peggiori.

Mi spiace che il postino non abbia avuto il coraggio di farsi vedere da me. Stavolta, mi ha lasciato la busta sotto lo zerbino, assieme a un papavero che ha raccolto chissà dove e che, ormai, era esausto e rinseccolito. L’ho staccato con cura dalla fibra di cocco del tappeto, poiché un dono d’amore è pur sempre un privilegio e adesso occhieggia silente sulla superficie di legno del tavolo.

Mi ha fatto tenerezza quel tuo proteggerlo dalla poca considerazione che avevo dato al suo complimento ai miei occhi – laghetti di montagna, sì – con la foga con cui hai affermato che l’amore, in fondo, è un fatto elementare. Ed ora, Pauline, mi pare quasi di vedere la sua piccola gabbia toracica, quella del tuo postino, allargarsi sotto la spinta di un’infatuazione, con le ossa che scricchiolano come una seggiola le cui giunture stanno per cedere sotto un peso insostenibile.

Non vorrei che soffrisse, per nulla al mondo lo vorrei, ma io non lo amo, Pauline.

Dunque, come vedi, un’altra delle tue teorie – così dantesche, a dire il vero – si frantuma con l’evidenza di un’ammissione scomoda.

Non è mica vero che amor che a nullo amato amar perdona. Se così fosse, la Terra, sarebbe un luogo che somiglia al Mondo di Sopra e non l’inferno che è.

Il tuo postino, mia cara, potrà far volteggiare le palline sopra al capo per un tempo infinito senza che nulla accada nel mio cuore. Le sue giocolerie saranno solo un mero trastullo, gli serviranno per attivare zone cerebrali addormentate, ma non avranno la malia di infiggermi il suo viso sullo sterno. Così pure i suoi conti bislacchi, quell’ascoltare conferenze sull’aritmetica dell’amore e sull’uno più uno fa tre.

Io potrò provare un tenero moto di dolcezza, verso di lui, ma continuerò a non amarlo. E lo affermerò con una ferocia che è propria del disincanto, il quale, per natura, è onesto, è un processo chiaro e limpido, avulso da ogni ambiguità. Il papavero, quel suo regalo innocente, da bambino che ancora crede ai sogni, giace sul legno accanto al piccolo drago che mi regalasti tu, e ad una fatina coi fiori nei capelli, che versa acqua da un’anfora panciuta.

Sono questi, i due oggetti, che ho fissi davanti ogni qualvolta scrivo. Trovo che mi rappresentino meravigliosamente: dolce e feroce, così come sono.

La mia ferocia mi spingerebbe a giocare con lui come il gatto col topo. Lo guarderei con le ciglia che hanno un fremito, gli sfiorerei la mano, come per caso, nel prendere la busta che mi porge. Come la fatina dai fiori nei capelli – papaveri? chissa? – butterei acqua sul germoglio d’amore che serba nel suo petto da sparviero, petali di mandorlo e struggimento gli farei stillare, e la pianta crescerebbe a dismisura, lui, sovrastato dai miei canti.

Ma la mia dolcezza è quella del drago. Sputa fuoco sulla sua devota offerta, e la distrugge così che non cresca un’erbaccia d’illusione, dell’uno più uno fa tre.

E sì, mia cara Pauline, non è la fata “il custode della mia solitudine”, bensì la dolcezza del drago, che io posseggo, ad alleviare il dolore della spina.

E poi, per favore, digli che smetta di andare a zonzo tra i sogni altrui, soprattutto se, per farlo – poiché compito non semplice, lo ammetto – ha bisogno di rimpinzarsi di vino per trovare il coraggio che non ha.

Ci vuole fegato – appunto – per guardare in faccia i sogni dei bambini innamorati.

Ci vuole coraggio per vedere il bacio che mi hanno assegnato l’altra notte, con una bocca che si sfaldava sotto le mie labbra, come fosse carne marcia, il mio disgusto che voleva trasformarsi in urlo, mentre deglutivo brandelli di lingua sfatta e sangue.

Ho avuto una mattinata molto dura, mia amatissima Pauline, come se si fosse spalancata, all’improvviso, una finestra sui mesi a venire, facendomi intravedere una foresta fitta dove pensavo ci fosse solo la sabbia piatta del deserto.

Ho sospeso ogni tipo di pensiero perché insofferente verso ogni tipo di disegno, e tu lo sai molto bene, di quanto non pensi mai al futuro – anche se si presenta sotto mentite spoglie -, di quanto io sappia essere nel momento in cui vivo e respiro. Ma ne riparleremo a voce, e presto, a quanto pare.

Tra due giorni, sarai fra le mie braccia, ed io fra le tue.

Mi pare, qualche volta, non ci sia posto migliore dove io possa, finalmente, riposare.

Ti aspetto, Pauline mia, come un mattino libero, privo dai rimasugli di qualsiasi sogno.

Tua Angelina, il tuo verde colibrì

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