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[nec tecum nec sine te]

Parola di lumaca sul niente di una foglia? Non è la mia. Non ti fidare. Acido acetico in latta sigillata? Non ti fidare. E' roba adulterata. Un anello d'oro con dentro il sole? Bugie. Bugie e dolore. (Sylvia Plath)

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1.Cherry plum, cherry carol

Mia amatissima Pauline,

ho cercato a lungo un cantuccio che avesse in sé quel muto splendore delle cose nascoste, per poter mettere in fila le mie parole senza produrre quel rumore insopportabile di un gesso che graffia l’ardesia e che fa scorrere un brivido di gelo lungo la pelle della schiena e, per assurdo che possa sembrarti, l’ho riconosciuto proprio in questa piazza così aperta a tutti i venti e alle intemperie di un’estate piuttosto bizzarra.

E’ in mezzo a questo via vai di gambe frettolose, di sguardi accondiscendenti o perfidi, che riesco a trovare quel muro di pietra al quale appoggiare le spalle, tirar fuori dalla sacca il mio quadernetto a righe e far scorrere l’inchiostro come un piccolo ruscelletto osceno, un orbettino blu, o nero, dipende dai giorni e dall’umore, e pensare un poco a noi.

Stai tranquilla che non badano a me. Ho modo di osservare senza essere osservata. Mi passano accanto, sai, così di fretta, che neppure s’accorgono se sono pietra o carne. Succede ovunque. Succede da quando la luna è diventata solo uno spicchio d’aglio contro il nero del firmamento, e le stelle sono nebulose di pensieri tristi, di invidie e di paure. Proprio uguali a quelle di cui mi racconti tu e che, mi dici, si riconoscono, nel sonno, da un tremolare delle ciglia.

Le nuvole grigie, qui, sono passate, ma lo hanno fatto senza fretta, attardandosi in cupi mulinelli, frantumandosi, di tanto in tanto, in bruschi temporali che hanno sferzato la terra con violenza, quasi a volerci ricordare che il tempo, perfino quello atmosferico, è un’invenzione, e che sì, se da te, oggi, è domenica, qui potrebbe anche darsi che sia martedì. Nessuno fa caso a queste cose. Non più. Siamo tutti presi a pensare a quale dovrebbe essere la forma esatta per i nostri sogni per riconoscere la felicità che si traveste in un momento e subito dopo si trasforma.

Adesso il cielo assomiglia ad una vecchia porcellana di Delft. Non c’è alcuna nuvola, né forgiata a drago, né a coniglio a ricordarci che il pianeta compie il suo giro, e così noi. Io ho smesso gli occhiali da sole perché desidero che la luce mi ferisca e, al posto degli occhi che così bene conosci, ho due frammenti di vetro dai quali fuoriesce tutto il succo della mia piccola anima. Ma lo sai meglio di me che la gente non perde il proprio tempo dietro questi inutili dettagli. La mia anima, per fortuna, non interessa che a quelli che mi amano, e che potrei contare sulle dita della mia mano buona senza sbagliarmi troppo. Del resto anche tu mi racconti delle persone che ti passano accosto badando esclusivamente ai fatti propri, e che solo i fantasmi hanno avuto l’amore di sfamarti con pane, frutta fresca e formaggio.

Anche qui, le strade, sono piene di cani e lupi. Al buio, senza neppure avventurarsi nell’oscurità di certi vicoli ciechi, si può riconoscere chiaramente il baluginio delle loro zanne e, se si trattiene il respiro, si può anche ascoltare il brontolio di un ringhio sordo che esala da quelle gabbie toraciche avide d’aria e di dispiaceri. Per usare una frase fatta, mi pare si dica che tutto il mondo è paese. Un paese dalle piccole viuzze anguste dove il vento può inerpicarsi in strani percorsi ondulati e tirar fuori quel fischiare sinistro che si mescola alla nebbia opaca di quando le donne e gli uomini non si accontentano mai e si tramutano in tanti cani che vanno avanti in branchi solo per farsi un poco di coraggio nella notte.

Anche adesso, vedi, mia amatissima Pauline, che sono con le spalle al muro e scrivo, nessuno fa caso a me. Potrei essere una mendicante e aver fame o una postulante in cerca d’asilo. Non farebbe alcuna differenza. Non sono stata mai tanto nascosta quanto in questa piazza esposta a tutti i viandanti frettolosi, ai mercanti di spezie, ai cattivi maestri, ai piazzisti di elisir miracolosi, ai nevischi e ai crudeli raggi del sole.

Mi dici che ti manco molto e tocchi una corda che mi vibra al lato destro del cuore, ché quello sinistro lo riservo ai giudizi malvagi e lì, tu, non hai mai trovato alloggio. Anche tu, mia cara, anche tu mi manchi, e molto. Senza neppure aver bisogno d’alzare gli occhi, questi due cocci di bottiglia, riconoscerei l’esitazione del tuo passo se ora, proprio adesso che dal campanile sfuggono sette rintocchi di rame, tu dovessi percorrere questo spiazzo affollatissimo. Lo faresti anche s’io fossi un randagio accoccolato sui gradini del tempio, o una vecchia in penitenza con la fronte appoggiata al pavè. Lo saprei dai ticchettio del tuo cuore di rame che raggiunge il mio orecchio e lo bacia.

Se poco fa tu m’avessi visto, avresti sorriso, lo so. Ero intenta a levare i noccioli alle ciliegie per preparare quella marmellata che ti piace tanto. Il succo ardente dei frutti mi colava lungo i polsi, macchiando la pelle d’un rosso acceso e, con quel coltellino stretto tra le mani, sembrava avessi appena scavato il petto a un cervo per trafugargli il cuore e cercare con un morso un po’ del suo coraggio. Mi avresti passato una mano sui capelli, e stretta in un abbraccio che fa scricchiolare le mie ossa da uccello, per tutte le volte, tutte le volte che l’hanno fatto a me. Succo di ciliegia e sangue nella conchetta delle mie clavicole, e la lingua dei lupi a lappare il disincanto.

Ho fatto un sogno, stanotte, Pauline.

Ero dentro una scatola di cartone abbandonata sul ciglio d’una scogliera e, attraverso una fessura, sbirciavo fuori, in cerca della stella polare. E’ passato un bambino, di là. Attirato dal luccichio dei frammenti che ho per occhi, si è accorto, miracolosamente, della mia presenza. Ha scostato i lembi del cartone e mi ha chiesto se sapessi dov’era il mare. E’ là, gli ho indicato, proprio di fronte a te, gli ho detto, non lo vedi? Sono cieco, m’ha risposto lui, mentre si allontanava saltellato sugli scogli come una capretta lesta. Ho staccato i cocci di bottiglia dalle palpebre e l’ho guardato meglio, così mi sono accorta che mi ero sbagliata, che non era un bimbo. Era un nano. Si discostava sempre più dal mare, prendendo la strada a ritroso, in una direzione errata. Ho cercato di chiamarlo, ma dalla gola non mi usciva alcun suono, come se il fatto di vedere meglio avesse compromesso un altro senso, lavorando in esclusione. Si è fermato, il nano, ad un certo punto, e si è arrampicato su dei lunghi trampoli. Da quel momento, la sua andatura m’è parsa più spavalda e, in un baleno, è sparito così com’era apparso. Ho fatto un bel respiro e con un temperino che avevo in tasca ho squarciato la parete della scatola, trovando finalmente una specie di via d’uscita. Davanti si stendeva un mare calmo e la luna rifrangeva scaglie d’argento sulle onde. E’ stato naturale entrare in acqua. E, all’improvviso, al posto delle gambe, m’è spuntata una grossa coda di pesce. Ho chiuso gli occhi per sentire meglio, con il corpo, l’abbraccio del sale e ho preso il largo. Dalle mie labbra schiuse usciva un canto, che ora non ricordo più, non so se fatto di parole o suoni. So che ti sarebbe piaciuto, che l’avresti sussurrato assieme a me.

Al risveglio avevo una specie di sorriso tatuato sulla bocca. Era nuovo, pieno di nastri, e aveva il profumo del pane.

Dopo aver messo la marmellata nei vasetti, li ho sigillati con uno spago di corda e un minuscolo nodo. Sono allineati sullo scaffale della dispensa, ora. Quando li apriremo insieme troveremo, intatto, il sapore di quest’estate un po’ autunnale e il canto di una donna-pesce, non proprio una sirena, ma una creatura degna del mare.

Solo a quel punto, mia amatissima Pauline, sono venuta in piazza, mi sono messa con le spalle al muro e ho cominciato a scrivere per te.

Un bacio,

la tua piccola Angelina

ps: Trottola sta molto bene, ma non sopporta il profumo delle ciliegie. Durante la preparazione delle conserva ha starnutito per tutto il tempo, ma poi ha smesso. Ora dorme, com’è giusto che faccia un gatto nel pomeriggio.

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