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[nec tecum nec sine te]

Parola di lumaca sul niente di una foglia? Non è la mia. Non ti fidare. Acido acetico in latta sigillata? Non ti fidare. E' roba adulterata. Un anello d'oro con dentro il sole? Bugie. Bugie e dolore. (Sylvia Plath)

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Sotto il portico, di sera

Ognuno per la sua strada, disse Faith.

Le osservai il profilo, la curva del mento, poi strofinai le mani sui miei calzoni gualciti e tentai di darmi un tono.

Dove vuoi arrivare?, le chiesi.

Lei fece una smorfia, quasi un mezzo sorriso. Provai a leggerlo come si fa con i fondi del caffè. Magari stavo facendo breccia, chissà. Magari, quel sorriso un po’ tirato, era il passaporto truccato che mi avrebbe permesso di proseguire oltre confine.

Che significa Jack?, invece lei disse, intendi in quale luogo oppure a quale conclusione?

Con l’indice e il medio a vu abbozzò anche le virgolette.

Era così Faith. Con le parole, voglio dire. Quando le parlavo mi faceva sentire un perfetto idiota. Sempre a puntualizzare, a cercare il pelo nell’uovo. Spingeva, spingeva. Portava le cose al limite. Voleva punzecchiarmi. A dire il vero, ci riusciva bene.

Hai capito benissimo cosa intendevo, le dissi.

Eravamo seduti sui gradini del portico. Il sole era agli sgoccioli, c’era una bella luce. Perfino l’erba smangiucchiata e secca aveva una certa poesia. Faith si trastullava le suole delle scarpe con un rametto steccoluto raccattato da terra. Pareva volesse ripulirle da uno strato di fango inesistente.

Ti ricordi della zia Ruth?, mi chiese a bruciapelo.

Mi accesi una sigaretta e feci di sì con la testa.

Che c’entra, ora, la zia Ruth?, le domandai. Faith era un asso nel saltare di palo in frasca. Era una cosa che proprio non sopportavo.

La zia Ruth una volta mi disse che il segreto per una buona torta di mele sono le mele… capisci? Le mele.

No. Francamente non capisco.

Vedi, Jack, se tu vuoi fare una torta di mele che sia appena decente, ti servono le mele… Chiaro, no?

Sì, le mele, sussurrai con un filo di voce.

Faith fece finta di non sentire.

Continuava a giocherellare con quello stupido rametto. La luce andava calando e la sera si prospettava calda e afosa, come quella che l’aveva preceduta. Nel giardino di Ross, il suo cane, un meticcio sgraziato dal pelo ispido e giallino, era intento a scavare una buca intorno alle radici del liriodendro. Ci dava sotto come un matto, con quelle zampette secche. Aveva ridotto il prato a un colabrodo. Tra un fosso e l’altro, le vecchie cianfrusaglie che Ross aveva accumulato nel tempo arrugginivano sotto il sole o sotto l’acqua. Nessuno ci badava. No. Non ci facevamo caso a queste stupidaggini, noi altri.

Il cane scavava la sua buca. Ficcava le zampe tese nella terra. Grossi blocchi di zolle schizzavano a destra e a manca. Uggiolava, il cane. Sembrava felice.

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