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[nec tecum nec sine te]

Parola di lumaca sul niente di una foglia? Non è la mia. Non ti fidare. Acido acetico in latta sigillata? Non ti fidare. E' roba adulterata. Un anello d'oro con dentro il sole? Bugie. Bugie e dolore. (Sylvia Plath)

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Lis monts

La sua pelle era una trama fina. Carta di riso sembrava. Sembrava dovesse sfaldarsi, se toccata dall’acqua. Il corpo lo raccoglieva tutto sotto il lenzuolo. Rannicchiato. Un insieme d’ossa aguzze, spigoli, increspature. Era un corpo azzurro, cosparso di muffe nei luoghi segreti, pieno di caverne, e di fossi. Dormiva moltissimo. Io penso sognasse. Ma forse mi piace immaginarlo, e forse no, non sognava affatto. Si calava di peso in un fumo opaco, come se nella sua testa divampasse un incendio permanente. Gli occhi erano acquatici, due pozze umide prive di confini definiti. Guadava tutto senza vedere niente.
Poi urlava. Era il tempo della veglia, l’urlo, e il lamento. Non spaventava nessuno. Soltanto se stessa e, qualche volta, il cane.
[sono il cavallo del palio. schiuma alla bocca. colpi di frustino. cadute. cadute. e così poco spazio. attorno la folla affamata pretende la sua razione di sangue]
Pensava a questo? A questo pensava?

Sotto il cavalcavia camminavo veloce nel buio e l’uomo accostò l’auto. Disse qualcosa, ma io non lo capii. Prego? Chiesi avvicinandomi allo sportello. Così dissi! Da non crederci. Da non credere quanto fossi stu-pi-da. Lui mi fissò è mi disse ora ti sparo.
Lei continuava ad urlare. Perfino da così lontano non potevo fare a meno di sentirla, come se avessi l’udito di una lupa.
[non so. faccio pensieri strani. strani, li faccio.]
Qualcosa è divampato anche nel sogno. Anche stanotte. L’ho chiesto in prestito a lei e non c’era fumo, nemmeno un filo ce n’era. Una chiarezza disarmante, piuttosto. Piccole sfere luminescenti in una galleria cupa. Voglio fare la maestra, diceva la donna. L’accontentavano – mica costava niente, era un incedere veloce – solo che lo trovavo sba-glia-to, avere la possibilità di cambiare tutto quanto, e ricominciare da dove si era lasciato.
Lei non l’avrebbe fatto. Ne sono sicura. E’ per questo che ho sorriso, stamattina, e l’ho fatto solo per me, allo specchio.
[una vera d'oro mi ha lasciato, e un nome. in ogni caso, qualcosa di consunto. un'eredita' fragile. sulla lamina sottile del metallo l'incisione di un tratteggio.
solo questo il suo piccolo passaggio. una memoria effimera, che nessuno vuole sopportare]
La incontrai una notte. Erano passati molti anni, ormai, da quando era andata via per sempre. Volle che avvenisse in una palude. E, assieme, mi volle bambina. Attorno era una sinfonia di verde, uno scenario vietnamita, pensai, benché fosse solo un’impressione e null’altro. Montagne, un fiorire di vegetazione, alberi, moltissimi, quasi una giungla alle spalle. Potevamo essere ovunque, e soprattutto eravamo in nessun luogo. L’acqua, quella, predominava, e ci avvolgeva. Non mi sembrò cosa da poco, però nemmeno un’allegria di rinascita. Era acqua ferma. Non fluiva. Tratteneva, piuttosto. Lei ne era immersa fino alle ginocchia, io, bambina, fino alla vita. Il fondale limaccioso avviluppava i miei piedi, (un’inevitabilità? un abbraccio della terra dei morti?) e un verde minerale sovrastava il resto.
Potrei mentire adesso, (è passato tanto di quel tempo, che importanza avrebbe?)
Ne sarei capace, ma non avrebbe senso, e poi già ora, già così, io sto dicendo per me: tutto ciò che si ricorda non è altro che un filtro d’invenzione, la vita diventa quella che abbiamo pensato fosse, e non quella che è stata (per me e in quel momento, giacché se dovesse raccontarlo lei avrebbe altro suono, ne sono certa, tutto si trattiene in un diverso sentire, quando mai i cuori possono sintonizzarsi nella stessa realtà, me lo sapete dire voi? tutto, tutto diventa come sognato dagli angeli, la memoria è un tesoro effimero e cangiante, sogno e vivo, muoio e vivo, un ciclo di visioni che sfocano e mutano in un lento divenire di menzogna, perché nulla si sa mai, neppure quello che pensiamo di sapere, così ingenui da mescolare ciò che si è vissuto a ciò che si è solo letto, guardato, sognato, immaginato, e tirarne fuori un amalgama indistinto che ci ostiniamo a chiamare “io”).
Dunque, dicevo che l’acqua ci tratteneva assieme. Osservavamo lo stesso punto indefinito, davanti a noi, come a fissare un obiettivo immaginario. Lei mi teneva stretta la mano destra, con la sua sinistra si cingeva il solco del ventre – lì, lo so, era sopravvissuto al tempo, il suo indicibile segreto, lì lo serbava caparbia, mentre quello, vorace, le scavava le viscere prosciugandone l’essenza – .
Io, a mia volta, tenevo per mano un’altra piccola me, identica nelle fattezze, solo una miniatura, forse che, per giungere a quell’appuntamento inaspettato, avessi avuto bisogno di un sostegno seppure di così poca prestanza. Nel contempo, osservavo, se possibile, tutto ciò da molto lontano, (scusatemi, mi rendo conto che è un avvitamento, un’immagine che si sostiene male con la sola forza della ragione, ma qui siamo in altro territorio, dovreste provvedere a usare un occhio meno raziocinante, un guardare altro, ma solo se volete, se vi interessa farlo), ancora un’altra me, stavolta adulta, dietro l’obiettivo immaginario.
Le tre figure immerse nello stagno avevano occhi uguali, d’una trasparenza che rifrangeva il verde, ma in un colore indefinito (non verde, non grigio, non azzurro, un non-colore), e dicevano la stessa muta tristezza. Non era bello a vedersi. Quello sguardo triplicato, amplificato da una quantità d’iridi identiche e sperse, diffondeva come una peste, arrivava fino al mio corpo e vi aderiva, non mi dava scampo (ve l’assicuro, non c’era via d’uscita, benché qualche sprovveduto dica in modo ottuso che deve esserci sempre, che sempre si trova un modo, non è vero, purtroppo non lo è).
Ecco, io ora ricordo che a quel punto mi svegliai piangendo (che non è un modo per tirarsene fuori, non è aprendo gli occhi su quello che resta, dopo, che si può dire è passata. no, non funziona così).
Lei non mi aveva parlato. Neppure quella volta m’aveva detto niente. Si era limitata a serrare la mia piccola mano, in quell’acqua così ferma, in mezzo a tutto quel verde sconfinato, e a costringermi, senza usare altra arma se non l’amore, a guardarmi, per un momento, uno solo, nella mia infanzia divina.
Alla fine decisi di andarla a cercare.
Era figlia di Celti, arrivata da una terra di confine, serrata alle spalle da montagne rosa, – lis monts -, un ricamo di grotte e di forre, l’abisso che si portava nel cuore, boschi di larici abitati da volpi e allocchi, covoni di grano e fumento, freddo, freddo e sibilo del vento.
Non portai molto con me, a parte il suo anello sottile all’anulare ed il desiderio di ricomporre le orme dei passi di quand’era ragazza. Molte volte, nel tempo, e in questi ultimi giorni così spesso, mi sono ritrovata a pensare che solo quarant’anni fa, gli elettrodi alle tempie li avrebbero messi anche a me. Che ha avuto la disgrazia d’un’epoca sbagliata, che bastava niente per dire così non va, e altro che psicoanalisi, si finiva dritti con le camicie di forza [tiravano, vero, quei lacci?], o sui lettini di contenzione [stringevano quelle cinghie?], le scosse elettriche a cancellare un dolore indelebile, a bruciare ogni memoria [il tuo corpo, dimmi, era quello di una marionetta? mordevi il cuoio del laccio, dimmi, come una bestia, ti trattavano? dimmi, dimmi, ti prego].
Arrivò da una terra bellissima, dove le donne hanno occhi di un colore che non si può definire, e forza, e risate da sirena. Così arrivò fino al mare [non lo sapevi che anche lì, in quel blu, è ancora abisso, e sotto tutta oscurità, e tu che avevi già quel buco nel cuore, niente ci voleva che l'acqua lo riempisse, niente c'è voluto].
Ho percorso sentieri e trovato molte tracce. I tuoi occhi si confondono con questa terra, ne assorbono il colore, mi dissero in quei giorni, ed era vero, mi sembrava ca-sa.
E alla fine le ho parlato.
E’ stato fuori le mura di quella pieve, sotto ai miei piedi lo strapiombo, e sopra il cielo, con gli alberi che svettavano lungo il fianco della roccia, e l’aquila, in alto. Lì ho sentito il suo respiro intatto. Nessun grido. Nessun lamento. Solo il sibilo del vento.
Ho detto il suo nome, ed ho detto il mio, allo stesso modo, nello stesso momento.
Non avevo paura.
Mi sembrava molto naturale. Mi sembrava giusto che la sua mano mi passasse tra i capelli e che l’aquila, proprio lì, e proprio in quel momento, continuasse a volare, alta. L’ ho riportata dov’era giusto che tornasse. Alle montagne. Le sue. Lis monts, li avrebbe chiamati lei, guardando oltre le cime, il cielo.

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