Fu il taglio dell’acacia a recidere il cordone, e dove prima c’era un vapore giallo, il nido dei merli, dei pettirossi e l’allegria, subentrò l’arroganza del vuoto.
L’assenza è un ingombro, si ritrovò a pensare Faith. Le sembrò un paradosso d’una violenza intollerabile. Eppure era così. Lo era in maniera palese. La primavera, da sempre, prendeva corpo nel profluvio di infiorescenze gialle e lei ci tuffava carezze d’occhi che compensavano, con un ringraziamento muto, la bellezza. Nei giorni dal cielo spento, il moto ondivago dei rami dell’acacia sembrava sussurrarle di confidare nell’attesa. Faith legava l’invisibilità d’un filo tra lei e la pianta e quel filo si dipanava docile per le strade, durante il suo percorso di passi soliti e tenaci.
Era una piccola forza, a ben guardare, collocata nell’esercizio della volontà, un allenamento pervicace contro l’afflizione, l’acqua da dispensare ad un sorriso per farlo fiorire lieve sulle labbra, disserrarle da quella contrattura che suggeriva un’attitudine alla resistenza.
Un soldatino, era Faith. Se lo diceva fra sé e sé, come se si osservasse da una prospettiva estranea, in lontananza, posando lo sguardo sulla sua schiena dritta, tenendo fede a un’andatura di misura e di costanza. Se lo ripeteva nell’atto di allineare i lapis l’uno accosto all’altro, le punte rivolte all’insù, di fronte a sé, sul tavolo. I rami dell’acacia si erano fatti, nel tempo, sempre più vicini ai vetri della finestra sulla parete opposta, e in quella stanza tanto bianca e disadorna rappresentavano il punto esatto su cui arpionare gli occhi, se il grigio del cielo diventava liquido e si attaccava, come una peste, alle suppellettili e al corpo di Faith, uniformando qualsiasi sfumatura di sostanza o sentimento.
L’acacia era la saracinesca che chiudeva l’inverno al buio, lo allontanava nel momento in cui cominciava a pesare sulle spalle. Accadeva quando l’albero si picchiettava di gemme, nel preludio dell’esplosione di colore che sarebbe sopraggiunta a definire il confine, o la rottura.
A Faith piacevano molto le terre di mezzo. Erano quelle delle struggenti nostalgie, luoghi nei quali i contorni delle cose si stemperavano, perdevano l’aguzzo degli spigoli. Territori invasi dall’indulgenza di una foschia perenne che rendeva dolce qualunque incertezza e il dubbio per niente spaventevole.
Era il medesimo spirito che ritrovava nei suoi sogni. E fu con un sogno che si annunciò il giorno della morte dell’acacia. Un sogno che non aveva nulla di nefasto. Tutt’altro. Parlava d’amore, quel sogno.
Faith si era svegliata con un rammarico fra le dita, e la percezione di quell’acqua limpida e sincera nella quale non avrebbe mai smesso di voler fluttuare. Avrebbe voluto continuare ad abbandonarsi ai baci che le consegnava l’uomo sconosciuto, ma che le pareva, chissà per quale strambo motivo, di conoscere da tutta la vita, che divideva con lei quell’acqua. Aveva un viso affilato, lui, reso ancora più magro da una barba rada e scura. Faith aveva sentito sulle sue guance la tenera tessitura delle labbra, solcato con un dito le rughe ai lati della bocca. Erano due creature acquatiche che esploravano i loro corpi in una lentezza d’armonia. Li commuoveva, entrambi, l’assoluta mancanza di perfezione nelle carni, la pelle non più tesa, una mappa di cicatrici e nei – su ognuno la devozione di un bacio – e la resa nel mostrarsi vulnerabili, vecchi e mortali, nell’abbraccio comprensivo dell’amore. Era un battesimo, quel sogno. Avrebbe potuto dar loro un nome nuovo, spazzare via tutto il grigio dal cielo per affidarsi unicamente alla verità dell’acqua e dei loro corpi nudi al tocco.
Fu un sentimento di commozione, dunque, quello del risveglio e d’una perdita che aveva in sé l’ingombro di una mancanza. Sembrò, a Faith, che quel giorno cominciasse monco, con un vuoto da riempire, un braccio amputato, una sconfitta.
Per questo non pianse quando li vide all’opera, le motoseghe sibilanti a recidere, uno dopo l’altro, i rami, resecare il cordone.
Cadevano al suolo, quei rami, producendo uno sbuffo di fogliame. Si accatastavano affastellati in un cumulo di bambagia gialla e verde. L’aria, attorno, era satura di un che di dolciastro e Faith pensò che forse era così che si annunciava la morte, trovando una strada attraverso il naso.
Li osservò per tutto il tempo, fino a quando si occuparono del tronco flessuoso, simile al collo di una bella donna, il verde d’una laguna nella macchia.
Venne tranciato in grossi blocchi tozzi, ancora stillanti linfa, inservibili perfino come legna da ardere.
Faith non chiese il perché. Si rese conto che qualsiasi risposta avesse ottenuto le sarebbe giunta al modo di un insulto.
Fissò a lungo il vuoto lasciato dall’acacia. Le parve di scorgere, là, dove un tempo affioravano radici, il volto dello sconosciuto, le guance magre, la resa dentro quegli occhi notturni e scuri.
Si sfiorò la tempia, con l’indice tremante, cercando una traccia di quei baci che portavano fino a lei la verità dell’acqua e pensò a tutto lo spazio, l’infinito spazio, di cui necessita un’assenza.


