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[nec tecum nec sine te]

Parola di lumaca sul niente di una foglia? Non è la mia. Non ti fidare. Acido acetico in latta sigillata? Non ti fidare. E' roba adulterata. Un anello d'oro con dentro il sole? Bugie. Bugie e dolore. (Sylvia Plath)

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Il dono del serpente

[racconto a quattro mani, insieme a Nicoletta Buonapace]

C’era stata molta agitazione, sin dal mattino presto. La madre lo aveva svegliato che ancora il sole non era che un’idea, e lui si era ritrovato dentro tutto quel movimento, gli abiti stesi sopra ai letti, il via vai dei passi nelle cucine, le voci che si rincorrevano di stanza in stanza.

Sua sorella, al centro della camera in fondo al corridoio, con quel vestito bianco, tutto pizzi e merletti, aveva l’aspetto d’una grossa nuvola spumosa, gli occhi lucidi, le gote rosse e le mani che tremavano. La madre e la nonna, attorno a lei, sembrava che stessero addobbando un albero di natale, e lui, il più piccolo in quella casa, incantato a osservare questo spettacolo mentre loro non facevano altro che dirgli, levati di qui, va’ a vestirti, come se, in qualche modo incomprensibile, intralciasse la magia che era nell’aria.
Controvoglia rientrò nella sua stanza dove gli abiti nuovi aspettavano, esausti sul letto, di essere indossati.
Prese la camicia, candida, di un candore lucente, imbarazzante. I pantaloni con la riga dritta, come quelli d’un uomo. Alla fine si guardò allo specchio. Non era alto. Non abbastanza. Ma aveva gli occhi blu per i quali le comari del paese gli facevano sempre i complimenti. Gli dicevano, sembri un angelo, e gli strizzavano le guance, con quelle dita ruvide, di donne dei campi, ma lui avrebbe voluto essere aquila, altro che angelo, e volare lo stesso.
Dopo poco, un grido lo raggiunse.
Il suo nome riecheggiò frangendosi sui muri della casa. Erano tutti pronti. Il corteo si avviò lungo la stradina. Lui, a seguire, l’ultimo, gli occhi bassi sul nero lucido delle scarpe. Sembravano ali di corvo, sul biancore dei sassi.

Il cielo limpido di giugno si stendeva sopra il piccolo corteo. Di lì a poco, il sole sarebbe diventato un disco rovente. Sua sorella era al braccio del padre, che aveva un’aria solenne e seria, e qualcosa di grigio, appena un velo opaco, negli occhi scuri, uno stupore di tristezza.
In chiesa, il profumo dei gigli si mescolava all’incenso. Dai muri esalava il fresco ombroso della pietra e la cascata delle canne d’organo. Dal naso penetrò in lui qualcosa di sconosciuto, un vacillare momentaneo. L’uomo, all’altare, si volse all’ingresso e strizzò gli occhi, abbagliato dal sole, forse, o dalla sposa.
La musica cessò e nell’aria restò sospesa un’eco. La voce del curato ruppe il silenzio. La panca era dura, lui continuava a fissarsi le scarpe, così nere e così lucide, e, ogni tanto, sulla spalla, riceveva un buffetto spazientito della madre, che gli intimava d’inginocchiarsi, o d’alzarsi. Un movimento sincrono che lo sorprendeva fatalmente fuori tempo.
Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna…
La voce del curato salmodiava i versi in una cantilena piatta. Lui girò il viso verso sua madre e vide che piangeva. Un cembalo tintinnante poteva assomigliare ad un cerbero? Aveva tre teste? Per tutte le volte che non aveva lasciato un soldo nelle mani di quella vecchia cenciosa fuori dalla chiesa, sarebbe arrivato il cembalo per condurlo dritto alle porte dell’inferno?
Sua madre piangeva. E questo era il segno.

Il lungo tavolo, ricoperto da una tovaglia di lino finissimo e candido, era stato sistemato sotto gli ulivi. Il frinire delle cicale accompagnava la fisarmonica e il tintinnio delle posate e dei bicchieri. Ogni tanto s’alzava una voce. Viva gli sposi. E giù brindisi, e risate. Il vestito della sorella volteggiava nei passi della danza. L’uomo le cingeva la vita, il volto impaziente, come d’attesa. Il sudore gli imperlava la fronte.
Suo padre gli aveva dato da bere del vino annacquato, la sua prima volta era quella, ma il sapore, aspro, aveva vinto la dolcezza dell’acqua. Ora le guance bruciavano come sotto una carezza di drago.
Lui era sprofondato in un acquario di calura. Vedeva le zie sedute ai tavoli portare alle labbra bicchieri palpitanti, i vestiti dei giovani nel ballo, vele scosse dal vento, le sedie sghembe. Era l’ora più calda.
All’improvviso si sentì afferrare alle spalle e un buio calò sui suoi occhi. Ci fu un gran vociare, e risate, attorno. Delle mani lo costrinsero a girare e a girare su se stesso. Mosca, moscacieca, mosca di rame, pezzo di letame…
Si sentì mancare la terra da sotto ai piedi e si strappò via, con un gesto rabbioso, la benda dagli occhi.
Prese a correre, e, alle sue spalle, un coro di risate, a mano a mano, sempre più lontano.

Era senza fiato, circondato dal giallo delle stoppie, e proprio sotto di lui, la linea dritta del mare gli dava ora il sollievo d’una libertà simile a un grido. La sua rabbia si ruppe contro il desiderio di scendere verso la spiaggia, di tuffarsi in quell’acqua.
Scendeva, saltando e sudando, a tratti non vedendo più il mare. Cercava il sentiero che si snodava tra le pietre. Ogni tanto un cespuglio più alto gli graffiava le braccia, doveva chinare la testa.

Lo sentì prima ancora di vederlo. Lo sentì col cuore. Lo sentì nel suo battito furioso, d’allarme. E un brivido lungo gli percorse la schiena sudata come una lama di ghiaccio.
S’immobilizzò. Erano soli, lui e il serpente, uno di fronte all’altro.
Mai visto un serpente così. Squame dorate che riflettevano lampi di luce. Un lento strisciare, onda sinuosa di spire. Il rettile alzò la testa e lo fissò con gli occhi gialli, ambre, antiche come la Terra.
Negli occhi del serpente c’era quel mattino. C’era la chiesa. C’era se stesso preso nel cerchio dei ragazzi e la sua corsa, e la lunga discesa verso il mare.
Le due fessure strette, dentro quel giallo d’ambra, lo inchiodavano alle pietre. Sentiva ora tutto quel peso d’ossa e muscoli che aveva portato con leggerezza di sasso in sasso e si stupiva di quel peso. Avrebbe voluto correre, fare un balzo, aprire finalmente quelle sue ali d’aquila e afferrare con il becco forte quel maledetto serpente. Ma era bello il luccicore di quel corpo. Le scaglie mandavano barbagli d’oro fuso.
Il rettile era a un passo da lui, ora. Lentamente s’avvolse attorno alla sua caviglia. Sentì il respiro diventare un ricordo. Il sangue, il suo, divenire un ruscello gelido. Il contagio del serpente. Non pensò a niente. E il mondo cadde in quell’immenso vuoto.
Il rettile, lentamente, sfilò via. E lui lo sentì dissolversi, prima ancora di vederlo scomparire. Lo sentì col cuore. il sangue, il suo, riprese a fluire. Ed era fuoco.

Sotto gli ulivi tutto era fermo. Sul lungo tavolo ronzavano le mosche, passeggiavano sui bordi zuccherini dei bicchieri, sui rebbi unti delle forchette. C’era silenzio e ombra. Il giorno di festa si richiuse e ci fu buio.
Nel chiuso della sua stanza si spogliò dei suoi vestiti nuovi. La camicia aveva perso il suo candore. Fu un sollievo la frescura delle lenzuola, e gli occhi che, piano, pesanti, si chiudevano.

Il serpente era avvolto su stesso. Era d’un blu intenso ed era dentro di lui. Arrotolato nel suo petto, sotto al cuore. Non c’era paura, né freddo.
Una grande calma piuttosto. Sentiva un fluire d’acque, il lieve vento tra le foglie fitte dei mirti, ed il salmastro che era carezza sulla pelle. Nelle sue viscere, il serpente addormentato pulsava come una stella. Ne percepiva il respiro, il fiato nero dell’universo, un cembalo che risuona, un bronzo tintinnante.
Lento, il corpo del rettile si mosse. Risalì lungo le pareti del suo stomaco, nell’esofago liscio e fu nella trachea. Schiuse appena le labbra ed un nastro di fiume fuoriuscì dalla sua bocca. Un’ondata di calore lo travolse. Arrivò fin dentro gli occhi che si riempirono di lacrime. Sussurrò qualcosa che lui stesso non capì. Stava parlando la lingua degli angeli.

La luce trapassò le stecche delle gelosie. Disegnò ombre di striscio sull’intonaco del muro. Dischiuse gli occhi liquidi di lacrime. Si guardò attorno e ritrovò le cose al proprio posto. La camicia, uno straccetto gualcito sul bordo della sedia. Stirò i muscoli e fece per alzarsi. Fu in quel momento che li vide. Due semi, parevano. Appoggiati sul suo petto. Due scaglie d’ambra che rilucevano nel mattino appena nato.

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