Aveva detto che non l’avrebbe fatto più.
Forse non l’aveva proprio detto, ma sicuramente l’aveva pensato. La domenica però le si era dispiegata davanti, inespressiva e tenace, con il suo carico di tempo d’avanzo, come una valigia troppo pesante da trascinare.
Odiava quel giorno della settimana. A lei piacevano i giovedì.
Il giovedì, pensava, è un giorno che sa di fresco, ha il profumo di una stesa di bucato. Il giovedì è anche il giorno delle iniziative e delle buone intenzioni. Ma la domenica proprio non la sopportava. C’era qualcosa di sbagliato in quelle ventiquattr’ore, una sorta di attacco stonato, una disarmonia.
Tutte le domeniche avevano in sé quel tanfo che si sprigiona dal frigo quando dentro c’è qualcosa di andato a male. Quella sgradevolezza la assaliva già al risveglio. Filtrava, insieme alla luce, come una sostanza inesorabile che le restava appiccicata sulla pelle.
Le succedeva fin da bambina.
Mentre i compagni di scuola pregustavano la tregua di quella breve vacanza, lei avrebbe preferito saltare direttamente al lunedì. Avrebbe voluto evitare il sentore del ragù che di mattina presto si diffondeva per la casa, e, penetrandole a forza nelle narici, l’allontanava irreparabilmente dalla rassicurante consolazione del sonno. Avrebbe anche evitato l’obbligo della messa, e la visita al nonno al cimitero.
Sua madre si accomodava su una seggiolina di legno davanti alla lapide, a guardare una foto sbiadita dal sole e a sgranare un rosario, mentre lei percorreva i sentieri di ghiaino e qualche sassolino le finiva puntualmente negli occhielli dei sandali. Perfino allora, aveva la percezione esatta di un tempo superfluo, immobile, come pure immobili dovevano essere le ossa di suo nonno sotto terra.
Il nonno è andato in cielo, le aveva detto sua madre quando lui era morto. Anche per questo motivo, lei non riusciva a spiegarsi la necessità di quel pellegrinaggio domenicale.
Se il nonno era andato in cielo, pensava, perché sua madre si ostinava a contemplare un rettangolo di terra? Perché, quando le diceva andiamo a trovare il nonno, la portava al cimitero, anziché sul lungomare, che invece era il posto migliore per guardare il cielo, senza palazzi o ciminiere a spezzare la linea asciutta dell’orizzonte?
Sua madre le aveva spiegato che il corpo è solo un guscio, una specie di involucro che serve a conservare la vera essenza di ognuno. Anima, l’aveva chiamata.
E lei, l’anima, la immaginava.
La vedeva come un’ombra, ma non nera e sfuggente, che quando camminava a volte le stava dietro e a volte davanti. L’anima era trasparente come il vetro e di sicuro non strisciava sull’asfalto sbocconcellato dei marciapiedi, confondendosi con gli sterpi e con le cacche dei cani.
L’anima, volava.
Perciò non poteva starsene acquattata sotto tre metri di terra, in un buio umido e insicuro, a contatto con tutti gli insetti schifosi che popolavano il terriccio.
Lì sotto, lo sapeva, ci doveva essere solo quello che restava, quindi le ossa. Pensava che fossero bianche e lisce, come i sassi di fiume e che a passarci sopra un dito si potesse sentire la frescura, la soda levigatezza di una conchiglia.
La mattina di una domenica, mentre sua madre le avvolgeva
la sciarpa intorno al collo, perché fuori guaiva una tramontana ostile, le uscirono fuori quattro parole sfiatate ma, allo stesso tempo, risolute.
Non ci voglio venire, disse guardandola dritto negli occhi.
Sembrava una sfida, ma non lo era. Quella piccola affermazione assomigliava piuttosto alla ricerca di una possibilità, uno spiraglio, seppure sottile, che le permetteva di cambiare la prospettiva.
Sua madre, dopo averla fissata per un momento, con le dita che pettinavano le frange della sciarpa, le chiese perché. La voce era esigente. Le consonanti avevano spezzato l’aria della stanza in tante piccole schegge.
Lei avrebbe voluto raccontarle molte cose. Del buio sotterraneo, delle ossa bianche e affilate, dell’orizzonte affrancato e del lungomare.
Invece le rispose non voglio venire perché mi annoio.
La madre l’aveva tirata per un braccio verso la porta d’ingresso e le aveva detto che era una bambina senza cuore.
Così si era ritrovata a vagolare nei vialetti del cimitero, come al solito, mentre il brecciolino crocchiava sotto i suoi passi, e si sentiva trafiggere dagli occhi che affioravano dai ritratti dei morti.
Con la punta delle dita si era sfiorata il petto da uccello e aveva sentito pizzicare la lana del maglione sotto i polpastrelli infreddoliti.
Senza cuore, si ripeteva. Una bambina senza cuore e, sfiorandosi le costole, aveva avuto l’impressione d’una mancanza, la consapevolezza dolorosa di sprofondare in quel buco nero che si ritrovava in mezzo al petto e che aveva inghiottito il piccolo muscolo pulsante. Quel pugnetto di carne che chiamavano cuore.
Da allora, quella specie di difetto di fabbricazione le era rimasto impresso sul corpo, come il marchio su una carcassa di una bestia macellata. Un’escoriazione permanente.
In alcuni momenti rappresi, quando meno se l’aspettava, la sentiva ancora adesso. Appena una puntura accanto allo sterno, un indizio d’irrilevante dolore che non aveva cura, né lenimento. Una impercettibile trafittura che, qualche volta, le faceva puntare l’indice sul petto, come a grattare via una crosticina di pelle vecchia e fastidiosa. E, quando le succedeva, faceva finta di non badarvi. Scostava le tendine che puzzavano di fumo e buttava l’occhio sulla strada, oppure si metteva a pulire una ad una le mattonelle del bagno.
Ma se succedeva di domenica allora era un’altra storia. Non le bastava affacciarsi alla finestra e nemmeno spruzzare il lisoformio dappertutto.
Quella mattina si era svegliata all’alba, di soprassalto. Aveva sognato sua madre, ancora giovane, con la schiena appoggiata alla ringhiera del balcone. Le era di fronte. La madre sorrideva e lei le scattava una fotografia. Un controluce perché, alle spalle di sua madre, un sole rotondo come una grossa arancia spalmava le cose di un calore avvolgente e di una luce confortante.
Poi lei stessa era diventata sua madre. Avvertiva la gentilezza del sole sulle spalle e il cuore – perché a sua madre il cuore era concesso – pieno di attesa. Aveva sentito quella fiducia diventare un sentimento insostenibile fino a tramutarsi in una nostalgia crudele per quello stesso, preciso istante. Quasi il presagio che il futuro, in qualche modo, avrebbe impietosamente cancellato quella sospensione così indulgente.
Si era svegliata e aveva percepito i colpi duri del cuore dietro le costole. La nostalgia provata nel sogno le era rimasta incollata addosso.
Così, sotto la spinta del sogno, era andata a trovare sua madre anche se l’aveva vista appena due giorni prima. Giusto il tempo di varcare la porta a vetro del reparto e l’odore acre del disinfettante le si era insinuato nel naso sotto forma di una vibrazione di allarme. I muri bianchi e puliti davano continuità ad un’immutabilità garantita. Anche i visi delle infermiere che aveva incrociato percorrendo il corridoio sembravano dire, qui è tutto sotto controllo, non c’è nessuna variazione sul tema, le cose hanno precisione ed ordine, pulizia ed efficienza.
Sua madre era sulla sedia a rotelle. Dava la schiena alla porta della camera e guardava fuori dai vetri. Nel cortile di sotto l’unico movimento era quello dei rami stecchiti di un tiglio. Qualche foglia arrugginita ancora attaccata ai bracci più alti pencolava in un tremito affaticato.
Le si era avvicinata con prudenza, per non farla spaventare, ma sua madre era rimasta immobile. Neanche quando le aveva parlato piano, scostandole le ciocche bianche dal viso, l’aveva guardata veramente.
Sono tua figlia, avrebbe voluto dirle rivendicando un’identità di sangue, ma sapeva benissimo che non sarebbe servito a niente. La mente di sua madre, talvolta, era un deserto. A farle compagnia solo il fischio del vento. Altre volte, invece, era una soffitta nella quale si erano accatastati troppi oggetti che non possedevano più significato.
Si era limitata a sederle accanto, guardando anche lei fuori dai vetri. Aveva cercato di cogliere la direzione dello sguardo di sua madre in modo da poter posare gli occhi sulle stesse superfici, trovare così una specie di corrispondenza.
Standole vicino, aveva sentito il respiro malinconico e quell’odore da pelo di animaletto che servivano a sua madre per collocare i suoi confini col mondo. Le aveva sfiorato una mano sentendo sotto le dita una tessitura sottile di pelle, una consistenza di carta velina.
Ecco quello che resta, aveva pensato, ecco quello che resta di lei, questa carne vecchia, questo guscio rinsecchito. Un baccello legnoso e cavo.
Era rimasta a lungo ad osservare la corteccia guasta del tiglio, le nervature nodose che lo attraversavano e, solo dopo, si era accorta di avere ancora quelle dita inerti e arrese sotto le sue.
Per tutto quel tempo, aveva continuato a sfiorarle come se lisciasse un pezzo di velluto spiegazzato.
Poco dopo era andata via e passando per il cortile si era fermata accanto all’albero.
Aveva appoggiato i palmi sul fusto e quel tocco ruvido e ostile l’aveva sollevata, riaprendo una fenditura, uno spiraglio accettabile.
Una volta a casa, però, la domenica le si era dispiegata davanti. Ancora tutte quelle ore, prima che arrivasse il lunedì, e la fatica di farle passare. Aveva scostato la tendina e sbirciato fuori dalla finestra. La strada era pressoché deserta, le serrande dei negozi come bocche sigillate. Il tempo inesorabilmente rappreso in una fissità avvilente.
Alla fine aveva tirato fuori dall’armadio la scatola marrone, anche se aveva detto, o quantomeno pensato, che non l’avrebbe più fatto.
Era lì che aveva riposto ordinatamente le vecchie bobine dei filmini in superotto.
Aveva caricato il proiettore e chiuso le persiane. L’oscurità aveva avvolto tutte le suppellettili mentre lei sprofondava nella poltrona.
Il rettangolo di luce sul muro era rimasto a biancheggiare per alcuni secondi prima che la pellicola cominciasse a girare. Il movimento produceva un suono ovattato, un flap-flap tiepido, che le faceva pensare al battito leggero delle ali di una falena.
La sua faccia da bambina si era materializzata sulla parete, ripresa in un primissimo piano.
Era lei a quattro anni, e rideva.
L’immagine ballava un po’ rivelando una mano inesperta nelle riprese. Le sembrava di sentire il suono di quella sua risata. Un chioccolio di gola che le scopriva i denti da latte un po’ irregolari.
Poi la cinepresa staccava improvvisamente lasciando intravedere uno stralcio di stoppie, una striscia di prato malmesso, e si fermava sul viso, ancora giovane, di sua madre.
Anche lei sorrideva ma i lineamenti erano leggermente in ombra perché, alle sue spalle, un sole rotondo come una grossa arancia spalmava le cose di una luce morbida. L’immagine tremolante spariva per lasciare posto ad un pezzo di cielo e, subito dopo, riappariva lei bambina. Camminava osservando attenta il terreno, la braccia aperte come due alucce rattrappite. Sembrava seguire con i passi una linea retta.
Poi saltellava tendendosi in equilibrio su una gamba e faceva volteggiare le braccia intorno al corpo. Giocava con la sua ombra che si stagliava sbilenca sull’erba schiacciata e scarsa.
La ripresa proseguiva in un controluce suggestivo. La bambina diventava, essa stessa, una piccola sagoma nera appena sbozzata contro un cielo piatto e bianco.
Sul muro, le immagini erano scomparse ed era rimasto solo il rettangolo slavato di luce.
Il fruscio lieve della bobina che girava a vuoto continuava a sembrarle un battito di ali, il volo scomposto di un insetto che non trova la via di fuga e seguita, ottusamente, a sbattere contro un vetro.


