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[nec tecum nec sine te]

Parola di lumaca sul niente di una foglia? Non è la mia. Non ti fidare. Acido acetico in latta sigillata? Non ti fidare. E' roba adulterata. Un anello d'oro con dentro il sole? Bugie. Bugie e dolore. (Sylvia Plath)

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La luce della luna

“Il puro presente è il processo impercettibile in cui il passato avanza divorando il futuro. A dire il vero, ogni percezione è già ricordo.“

(Henri Bergson)

Fu durante quell’estate in cui il cielo pareva un fondale usurato, e le stelle non si vedevano mai, divorate dalle nubi di diossina sprigionate dagli incendi dei magazzini accanto al porto, e la luna era un disco opaco e dalla televisione e sui giornali raccontavano che qualcuno ci avesse perfino messo piede quarant’anni prima, proprio tra quei crateri e quelle montagne, in mezzo a quella polvere, che lei supponeva finissima, sabbia d’argento a rilucere tra tutto il nero dell’universo.

Fu in quell’estate tanto spasimata, impressa come un tacito patto lungo i vetri freddi di altre stagioni cariche di piogge, e di mulinelli di foglie marcescenti, quell’estate che lei aveva dipinto dappertutto, finanche nelle nuvole grevi, e nella fatica di fingersi forte, e che come tutte le cose che troppo furiosamente si desiderano risultano belle solo nell’attesa.

Fu proprio in quell’estate che i piccioni decisero di fare il nido sul tetto del ricovero delle biciclette. Fuscelli, steli, radici, in una imprecisa e piatta corona d’accoglienza. Ci fu un continuo frullare d’ali nella chiostra, e la sua disattenzione fu redarguita dai baffi tesi dei gatti che sostavano sotto la finestra del corridoio come se assistessero ad uno spettacolo segreto, arricciando il muso in certi vibranti miagolii d’appostamento.

Dalla prima covata sbucarono due uccelletti grigiastri. Lei si era persa la schiusa, ma si ritrovò comunque ad osservare la crescita veloce di quei due volatili sgraziati, l’andirivieni della coppia di piccioni, il maschio e la femmina, che arrivavano a nutrire i piccoli in un trapestìo di passetti sul plexiglass, un serrato sbattere d’ali col sottofondo di un pigolio d’urgenza e, in seguito, le prime goffe prove di volo. Quando furono pronti a lasciare il nido semplicemente non ritornarono più.

Dopo pochi giorni, al centro di quell’aureola scomposta, intravide il biancore di altre due uova, lucide e lisce.

Nei momenti in cui venivano lasciate incustodite, da quelle due uova pareva salisse un grido. Erano fragili ed esposte. Divenivano due occhi che si infiggevano nei suoi e per quanto cercasse di ancorare lo sguardo altrove, sul bicchiere di plastica lasciato cadere inavvertitamente da qualche finestra e che ora ballonzolava sul tettuccio ondulato, ci rifiniva, dentro quel bianco, e dentro quel grido.

Dei due mucchietti di piume, ne sopravvisse uno.

Sono brutti i piccoli di piccione, di un grigio scuro e con un collo troppo lungo, il becco che pare prendere il sopravvento. A chiudere gli occhi, pensando d’averli tra le mani, si può avvertire una compattezza d’ossa di cartone, e il pulsare velocissimo di un cuore che sa le distanze del cielo.

Quell’unico piccolo, sulla tettoia, era come un peso insostenibile. Lei lo sapeva là. Lo sentiva pigolare. Nella pioggia. Nella notte.

Da quel buco, circondato da mura altissime, la luna, di certo, non era visibile, se non nel momento in cui la sua traiettoria raggiungeva uno zenit che fosse perpendicolare all’apertura.

Lei immaginava gli occhi del piccolo uccello, così neri, rifrangere la luce lattescente della luna, quella stessa luna su cui, dalla televisione, sui giornali, si diceva che quarant’anni prima, qualcuno ci avesse perfino messo piede.

In quegli occhietti, due spilli scuri, finiva qualcosa di incomprensibile, il lato buio, quello nascosto alla vista, le impronte dei passi sulla polvere finissima, la materia che diventa vulnerabile e imperfetta.

Piume ed ossa, esposte alle intemperie. Un cuore, che conosce le distanze del cielo, a battere velocissimo sotto una luce che è soltanto rifrazione.

Tremava, quell’uccello? Lei, chissà perché, immaginava che tremasse e, in qualche modo che non avrebbe saputo spiegare, avrebbe detto che era, quel tremito, il suo.

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