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[nec tecum nec sine te]

Parola di lumaca sul niente di una foglia? Non è la mia. Non ti fidare. Acido acetico in latta sigillata? Non ti fidare. E' roba adulterata. Un anello d'oro con dentro il sole? Bugie. Bugie e dolore. (Sylvia Plath)

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Natale è passato

Sudava Michele.
Quattro giorni di licenza, lontano dalla caserma, dalle brande, dalle guardie.
Si muoveva, buttando gli occhi inquieti intorno, sulle cose e su di noi allo stesso modo, e sudava.
Una brina di rugiada, lieve come organza, ad imperlargli il labbro superiore.
Eppure, in quel momento era bello. Anzi, bellissimo.
Come un granatiere, avrebbe detto la nonna, se solo l’avesse potuto vedere.
E’ tardi, dobbiamo andare, diceva Michele rivolgendosi a Clelia, che era venuta in macchina con lui. Ma lei faceva sì, sì, con la mano, tra un po’, sussurrava elargendogli un sorriso caramellato, e sembrava una mamma che blandisce un bambino annoiato.
C’era molta confusione in quella stanza. Tanta gente. Due giorni a natale, e auguri, auguri anche a te, pacchi e pacchetti che passavano tra le mani. Riverberi di carte argentate. Riccioli di nastri.
E lui continuava a dire, è tardi. Ma nessuno di noi lo sentiva.
E nessuno di noi poteva neppure immaginare quanto fosse, davvero, tardi.
Io lo notai il suo sudore. Quel velo sul labbro superiore, lucore d’albume, che lui, nervoso, tirava via con l’indice in un gesto di misura.
Ricordo che pensai che avrei voluto passargli, io, un dito sulla pelle e che, non so perché, la immaginai fredda come quella di un serpente. Vidi pure il tremito delle sue dita lunghe, che si avvolgevano attorno a un nastro arricciato di un pacchetto. Un nastro rosso decorato con orsetti e ghirlande.
Poi qualcosa mi distrasse, un abbraccio, lo scintillio delle luci sull’albero, chissà, e non feci più caso a lui, per il resto della sera.
Lo incrociai solo alla fine, durante i saluti, e mentre baciavo la sua guancia sudata, assaporai una brina vetrosa sotto le labbra, un guizzo di nervi.
Non sapevo, in quel momento, che quella sarebbe stata l’ultima volta che l’avrei visto.
Ci sono dei momenti che quando accadono non gli si darebbe due soldi. Momenti come gli altri. Normali. Poi la memoria, tra tanti, li sceglie e li esalta. Diventano essenziali. Come un ponte o un valico. Un passaggio tra un prima e un dopo.
Ma ero triste, allora. Durante quella sera in cui Michele sudava, tra tutta quella gente, in quella stanza. Rattoppavo sorrisi d’emergenza, mentre cullavo una lontananza da tutto. E pure il sudore di Michele finì ingoiato dall’egoismo del dolore. Il mio.
Catturò l’attenzione di un istante, poi la porta di chiuse sulle sue spalle da granatiere ed io, semplicemente, lo dimenticai.
La mia lunga storia con Maurizio era arrivata al capolinea. Vattene, mi aveva detto appena una settimana prima, ed io non me l’ero fatto ripetere. Ero salita su un treno e avevo tracciato una distanza di chilometri. Che non sarebbe bastata.
Vattene, mi aveva detto, con un tono di voce cattivo, quasi scacciasse un cane randagio che gli si accostava al velluto dei pantaloni.
Ero tornata nei luoghi della mia infanzia, ma non per cercare conforto. Semplicemente perché non avevo altro posto in cui tornare.
E quella sera, in mezzo a tutta quella gente, e natale dietro l’angolo, perdevo pezzi.
Qualche giorno prima della partenza avevo sostenuto l’esame di Fisica. Il professore, di cui avevo frequentato l’intero corso, era un uomo di poche parole. Mi tenne inchiodata alla sedia per un’ora. Solo alla fine, dopo avermi dato il voto, mi chiese ragione della mia faccia. Non gli tornava lo spento degli occhi.
Dignità, poi mi disse, guardandomi serio.
Dignità, mi ripetevo, osservando il paesaggio sfilare veloce dietro al finestrino del treno, farsi macchia indistinta.
Come un mantra, una preghiera che si produce senza convinzione, in un moto meccanico di labbra e non penetra. Una chiazza d’olio su uno specchio d’acqua.
Quando eravamo bambini, io e Michele, andavamo a caccia di lucertole.
Ci sbucciavamo le ginocchia, cadendo. Avevamo corpi duri, ossa aguzze, tese nell’allungo. Facevamo a gara a chi avesse più cicatrici da mostrare. La nonna ci preparava il pane con l’olio cosparso da un velo di zucchero bianco che, sotto ai denti, era sabbia dolcissima e consolava. I granelli e l’unto ci restavano appiccicati alle labbra, come un velo di sudore brinato, un’impressione di gelo.

Passò qualche mese da quella sera prima di natale.
Ognuno dei presenti in quella stanza, aveva ripreso le proprie destinazioni.
Io ero ritornata nella stessa città di Maurizio, lontana dalla mia, ma avevo cose in sospeso, l’università da finire.
Mi ero sistemata in una stanza poco distante dalla facoltà. La signora che me l’affittò era un tipo discreto, ed io le davo ben poco fastidio. Studiavo, studiavo. Volevo solo finire quanto prima, e andarmene via.
Quando uscivo per strada, camminando, fissavo solo l’asfalto corroso del marciapiede, la misura dei miei passi, perché mai, mai, avrei voluto incrociare gli occhi di Maurizio, anche solo per caso.
Cercavo di riattaccare tutti i miei pezzi e mi ripetevo dignità.
Poi una sera squillò il telefono.
Era Caterina, mia sorella.
Michele è morto, disse.
Me lo disse così, senza giri di parole, puntando un’arma e tirando il colpo. Ma non ci fu nessuno sparo. Solo un pianto muto assorbito dal ronzio dei fili elettrici.
Tornava in caserma da una licenza, Michele. Ma in caserma non s’era presentato perché dal treno non era mai sceso. Lo trovarono i finanzieri che effettuavano il controllo dei documenti alla dogana francese.
Chiuso in un cesso del treno.
La faccia riversa sullo zaino militare.
L’ago ancora nella vena.
Qualche notte dopo, feci un sogno. Sognai Michele.
Aveva un viso sofferente. Il sudore raggrumato, in minuscole perle, sulle labbra livide. Dal suo corpo esalava come un vapore. Sembrava affiorato da un’acqua gelida, da uno stagno notturno. Addobbava un abete. Con le sue dita lunghe metteva sui rami luci e sfere trasparenti, capelli d’angelo. Io mi avvicinavo e disfacevo quanto aveva appena compiuto.
Lui mi guardava sconcertato. Io, impassibile, gli annunciavo che natale era passato.

Da bambini, avevamo corpi duri, e labbra cosparse di granelli di zucchero, come un velo di sudore brinato. Un’impressione di gelo.

(pubblicato su Latribunaonline del 30 maggio 2007)

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