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[nec tecum nec sine te]

Parola di lumaca sul niente di una foglia? Non è la mia. Non ti fidare. Acido acetico in latta sigillata? Non ti fidare. E' roba adulterata. Un anello d'oro con dentro il sole? Bugie. Bugie e dolore. (Sylvia Plath)

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Grandi braccia, grandi mani

(Lei. Adesso)

Quello che rimane, ora, è questo senso di incompiuto. Mi sembra quasi che mi scivoli addosso, però senza darmi dolore.
Non mi aspettavo che sarebbe andata così.
Del resto, quando comincia un amore, si spera sempre che il sipario non cali mai o, se proprio deve succedere, che sopra ci sia scritto: e tutti vissero felici e contenti.
Lo so, a volte ho una concezione molto infantile dell’amore. Ma non è colpa mia. Almeno, non del tutto. Molto dipende dai romanzi di Liala che comprava mia madre, e che io leggevo, anzi divoravo, quando avevo tredici anni.
Alla fine di quelle storie, le cose andavano esattamente come dovevano andare. Mentre mi spaparanzavo sul divano, pronta a intaccare diverse centinaia di pagine, già sapevo che per i due protagonisti ci sarebbero stati molti problemi da risolvere. Ma sapevo, altrettanto bene, che la parola “fine” avrebbe, invece, suggellato un inizio. Lo sapevo bene prima ancora di aprire il libro, mentre osservavo ipnotizzata le copertine illustrate con i volti dei protagonisti ben delineati e sfumati da colorini pastello.
Io, dopo aver fatto incetta delle cinquecento pagine di peripezie sentimentali, la vita di quei due, che avevano sempre nomi improbabili, come Enio o Abigaille, riuscivo quasi a immaginarmela.
E me la immaginavo come avrei voluto che fosse.
Niente di eclatante, perché non ho mai avuto tanta fantasia. Per Enio e Abigaille, oppure Morello e Lalla, non immaginavo grandi viaggi, o passioni sensazionali, piuttosto, dopo la parola “fine”, mi piaceva collocarli in un quotidiano rassicurante e blando. Un insieme di giorni, che sfilavano precisi come le perline di una collana, fatto di colazioni prima di andare al lavoro, di cinema il sabato sera, di pranzi a casa dei suoceri, la domenica.
Più o meno, un ritratto abbastanza fedele della vita dei miei genitori.
Segretamente, e senza volerlo ammettere fino in fondo, neanche a me stessa, da bambina ho sempre provato invidia per la complicità che sentivo tra mio padre e mia madre. Era quasi un cordone invisibile che traspariva da gesti innocui e banali. Le dita di mio padre che sfioravano quelle di mia madre, mentre lei gli metteva davanti un piatto di pasta all’amatriciana. Oppure quel sorridersi veloce, quasi impalpabile, che si scambiavano quando si incrociavano lungo il corridoio di casa.
Davanti a tutto questo, mi sentivo tagliata fuori. Mi sembrava di essere una specie di accessorio di quell’attaccamento così esclusivo e, nel contempo, tanto ordinario.
Io ero il terzo incomodo capitato lì per caso. Un regalo di natale fattogli da un amico molto amato che, pure se sembrava loro la cosa più inutile del mondo, non avevano cuore di buttare e si limitavano a nascondere dalla vista. Un vasetto di Capodimonte relegato sul ripiano più basso della libreria, a prendere polvere.
Non che me lo facessero pesare.
Entrambi sembravano accettare la mia presenza come una consuetudine, sfiorandomi con sguardi accondiscendenti, o con carezze distratte. Al massimo, avevo l’impressione che mi guardassero come una brava massaia guarderebbe una torta appena uscita dal forno, e venuta alla perfezione.
Sì, insomma, per mio padre e mia madre ero una sorta di manufatto carnale. Rientravo nel genere di sguardo che poteva tradursi in “bè, ci è venuta fuori proprio bene, vero?” Niente a che vedere con quelle carezze d’occhi che si scambiavano continuamente sotto il mio sbirciare clandestino ed affamato.
Ecco, io sentivo molto chiaramente che in quel cerchio potente, per quanto mi fossi potuta sforzare, non sarei mai entrata. E non perché facessero cose sensazionali. Non stavano mai a sbaciucchiarsi, o a fare smancerie sdolcinate. No. Non erano proprio i tipi. Io sapevo che si amavano dal modo in cui si guardavano, e dal modo in cui guardavano me.
Sì, andavano al cinema al sabato sera e mi lasciavano in balia di qualche baby sitter brufolosa che passava tutto il tempo attaccata al telefono, mentre io guardavo distrattamente Canzonissima alla tv.
Buttavo l’occhio sull’ombelico acerbo di Raffaella Carrà, e sentivo le chiacchiere vacue di queste ragazzette che ragionavano con le loro amiche di Tizio e Caio. Con le dita dalle unghie rosaperlate che attorcigliavano il filo del telefono, e che poi toccava a mia madre di sbrogliare, queste sedicenni sedute sul divano con le gambe accavallate, facevano ondeggiare pericolosamente le zeppe degli zatteroni, e raccontavano ad altre tipe, al di là del filo, che Tizio le aveva guardate, o che Caio gli aveva dato un passaggio in motorino.
Questi resoconti adolescenziali non mi davano la stessa curiosità del pensiero dei miei a spasso nella notte, mano nella mano, come amanti clandestini.
Ecco, per me, durante quelle sere, i miei diventavano Enio e Abigaille. Uguali uguali.
Enio e Abigaille dopo la parola “fine”, però.
Crescendo, dell’amore, io ho mantenuto questa immagine. Mio padre e mia madre, che escono dal cinema e si fanno vicini vicini per il freddo.
Sì, l’amore l’ho sempre visto così: i miei, mano nella mano, sotto la luce gialla e sporca dei lampioni che li racchiude, come un occhio di bue puntato su di loro. Una sorta di immagine feticcio, un santino da portare nel portafogli per protezione contro le invidie ed il malocchio.
Per questo Giulio ha sovvertito tutte le mie aspettative.
Con lui niente è stato rassicurante, né ordinario. E’ piombato nella mia vita come un fulmine che cade al suolo. Senza alcun preavviso, e soprattutto senza delicatezza. E’ caduto a corpo morto su di me che, improvvisamente, ho dovuto sostenere un peso inopportuno, qualcosa di assolutamente sconosciuto, e lontanissimo dai miei desideri.
Da ragazzina, infatti, quello che proprio non mi piaceva dei romanzi di Liala era la passione che a volte sembrava esplodere, selvaggia e senza regole.
Ne avevo paura.
Io, in un uomo, avrei cercato solo una solidità duratura, una garanzia di un futuro senza guasti. La stessa affidabilità che mio padre ha sempre dato a mia madre.
Ed io, avrei cercato di essere come lei. Uguale uguale. Tenera e delicata, che perfino quando gli diceva, ho cucinato la parmigiana di melanzane, sembrava che gli stesse cantando una canzone di Mina. Che so, la vedevo all’improvviso al centro della stanza, col forchettone come un microfono mentre cominciava a tirar fuori dal petto una gran voce.
Amor mioo
basto io,
grandi braccia, grandi mani, avrò per teee…

Ma io non sono mai riuscita a diventare come lei. Neanche mettendocela tutta. Ho ereditato il carattere spigoloso di mia nonna, la sua acidità. Quella che le faceva serrare le labbra, non appena mi vedeva, in una smorfia che sfiorava il disgusto. Stai ferma e tranquilla lì, mi intimava con quella fessura di labbra, con l’indice puntato verso una sedia nell’angolo del salotto buono. Poi lei e mia madre si sedevano sul divano facendo scricchiolare il rivestimento di cellophane che ancora lo avvolgeva. Quel divano è rimasto imbustato fino a quando mia nonna non è morta. Dopo è stato buttato, ancora fasciato dalla plastica di fabbrica.
Altro che delicatezza.
A me, quando sono arrabbiata, non mi si può dire niente. Questo lo sa bene anche mia madre. Me lo ha raccontato spesso che quand’ero bambina avevo già il mio bel caratterino. Sai quante volte, mi diceva, tornando al casa dal cinema, trovavamo la tua baby sitter in lacrime?
Sul serio? le chiedevo incredula. Certo che sì, mi rispondeva lei, non ti dico quante ne abbiamo dovuto cambiare.
E cosa gli facevo mai, per farle addirittura piangere? continuavo ad interrogarla, cercando, nel frattempo, di trovarne traccia nei miei ricordi.
Questo proprio non lo so, diceva mia madre, so soltanto che quelle mi dicevano è insopportabile, e che non volevano più ritornare.
In effetti, quando ripenso a quel periodo, mi rendo conto di non aver nessun viso intatto nella memoria.
Le mie baby sitter diventano un’unica adolescente brufolosa, dalle unghie rosaperlate e dagli zatteroni con la zeppa, che se ne sta lì ad attorcigliare il filo del telefono. Ma di quelle sere, a parte l’ombelico di Raffaella Carrà, non ricordo mica tanto altro.
Che non sono mai stata dolce come mia madre, me l’ha rinfacciato spesso anche mio padre, soprattutto nell’ultimo periodo che ho passato con loro, prima che mi trovassi casa da sola.
Lui era da poco andato in pensione, e non ero abituata a vederlo girare per casa continuamente. Al contrario di mia madre, che finalmente poteva spupazzarselo per tutto il giorno, la sua presenza mi metteva il nervoso.
Era fisso a chiedermi qualcosa, soprattutto se mi vedeva china su qualche romanzo. Allora, davanti a qualche mia risposta brusca, si accigliava sempre, un po’ contrariato dall’assenza delle moine a cui lei lo aveva abituato.
Tale e quale a tua nonna Giuseppina, pace all’anima sua, diceva allontanandosi da me per rifugiarsi in cucina, a guardare mia madre trafficare ai fornelli.
E io sentivo, fin dal salotto, come una musica che si spandeva insieme all’odore del coniglio all’ischitana.
Amor mioo
basto io,
grandi braccia, grandi mani, avrò per teee…

La voce di mia madre. Una carezza. La pomata contro le scottature. Lasciala perdere, gli diceva, lo sai com’è fatta. Non è cattiva, ma è ispida come un riccio.
No, no, faceva lui, è proprio insopportabile.
Ed io, sdraiata sul divano, mi calavo il libro sulla faccia, quasi a ficcarci il naso dentro, a sentire l’odore di carta vecchia, e solo quello. Enio e Abigaille, Nedo e Denise, Bambina e Adorno….
Ecco, mi chiedevo, ma come cavolo le venivano in mente nomi così, a Liala? Per forza che il destino non poteva essere ovvio, poi. Anche i miei avevano due nomi niente male. Osmana e Leandro.
Qualche volta, quand’ero ancora ragazzina, mi era venuta voglia di scrivere una lettera a Liala, e di chiederle, per favore, il protagonisti del prossimo libro li puoi chiamare come la mia mamma ed il mio papà? Mi sono sempre pentita di non averlo fatto. Secondo me, lei ci avrebbe pensato.
Giulio è un nome normale. Non fa venire nessun sussulto quando lo si pronuncia. I suoni rotolano tranquilli, avvolgono il palato, e lo lasciano asciutto. Però, la prima volta che ho visto Giulio, nemmeno sapevo che si chiamasse così. Aveva quell’aria strafottente e sicura e, soprattutto, era bello, maledettamente bello. Me ne sono innamorata perdutamente. Lui non aveva niente della sicurezza che cercavo. Era imprevedibile e pure appassionato.
All’inizio avevo paura di quella sensazione che sentivo continuamente addosso. Era come se camminassi su un terreno crepato, intravedendo sotto ai passi un abisso nero nero.
Ma non ce l’ho fatta a resistere e mi sono lasciata andare. Per lui ho anche cercato di cambiare. Ho provato a smussare tutti gli spigoli, a rendermi rotonda, e dolce.
Ecco che mi ricordo di quella notte, io e lui ancora nudi e sudati, ingoiati dal buio incompiuto della stanza, mentre avvicino le labbra al suo orecchio e, invece di cantare, sussurro.
Grandi braccia, grandi mani, avrò per te.
Lui ride. Una risata di gola. Un nastro nero che lega il mio corpo al suo corpo, l’uno dentro l’altra, nel buio.
Amor mio, basto io.
Rideva anche stamattina, Giulio. Rideva, mentre mi spiegava che non gli bastavo più. Cosa avevo creduto, che quella era una favola? Che sarebbe finita che tutti vivevano felici e contenti?
Non m’importa degli altri, gli avevo detto, mi importa di noi. Noi, felici e contenti.
Che frase da romanzo, aveva detto Giulio, e mentre lo diceva ridacchiava. Una risata secca secca. Asciutta.
Ma ti rendi conto che sei insopportabile? mi aveva fatto, smettendo di ridere tutto ad un tratto.
Non ho sentito niente. Dentro di me, intendo.
Sotto ai miei piedi non si è aperta nessuna voragine. Non ho visto nessuna luce o, che so, sentito qualcosa divamparmi nella pancia. No.
Niente.
Proprio niente.
Però, quando lui si è girato avviandosi verso la porta, ho afferrato, con una sola mano, il posacenere di marmo e l’ho colpito dietro la nuca.
Lui si è accasciato per terra senza nemmeno un urlo. Subito, dalla sua testa è cominciato ad uscire fuori un sacco di sangue. Denso e scuro. Come marmellata di amarene. Mi ha sempre fatto impressione, il sangue.
L’ho pensato anche mentre scavalcavo il corpo di Giulio per raggiungere la porta ed uscire. Mi girava un po’ la testa, avevo bisogno di aria.
La mano di Giulio, però, mi ha afferrato una caviglia. Quando, con uno strappo, me ne sono liberata, lui ha cercato di dire qualcosa.
Ma io non ho capito.
E’ uscito fuori un suono gorgogliante, come il risucchio di una cannuccia in una lattina.
Mi sono chiusa la porta alle spalle, ed ora cammino un po’. Perché ho bisogno d’aria.

***

(Osmana, la madre. Prima)

Quello che rimane della cena è un avanzo di pollo rinsecchito, e quasi tutta la peperonata. Leandro non ne ha mangiata neanche un po’.
Lo sai che i peperoni la sera mi restano indigesti, ha detto con quell’espressione da convalescente stampata sul viso. Quando fa così, mi verrebbe voglia di prendere la prima cosa che mi capita sotto tiro e di lanciargliela contro. Il forchettone che stringo nella mano. Il barattolo con il sale grosso accanto al fornello. Il tagliere che ho usato per affettare le verdure. Il coltello sul tagliere.
Va bene, gli ho risposto invece, scusa, me ne ero dimenticata, se vuoi ti lavo qualche foglia di lattuga.
Lui nemmeno mi ha risposto mentre si serviva del pollo e calava la testa nel piatto, con l’indice che premeva sul telecomando della tivvù.
Ora sistemo la pellicola sulla peperonata intatta e sto per metterla in frigo, ma mentre ne spalanco l’anta resto aggrappata alla maniglia, come se cercassi di aprirmi un varco. Un’uscita di sicurezza.
Guardo tutte le cose sui ripiani.
I vasetti di yogurt, il cartone del latte, i limoni, i barattoli di maionese, e so che se ne stanno lì, sempre al buio e al freddo. Solo aprendo la porta del frigo vengono investiti dalla luce.
E’ quello che è successo a me.
Mi assimilo ad un vasetto di yogurt. Per anni, ho sentito il freddo intorno e non ho distinto niente perché ero immersa nell’oscurità. Poi, all’improvviso, si è accesa una luce e, finalmente, ho visto dove mi trovavo.
E non mi è piaciuto per niente.
Ma era tardi. Troppo tardi per spostarmi.
Ero molto giovane quando ho conosciuto Leandro. Avevo letto un sacco di romanzi d’amore. Ogni volta che ne aprivo uno, sapevo bene che per i due protagonisti ci sarebbero stati molti problemi da risolvere. Ma sapevo, altrettanto bene, che la parola “fine” avrebbe, invece, suggellato un inizio. Lo sapevo bene prima ancora di aprire il libro, mentre osservavo ipnotizzata le copertine illustrate con i volti dei protagonisti ben delineati e sfumati da colorini pastello.
Io, dopo aver fatto incetta delle cinquecento pagine di peripezie sentimentali, la vita di quei due, riuscivo quasi a immaginarmela.
E me la immaginavo come avrei voluto che fosse.
Per quei due io immaginavo grandi viaggi, passioni sensazionali, lontanissime da un quotidiano rassicurante e blando. Un insieme di giorni, che sfilavano imprevedibili, e senza copione.
Niente a che vedere con la vita dei miei genitori. Non avrei mai voluto accanto un uomo come mio padre, così rassicurante nelle sue abitudini, così concreto.
Sì, lo ammetto, avevo una concezione un po’ infantile dell’amore. Però volevo che la mia vita fosse diversa da quella dei miei genitori, che mi sembrava stessero insieme unicamente per noi figli.
Mia madre era sempre alle prese con qualcuno di noi, mio padre fuori, tutto il giorno a lavorare, e poi la sera a casa, a sentire tutte le chiacchiere di lei, seduti assieme al tavolo di cucina, sotto quella luce triste, sempre interrotti da qualche pianto, da qualche nostro capriccio.
Io, insieme, quei due, non li avevo visti mai. Che so, andare ad un cinema, farsi una passeggiata loro due da soli. Mai.
Il mio matrimonio sarebbe stato diverso. Io, in un uomo, non avrei inseguito solo una solidità duratura, l’affidabilità che mio padre aveva sempre dato a mia madre.
Avrei cercato, piuttosto, un uomo imprevedibile, uno con cui ogni giorno sarebbe stata una scommessa.
Invece, Leandro era entrato piano piano nella mia vita, come la prima luce del giorno. Delicatamente. Era planato dolcemente su di me che, improvvisamente, avevo dovuto sostenere un peso lieve, qualcosa di assolutamente sconosciuto, e lontanissimo dai miei desideri. Me ne innamorai perdutamente, anche se lui non aveva niente di quello che desideravo.
All’inizio avevo avuto paura di quella sensazione d’allarme che si faceva sentire in qualche parte di me. Era come una voce che mi sussurrava di lasciar perdere. Ma non ce la feci a resistere, e mi lasciai andare.
L’unica cosa a cui riuscii ad oppormi fu il suo desiderio di avere molti figli.
Uno bastava. Mi avrebbe permesso di non rubare troppo tempo a Leandro. Al nostro amore. Mi avrebbe permesso di ritagliarci uno spazio nostro, fare qualche viaggio, e non lasciarci stringere dalle mura di una casa piena di bambini.
Così è nata nostra figlia. Ed è stata una figlia unica.
Non ci ha mai dato tanti problemi. Taciturna e tranquilla, sembrava quasi che le dessimo fastidio se la tenevamo troppo in considerazione.
Passava pomeriggi interi a leggere i miei romanzi di Liala, con quell’aria sognante e ci osservava come in lontananza. Dovevamo apparirle noiosi e vecchi, come succede a tutti i figli che guardano i propri genitori.
Come era successo a me, guardando i miei.
A volte, quel suo sguardo fermo e distante, mi faceva venire la pelle d’oca e mi trattenevo persino dal farle una carezza. Quando il sabato sera, seguendo la routine impostata da Leandro, con matematica precisione, uscivamo per andare al cinema, la lasciavo con la baby sitter di turno, lei non faceva un lamento.
Ci guardava uscire distrattamente, piantando dopo poco quegli occhioni fissi, sullo schermo della tivvù.
Solo quando rientravo a casa, dopo aver trascorso una serata noiosa e lenta, mi sentivo dire dalla baby sitter che mi figlia era stata insopportabile, e che non la chiamassi più perché non sarebbe ritornata. Ero costretta a cercare sempre qualche ragazza nuova. Resistevano per un po’ e poi dicevano tutte la stessa cosa. Ne ho trovata più di una in lacrime.
Cosa ha combinato, per farti addirittura piangere? chiedevo. Ma quelle davano sempre la stessa risposta.
E’ insopportabile, dicevano girando i tacchi per andarsene.
Non riuscivo a immaginare cosa mai potesse fare mia figlia in mia assenza, ma non indagavo perché tanto non avrei avuto risposta. Nemmeno lei mi chiedeva come fosse andata la serata.
Meglio così, pensavo, altrimenti sarei stata costretta ad inventare ed io non ho mai avuto tanta fantasia.
Mi sarebbe dispiaciuto svelare che mi ero annoiata a morte. Che suo padre era stato in silenzio tutta la sera. Che uscendo dal cinema, il braccio di lui sulle spalle, mi sembrava un laccio, il guinzaglio che mi impediva lo scarto.
Per molto tempo sono stata come questo vasetto di yogurt nel frigo.
Al buio e al freddo.
Sicura che intorno non ci fosse nient’altro. Non era una sensazione piacevole, ma, almeno, neanche disperata. Non era quello che avevo sognato, certo, ma la vita è diversa dai romanzi d’amore.
Leandro non era imprevedibile e appassionato, ma io ne ero innamorata lo stesso e mi facevo bastare pure la noia.
Però, poi, lo sportello si è aperto di colpo e la luce mi ha investito.
Finalmente, ho visto dove mi trovavo.
E non mi è piaciuto per niente.
Ci sono dei giorni che lasciano un marchio a fuoco sulla pelle. Sono i giorni in cui la luce, all’improvviso, ti cade addosso e tu vedi qualcosa che non avresti voluto vedere mai.
Io vidi Leandro insieme a quell’altra. Non un’altra qualsiasi. Quell’altra, perché lui, come avrei scoperto, ci stava insieme da anni. Nei suoi viaggi di lavoro, nei suoi straordinari improvvisi, nelle sue riunioni a tarda sera.
Uscivo da un negozio in centro e, inquadrati nella vetrina del bar dell’angolo, li vidi. Leandro e lei. Seduti ad un tavolino inondato di sole. Ridevano. Lui le teneva una mano. Lei era bellissima o, almeno, così mi parve. Indossava un vestito azzurro, e quella macchia di colore si impresse sulla mia retina.
Fu quello il momento in cui aprii lo sportello, e la luce mi cadde addosso come una lama.
Ma era tardi. Troppo tardi per spostarmi.
Non ero più giovane, ed ero stanca. Lui era appena andato in pensione, mia figlia era grande ormai, stava per trasferirsi in una casa tutta sua. Lasciai le cose così come stavano. Non ebbi coraggio.
Tutti quegli anni, uguali uguali, mi avevano prosciugato ogni energia.
Qualche volta, come stasera, guardo mio marito, e mi viene voglia di tirargli addosso la prima cosa che mi capita sotto le mani. Spaccargli la testa. Vedere schizzare fuori il suo sangue denso.
Sto ancora qui, come una scema a fissare i ripiani del frigo quando lui entra in cucina e sfila una sigaretta dal pacchetto. Mi guarda.
Che fai così, mi chiede, ti sei incantata?
Le sue dita sfiorano le mie, mentre dolcemente, mi prende il piatto dalle mani e lo ripone nel frigo.
Poi, piano piano, chiude lo sportello.
Mentre lui mi cinge le spalle con un gesto distratto, sorridendomi impalpabilmente, immagino il vasetto di yogurt ripiombare nel buio.
E nel freddo.

***

(Leandro, il padre. Dopo)

Quello che rimane da fare è contattare un buon avvocato, e sperare nell’infermità mentale. Credo che sia l’unica via d’uscita visto che quella pazza ha pure confessato.
Sono stata io, ha detto quando è arrivata la polizia.
A me e ad Osmana non aveva raccontato niente. Ce l’eravamo vista apparire davanti alla porta di casa all’improvviso. Sembrava solo un po’ distratta, come al solito. Con quell’aria da cucciolo sperso. Con quegli occhioni spalancati, gli stessi di quand’era una bambina, che mi fissavano senza dire una parola.
Posso entrare?, mi aveva chiesto quando le avevo aperto la porta.
Che domande fai? le avevo fatto scansandomi per farla passare, non sei mica un’ospite.
Ma questo è il suo modo di fare. Mi ha fatto sempre sentire in colpa nei suoi confronti, ed ora ancora di più.
Se ha fatto quel che ha fatto, è perché ha qualche rotella fuori posto, ed io che sono suo padre avrei dovuto accorgermene da un bel pezzo.
Ma lei non parlava mai. Sempre con qualche libro calato sulla faccia, quasi a ficcarci il naso dentro, che avevo voglia di chiederle qualcosa.
Se rispondeva, lo faceva con uno scatto da vipera, pronta a buttar fuori veleno, come chissà che le avessi fatto mai di male.
Mi sono ritrovato a pensare molte volte, meno male che è una sola. Io, che avrei voluto tanti figli. Per fortuna Osmana, almeno in questo, ci ha visto giusto.
Ed ora ci mancava solo questa cosa.
Non riesco nemmeno a pensarlo.
Non ci riesco.
Lei, invece, non ha battuto ciglio.
Sono stata io, ha detto, l’ho ammazzato io.
La mia bambina. Non ci ha mai dato tanti problemi. Da piccola era taciturna e tranquilla. Sembrava quasi che le dessimo fastidio se la tenevamo troppo in considerazione.
Certo è stata anche colpa mia se è venuta su così. Non mi sono mai accorto di niente. Ero troppo preso dalle farsa che dovevo tener su con Osmana, per trovare il tempo pure per lei.
Certo, crescendo, quei suoi toni bruschi mi davano fastidio, e glielo dicevo.
Non hai preso niente da tua madre, le facevo notare, sei uguale uguale a nonna Giuseppina, quella vecchiaccia arcigna che mi sono ritrovato per suocera.
Non che pensavo che fosse cattiva, questo no, ma sicuramente era insopportabile. Non pensavo di farle del male con questi paragoni. Sono cose che si fanno in tutte le famiglie. E nessuno è mai diventato un assassino per questo.
Del resto ci dev’essere qualcos’altro, immagino. Una specie di tara familiare, da parte materna.
Anche Osmana, qualche anno fa, è cambiata di punto in bianco. Da un giorno all’altro. E’ stato come se dentro le si fosse congelato qualcosa. Quella tenerezza, quasi fastidiosa, che aveva per me, si è come improvvisamente rabbuiata.
Ho pensato che fosse la menopausa, qualche squilibrio ormonale cui le donne vanno così soggette, e non ci ho dato peso.
In quel periodo, poi, anche Giulia ha cominciato a star male e non ho prestato molta attenzione alle paturnie di mia moglie.
Giulia, la mia amante direbbe la gente, la donna che ho sempre amato, dico io, è morta velocemente. Proprio quando avevamo deciso che era arrivata l’ora di finire quella farsa. Ero andato in pensione, mia figlia stava mettendo su casa da sola. Osmana avrebbe capito.
Ma era tardi. Troppo tardi per spostarmi.
Giulia è morta dopo poco.
Non ero più giovane, ed ero stanco. A quel punto ho lasciato le cose così come stavano. Non ho avuto coraggio.
Tutti quegli anni, uguali uguali, mi avevano prosciugato ogni energia. Quei sabato sera, al cinema con Osmana, mentre nella testa avevo solo il viso di Giulia, la voglia di lei, di tenermi stretto a quel corpo, lisciare la pelle delle sue braccia. Dirle che mi sarebbe bastata, che l’avrei tenuta tutta nelle mie mani.
Ora Osmana mi fa pena.
Qualche sera fa l’ho trovata immobile davanti al frigo, che fissava i ripiani che gocciolavano acqua. Chissà per quanto tempo era rimasta così, con quello sguardo perso, come a fare un inventario dei vasetti di yogurt.
Si è fatta vecchia, come me. Le ho levato il piatto di mano e l’ho messo a posto nel frigo. Le ho cinto le spalle con un braccio facendola spostare di lì. Ho sentito i suoi muscoli irrigidirsi, mentre rabbrividiva come se avesse freddo.
Sì, ora devo trovare un buon avvocato. Per tirare fuori dai guai l’unica figlia che ho.
Quando ha detto, l’ho ammazzato io, non ho sentito niente. Dentro di me, intendo.
Sotto ai miei piedi non si è aperta nessuna voragine. Non ho visto nessuna luce o, che so, sentito qualcosa divamparmi nella pancia. No.
Niente.
E’ come se mi fossi sempre aspettato un colpo così. Come se qualcosa di inevitabile, sospeso su di me, dovesse accadere da un momento all’altro.
Osmana, dopo che la polizia ha portato via nostra figlia, si è chiusa in camera da letto. Ha acceso la radio. Mandavano una vecchia canzone di Mina.
Amor mioo
basto io,
grandi braccia, grandi mani, avrò per teee…

Mi girava un po’ la testa.
Allora mi sono chiuso la porta alle spalle, ed ora cammino un po’.
Perché ho bisogno d’aria.

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Tema: Mistylook di Sadish.