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[nec tecum nec sine te]

Parola di lumaca sul niente di una foglia? Non è la mia. Non ti fidare. Acido acetico in latta sigillata? Non ti fidare. E' roba adulterata. Un anello d'oro con dentro il sole? Bugie. Bugie e dolore. (Sylvia Plath)

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La mia amica sembra un bambino

La mia amica sembra un bambino. Ha un corpo piccolo piccolo, e qualche volta piange. Non lo fa per un motivo in particolare, piuttosto per abitudine.

Ogni tanto mi dice, mordimi il cuore.

Lo dice con una vocina sottile ed insistente e, quando succede, a me viene un prurito circoscritto. Alle mani. Ho l’impressione che lei avanzi quella petulante richiesta per sentire un dolore che dia un senso al suo pianto. Vuole addossarmene la colpa. Vuole dire, dopo, io piango per te, o, ancora meglio, io piango perché mi hai ferita.

A me non sta bene questo suo giochetto perverso e, anche se ogni sera mi limo i canini per renderli più aguzzi, e ne osservo il quieto luccichio nello specchio del bagno, non le do mai la soddisfazione di assecondare la sua pretesa.

Mi dice anche, se solo tu lo volessi, mi taglierei un braccio, per te.

Ma io, in verità, non saprei davvero cosa farmene di un braccio in più. E del suo braccio, per giunta, così corto e magro, come quello di un bambino.

A cosa mi potrebbe servire? Ci penso un po’ su mentre mi metto a pulire due chili di cozze per preparare un’impepata. L’acqua scorre sui gusci neropetrolio, ed io con lo spazzolino di ferro ne gratto via le incrostazioni marine. Le gratto via con cattiveria mentre penso a lei che, per me, si taglierebbe un braccio.

Stacco qualche patella che si abbarbica ai mitili più grossi e scopro strani organismi biancastri che sembrano pulsare indifesi, privati della loro corazza.

Senza pietà, gratto via col coltello queste inutili escrescenze mollicce, e spero, fra me e me, di non pescare nel piatto proprio le cozze che mantengono sul carapace il marchio del parassita.

Saremo in tanti a cena, stasera. Perciò mi auguro che capitino nel piatto di qualche altro commensale, ignaro di quest’estirpazione rabbiosa e ferina, che ora, invece, si imprime dentro la mia memoria.

Certo, lo so che sarà un ricordo transitorio, ma resisterà abbastanza vivido per qualche giorno, il tempo necessario per permettermi l’insorgenza di una nausea perenne nei confronti di questi succulenti molluschi. Mi dispiacerebbe molto non riuscire più a mangiarne, ecco tutto.

Allora mi concentro sull’acqua che scorre dal rubinetto e rifletto su quello che la mia amica, così simile ad un bambino, mi ha detto qualche giorno fa.

Quando si incontra una persona come te, lei mi ha detto, dopo non si può più vivere senza.

Mi è sembrata un’affermazione parecchio sconveniente. Quantomeno fuori luogo. La frase di un amante che presagisce che lo stai scaricando, e si difende.

All’inizio mi ha fatto venire alla gola una specie di nodo doloroso ed ho dovuto deglutire forzatamente per riuscire a scioglierlo.

Poi l’ho guardata.

Ho guardato la mia amica.

Ho guardato fisso la sua faccia da bambino ed ho capito che l’aveva detto così, tanto per fare. Non saprei nemmeno io spiegare bene come abbia fatto a capirlo. Semplicemente non ci ho creduto, ecco tutto.

Lei se n’è accorta e, tanto per non cambiare, ha cominciato a piangere.

Quando piange, rivolge la faccia al muro e si chiude nelle spallucce strette. Lo fa sempre, e sempre allo stesso modo. Le spalle si alzano e si riabbassano in un movimento sincopato. Sembrerebbe quasi che stia lì a ridersela se non fosse per quello squittio sommesso che produce. Da quello si capisce che è un pianto. Il pianto di un bambino un po’ timido, che vuole attenzione, ma non ha il coraggio di chiederla. E nemmeno l’umiltà.

Io non so mai cosa fare, in questi casi.

Una volta ho provato a toccarle una spalla. L’ho appena sfiorata, percependo una leggera ripugnanza, come se stessi toccando qualcosa di infetto, ed ho sentito una scossa. Non so bene se quell’elettricità provenisse dal mio corpo o dal suo. Piccolo corpo da bambino elettrico. No. Proprio non ho saputo distinguerlo. Però, la mano, l’ho ritratta subito, all’istante, e l’ho strusciata sulla tela dei miei jeans cercando di cancellare quel contatto. La pelle ha continuato a formicolare per qualche minuto, il tempo che lei ci ha messo per girare il viso verso di me e guardarmi con quegli occhi inzuppati. Tirava su col naso, una specie di piccolo risucchio piuttosto disgustoso, e con le dita sottili, quelle di un bambino, si levava via le lacrime dalle guance appiccicose. Sembrava quasi che avesse il viso ricoperto da una pellicola trasparente ed unta.

Non mi piaceva vederla in quello stato, così le ho porto un clinex. Nel prenderlo, però, mi ha sfiorato le dita con le sue, viscose e umide, contaminate da muco e pianto, ed io ho sentito che avrei potuto vomitare. Ovviamente non l’ho fatto. Ho resistito ed ho continuato a fissarla mentre lei toglieva via tutto quel bagnato dalla pelle, arrossandola con gesti bruschi e sgraziati. Dopo, in un modo goffo che mi è parso quasi comico, si è tirata su la maglietta. Una maglietta della Guru. Ho visto la margherita accartocciarsi nelle pieghe del cotone ed è spuntato fuori il suo petto bianco. I suoi seni minuscoli e spauriti dai capezzoli raggrinziti che sembravano accusarmi.

Mordimi il cuore, ha detto la mia amica, con l’indice puntato contro il suo sterno, come se volesse indicarmi la strada giusta.

Io ho sentito i miei canini affondare nella mucosa del mio labbro inferiore. Dopo, il sapore del sangue. A quello degli altri, preferisco il mio, e questo succede da sempre, che io mi ricordi.

Mentre la guardavo negli occhi, con le mani le tiravo giù la maglietta e, sfiorandole il petto, ho intuito il ritmo dei battiti del suo cuore. Un uccellino imprigionato che picchiava furioso contro quelle costole sottili.

Mi sono chiusa la porta alle spalle ed ho sentito che aveva ripreso a piangere.

E’ per questo che ora, quando succede, io non so cosa fare. E’ per questo che, di solito, non faccio proprio niente.

I gusci neropetrolio delle cozze, adesso sono splendidi e splendenti. Così, tutte sparse contro il bianco della porcellana del lavello sembrano tanti scarafaggi. Le raccatto tutte, sassi di un pianeta sconosciuto, e le metto nello scolapasta. Lo scuoto per far cadere l’acqua residua e sento un chioccolio piacevole. I gusci che sbattono l’uno contro l’altro mi ricordano i numeri di legno del cestino per la tombola.

Rivedo mio nonno, a capotavola, mentre lo sbatte e lo fa ruotare, in qualche lontana vigiliadinatale, e noi nipoti lì, a fissarlo a naso per aria, con il nostro fagiolo secco tra le mani, nell’attesa del numero sul quale piazzarlo.

Tutto ciò, per qualche minuto, mi distoglie dal pensiero della mia amica, e mi regala una tregua durante la quale riesco persino a pregustare il sapore pepato delle cozze che tra qualche ora mangerò.

Lei non l’ho invitata, stasera.

Quando viene alle mie cene, gli altri ospiti diventano sempre tristi. E’ che non sono abituati a vederla con la faccia al muro. Non riescono a staccare lo sguardo da quelle spallucce strette che seguono il ritmo del suo pianto. Se sentono che tira su col naso, poi, nemmeno riescono più a mangiare. Io non ci faccio più caso, e nemmeno le do peso. Continuo a fare come se niente fosse e, allora, sento il giudizio degli altri calarmi addosso. Guardano le spalle della mia amica, le spalle di un bambino, e dopo guardano me. So bene cosa pensano. Pensano che lei pianga per colpa mia così, anche se il cuore non glielo mordo mai, davanti agli altri lei riesce sempre nel suo intento.

Francamente è imbarazzante.

Così preferisco che non ci sia. Per non prendermi colpe ingiuste oltre a quelle, legittime, che ho già. Ma il suo pianto, proprio no, quello non lo voglio scontare.

Spero che non se ne accorga che stasera sono con altre persone fra le quali lei non è inclusa. Se dovesse succedere sarebbe un vero dramma poiché la mia amica è gelosa come un bambino.

Lei mi dice, quando hai salutato quellalà hai fatto un sorriso troppo largo, oppure, nel caffé di quellolì metti sempre un cucchiaino di zucchero in più.

Lei osserva ogni piccolezza dei miei gesti e tutto quello che va agli altri, per lei, diventa subito mancanza. Qualcosa che le viene negato, a cui deve rinunciare malvolentieri.

Vorrei liberarmi da questa sua esclusività ossessiva e lo sto facendo piano, in modo che questo processo possa passare inosservato.

Sempre più spesso, ormai, stacco il telefono, spengo le luci delle stanze che danno sulla strada, e le mie cene assieme agli altri le tengo in cucina, poiché, la cucina, si affaccia su una chiostra interna, non visibile dalla sua postazione usuale.

Perché lo so, dove si piazza, di solito, la mia amica per spiarmi.

Nascosta nel buio, attraverso le stecche delle gelosie, guardo in basso, sul marciapiede di fronte e la vedo là, rannicchiata sotto il lampione dirimpetto al mio palazzo. La luce gialla le cade cruda sulla faccia, quella faccia tonda da bambino, e sembra che sotto gli occhi abbia due semicerchi neri, che ingoiano le pupille e le fanno scomparire dando al suo viso un aspetto spettrale.

Ma quel corpo da bambino, piccolo piccolo, stempera l’inquietudine e la luce gialla schiaccia al suolo la figurina facendola sembrare ancora più fragile.

So bene che guarda verso le mie finestre aspettando, come un cane sperso, che io torni a casa, solo per dirmi, con quella sua vocina petulante, lo vuoi il mio braccio? che dici, me lo taglio?

Una volta una mia vicina ha chiamato i vigili perché, in piena notte, la mia amica, rivolta alle mie finestre ha cominciato ad urlare ininterrottamente.

Mordimi il cuoreee, urlava, e non la smetteva più.

Lo urlava come se recitasse una bestemmia come una pazza che non trova mai sollievo.

Nemmeno quella volta ce l’ho fatta ad accontentarla. Ho aspettato, nascosta dietro le stecche delle gelosie, fino a che non ho visto i vigili che se la caricavano nella volante ed ho sentito la mia vicina dire, finalmente, mentre chiudeva la finestra sull’imprecisione della notte.

L’aglio sfrigola nell’olio, sobbalzando lievemente. Il profumo si spande per tutta la casa, si allarga dentro ai miei polmoni. Spezzetto il peperoncino rosso rosso e sbriciolo i semi nell’olio, che saltellano qua e là, come tante pulci affamate. Mi lecco i polpastrelli e sento il bruciore divampare sulla lingua, le labbra tendersi sotto al fuoco della spezie.

Poi sfumo col vino bianco. Aspetto che l’effluvio alcolico si smorzi e, dopo aver buttato tutti i mitili nell’intingolo, tappo la pentola con il coperchio.

Aspetto qualche minuto e, quando lo levo, vedo che le cozze hanno dischiuso i gusci neropetrolio. Ora, la loro carne è inerme ed esposta. Ne tiro fuori una e la assaggio.

Sotto ai canini aguzzi, non sento alcuna resistenza.

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