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[nec tecum nec sine te]

Parola di lumaca sul niente di una foglia? Non è la mia. Non ti fidare. Acido acetico in latta sigillata? Non ti fidare. E' roba adulterata. Un anello d'oro con dentro il sole? Bugie. Bugie e dolore. (Sylvia Plath)

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Moonriver

Cora. Si chiamava Cora e Sam la incontrò una notte di qualche tempo fa, perché solo di notte si incontrano gli angeli, oppure, foss’anche di giorno, unicamente allo scoccare di una certa ora che nessuno sa però dire quale sia.

Se facciamo un passo indietro è possibile che la sorprendiamo di spalle mentre fruga, con quelle piccole manine bianche, nei cumuli degli stracci e tra mucchi di scarpe dismesse nei sotterranei del sanatorio. Ha l’espressione concentrata di un roditore quando si accinge a rovistare tra quei cenci aggrovigliati, dai quali esala un odore di disinfettante e creolina. Dal monticello di scarpe, invece, si spande un effluvio che ricorda il cartone e, assieme, qualcosa di acre, come bitume appena steso.
Fruga, fruga. In realtà non cerca niente. In realtà, fruga per frugare perché lì sotto, alla luce intermittente dei neon fulminati, sotto la condensa che gocciola dalle grosse tubature dell’impianto di areazione, non c’è altro da fare. Da quando hanno chiuso i cancelli e le pesanti porte di alluminio anodizzato non le sembra più possibile raggiungere i reparti. Fissa il soffitto bianco, spellato in più punti dall’umido. Osserva le croste di intonaco che vengono via e che ogni tanto cascano con un fruscio di foglia sul linoleum consunto, e conta i passi, i suoi e quelli degli inservienti al piano superiore, ascolta il clangore attutito dei carrelli portavivande, il ronzare delle ruote di gomma delle sedie a rotelle, dei carrelli dei farmaci. Pensa al letto rimasto vuoto, quello all’angolo, accanto alla grossa vetrata che dà sul giardino interno. C’era sua madre, una volta, là. Con le mani macchiate dalla vecchiaia, le vene in rilevo, stropicciava per ore ed ore il grezzo tessuto delle lenzuola inamidate, fino a scorticarsi i polpastrelli e coi suoi occhi acquosi setacciava il prato proprio sotto le finestre canticchiando con una voce ch’era uno sfiato d’aria

“Moon river wider than a mile,
I’m crossing you in style, some dayyyy…
“

Sempre lo stesso verso. Sempre le stesse parole. Le ricorda come fosse adesso, mentre affonda le mani in quella catasta di stoffe puzzolenti e sudice. Malgrado il gocciolio incessante che proviene dai tubi sul soffitto o il veloce scalpiccio di qualche topo che zampetta veloce lungo il perimetro dei muri, lei sente quel filo di voce che incaglia sugli stessi versi come un disco rigato.
Si ritrova a stringere un paio di pantaloni di tela che le dicono che Jack ha tossito fino a sputare i propri polmoni. Una camicetta di piquet di un bianco ingiallito che le dice che Beth ha sussurrato qualcosa di incomprensibile poco prima che il suo fegato le esplodesse nell’addome. Un soprabito di tweed tutto spiegazzato si mette a urlare Bobby, oh, Bobby, prima di finire di nuovo nella pila di indumenti. Ma a lei, tutte queste informazioni, non interessano. Fruga per frugare, tanto per fare qualcosa, perché il tempo non passa mai sotto quel lercio sotterraneo, e le sue ali hanno un aspetto misero e trascurato, le piume tutte arruffate dall’umidità e dalla mancanza del sole e della luce naturale.
E’ quando afferra una camicia da notte color lavanda, a piccoli fiorellini azzurri, che sente la voce arrochita dalla polmonite cantare Moon River.
Se fate attenzione potete vedere, ora, con quanta cura strappi la camicia ricavando lunghe strisce di tessuto color lavanda a piccoli fiorellini blu e con quanta premura le avvolga attorno alle sue alucce scarmigliate. Le benda strette, in modo che aderiscano al busto senza alcun rilevo evidente. Poi si infila il soprabito di tweed che continua ad urlare Bobby, oh, Bobby, calca in testa un cappello che le dice che il sangue di Sean è diventato acqua, si arrampica sulla catasta di vestiti mormoranti e divelle una delle grate che portano al giardino del sanatorio. Alza appena lo sguardo a sfiorare la vetrata del primo piano e, perfino al buio, nota lo sporco sui vetri. Non ha più alcuna voglia di salire su, ai reparti. Ha solo voglia di camminare. E camminare. E camminare. Varca il cancello dischiuso e raggiunge la strada deserta.
Se prestiamo attenzione la vediamo, ora, mentre percorre la città, con le luci che riverberano sui marciapiedi bagnati. Respira. Respira tutta l’aria che può e le alucce costrette le fanno un poco di solletico sotto il tweed del lungo cappotto.

Sam era appoggiato con le spalle al muro, proprio fuori all’Harrods bar, così tanto per passare il tempo, la notte del loro incontro. Corse appresso a quell’ombra sfuggente e le tamburellò sulla schiena. Affondò le dita in qualcosa di soffice e disse Bobby, oh, Bobby.
Cora, gli fece lei, mi chiamo Cora.
Scusi, disse Sam, l’avevo scambiata per un’altra persona, e si chiese cosa diavolo ci facesse, quella gobba, infagottata nel soprabito di Bobby che era da un bel po’ che non si faceva vedere più in giro. Si ripromise di chiederglielo non appena l’avesse incontrato e, lentamente, si alzò il bavero della giacca, mise le mani in tasca e si avviò verso casa, canticchiando.

“Moon river wider than a mile,
I’m crossing you in style, some dayyyy…
“

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