Acida.
Acida perchè, guardandosi allo specchio e avendo da un pezzo oltrepassato la cinquantina, si vede riflessa nelle vetrine e non si riconosce più.
Nell’insieme mantiene sempre una pretesa d’ostentata eleganza ma i piedi gonfi deformano irreparabilmente tutte le decolletè che indossa e questo particolare le affibbia un tocco di trasandatezza, un’approssimazione di stile. Sorseggiando il caffé nel bicchierino di plastica del distributore automatico, spiega ai suoi alunni che “l’abito fa il monaco” e che “l’apparenza ha la stessa importanza della sostanza”. Lo afferma con la stessa metodica che usa per spiegare la poetica di Pascoli. L’uso delle onomatopee e quello dei maglioni di cachemire, entrambi sullo stesso piano. Fa notare la sconvenienza di mostrare ombelichi che affiorano stentati su “pancette da ippopotamo”di ragazzine di tredici anni.
Credo che trovi offensiva la visione di quella carne così giovane, così lontana dalla sua, e che, sotto sotto, provi quasi un gusto perverso a far salire le lacrime agli occhi a qualche ragazzina sovrappeso.
Credo anche che sia per questo motivo che lei indossi sempre quelle camicette di seta, color pastello annacquato, che le lasciano scoperte solo le braccia, lattiginose e stanche, e i polsi nodosi addobbati da orologi luccicanti di strass.
E’ evidente che è l’unica parte del corpo che ancora le sembra possibile mostrare con una certa disinvoltura.
Quando le osservo le mani, però, persino il mio sguardo miope intravede una trascuratezza spiacevole, quasi offensiva, per quello smalto perlato che si scrosta e resta sulle unghie come a formare una minuscola mappa. Un microcosmo di arcipelaghi esotici.
Se la guardo ancora meglio, vedo il trucco preciso e studiato che dirama in piccole sbavature di colore nel sottile labirinto di rughe intorno alle labbra, e ai lati degli occhi. I capelli, di un improbabile nero corvino, le incorniciano un viso duro dallo sguardo diffidente, a tratti gretto, quasi ottuso.
Io la osservo in silenzio, di soppiatto, ed intuisco la sua malevolenza nei miei confronti. Non trapela da nessun gesto, da nessuna parola espressa poiché, nei miei confronti, ostenta una cordialità gelida e distante. Un’educazione da vicina di casa.
Eppure, quella malevolenza io la percepisco tutta. Scintilla improvvisa, come un fulmineo lampo al magnesio, nelle sue pupille nere quando la colgo nell’atto di studiarmi, mentre la incrocio nei lunghi corridoi dell’istituto. Sento il suo sguardo che mi percorre, e soppesa il mio aspetto. Mi dà l’insufficienza, lo so.
Del resto è il suo lavoro dare voti. Giudicare.
Il mio, invece, è quello di tenere puliti i cessi ed i pavimenti della scuola. Cancellare dai banchi i tratti rabbiosi delle biro dei ragazzi. Strofinare via con l’alcol parole d’amore e formule matematiche da copiare durante i compiti in classe. Vuotare cestini colmi di fogli strappati e di cartacce unte delle merende. Spazzare dalla graniglia grigia i trucioli delle matite temperate. Il tutto, trascinandomi appresso il peso della mia gamba matta, regalo dell’ultima ondata di polio del cinquantotto.
Mia madre, pace all’anima sua, non ha mai creduto che il mio guasto fosse dovuto ad un semplice virus. Lei ha sempre pensato, fino alla fine dei suoi giorni, che sua cugina Lillina, tanto invidiosa quanto maligna, le avesse fatto il malocchio. Il racconto di mia madre, sul ritrovamento, nel mezzanino del bagno, del limone trafitto di minuscoli spilli, mi ha accompagnato per anni.
“Ogni spillo, un dolore, figlietta bella, zoppina di mamma tua…”
Mi sembra ancora di sentire la sua voce, quel tono sommesso da rosario mormorato. Uno degli spilli, secondo lei, era destinato a pungere la mia gamba destra tramutandola in una gamba storpia.
Ed è per questo difetto che, da quando lavoro in quest’istituto, generazioni di ragazzi mi hanno sempre chiamata Gambadilegno. Mai Agnese che, invece, è il mio vero nome, anche se ho sempre pensato che fosse più adatto ad una suora che ad una bidella. Agnese, che pronunciandolo diffonde un suono morbido e pulito, dà un senso di una precisione vagamente liturgica, un odore di incenso.
I ragazzi, vedendomi, avranno pensato la stessa cosa. Io, così spigolosa, che pure attraverso la stoffa del camice lascio intuire gli angoli vivi dei miei gomiti, non do per niente un’immagine di lievità. Anche senza toccarmi, sanno che il mio corpo è duro, così come lo è il suono del nome che mi hanno consegnato. Gambadilegno.
Io li ho sempre lasciati fare perché non ci ho mai sentito cattiveria. So che è il nome buffo di un personaggio da fumetto ed un cartone animato non può mai essere veramente malvagio. Quindi, questo nomignolo inoffensivo non mi può fare del male. Almeno non tanto quanto gli sguardi di Fernanda, la professoressa di italiano acida come uno yogurt scaduto.
Fernanda. Solo tra me e me, la chiamo così. I bidelli non possono chiamare per nome i professori. Non possono prendersi tanta confidenza. Può avvenire solo il contrario. Questa è una regola talmente ovvia che la conoscono perfino gli studenti più somari. Quelli che, come me, la sufficienza non la prendono mai.
Allora, quando entro nell’aula dove Fernanda fa lezione, per vuotare il cestino dalle cartacce dopo l’intervallo, magari mi capita di ascoltare uno stralcio della sua spiegazione sulla metrica poetica, e immagino la sua vita fuori da qui.
Lo faccio per abitudine, come una specie di passatempo innocuo, al posto delle parole crociate a cui posso dedicarmi solo quando mi tocca il turno di accoglienza e controllo, seduta al tavolo nell’androne dell’ingresso. Quando devo fare il giro delle aule per le mansioni di pulizia la gamba matta mi fa male, e allora cerco di distrarmi pensando alla vita di Fernanda. Tanto lei nemmeno si immagina che le cose che spiega a questi ragazzetti brufolosi io le conosco bene. Lei suppone la mia ignoranza e non vede oltre il mio camice blu, un po’ stinto e dai polsini sdruciti, perché se “l’abito fa il monaco” io allora non sono neppure un chierichetto.
Così, vedo Fernanda.
La vedo di sera.
La sera, dopo cena, di sicuro guarda insulsi spettacoli televisivi e poi davanti ai riti obbligati della toletta, si studia la faccia in uno specchio impietoso. Si sfila lentamente le calze, massaggiandosi i piedi imbruttiti dalle ossa vecchie, e si ficca sotto le coperte accanto ad un marito immobile e discosto.
Almeno è così che io immagino che sia.
Perché so che in qualsiasi tipo di muro, a ben guardare, una piccola crepa si trova sempre.
Tutte le mattine arriva puntuale e impettita, stretta nelle sue giacchette di lana pettinata. Lancia uno sguardo sfuggente alla sua immagine che si riflette nella vetrata dell’ingresso e, sebbene scorga una donna attempata che niente ha a che vedere con quella che è stata, sembra volersi convincere che senza di lei tutto debba fermarsi, smettere di esistere. La campanella di entrata sospendere il trillo metallico. Gli schiamazzi dei ragazzi implodere come una bolla di sapone. Lo stesso edificio scolastico, dai muri scrostati, svaporare. Entra in classe con uno sguardo accigliato, senza il minimo accenno di un sorriso. I ragazzi la intravedono far capolino nel corridoio e, in una grande confusione di sedie smosse e corse scomposte, si fanno trovare immobili, ognuno al proprio posto. Merluzzi surgelati dalla paura.
Lei compita l’appello con un accento greve. Scandisce i cognomi monotonamente e, ogni tanto, rompe la cantilena lanciando un urlo sguaiato di ammonimento a qualche alunno che si volta per parlare con il compagno del banco di dietro.
La vecchia strega, la chiamano i ragazzi.
A ciascuno il suo, penso con una punta di rivalsa, ogni qualvolta glielo sento dire. Gambadilegno e la vecchia strega. Potrebbe essere un buon titolo per una storia a fumetti. Ma io, fra me e me, continuo a chiamarla Fernanda. Non so bene perché ma trovo che sia un nome che le corrisponda perfettamente. E’ come se quella sequenza di consonanti e vocali non potesse che racchiudere la sua essenza.
Era bella, Fernanda, da giovane. Una volta, mentre chiacchierava con la professoressa di musica, tirò fuori dall’agenda una fotografia di quand’era ragazza. Io spazzavo il pavimento dell’androne, ad un passo da lei, e ci ho buttato un occhio. Sì, era veramente bella, Fernanda.
Per questo, a volte, capisco perché sia così acida. Deve essere difficile rinunciare alla bellezza quando la si è conosciuta. Deve assomigliare ad una specie di lutto, guardare la propria fotografia come se si guardasse quella di un caro morto. Inafferrabile. Tanto amato quanto perso. Dissolto nella materia e vivo solo nel ricordo. Un’essenza intima di cui si è persa quasi ogni traccia ma che ci lascia un’impressione simile al sapore di un cibo d’infanzia, cucinato da una madre che non abbiamo più.
Io non ho mai avuto questo problema poiché bella non lo sono stata mai. Però riesco a capire la nostalgia. La sento se chiudo gli occhi e penso alla frittata di zucchine che preparava mia madre. Al sapore della menta che si stemperava sul palato e sulla lingua. Figlietta mia…
Non per questo riesco a provare una compassione durevole per Fernanda. E’ piuttosto un blando sentimento passeggero, come la pietà che si prova davanti ad un mendicante per strada, che quando gli abbiamo allungato una moneta, già in quell’istante, ce lo siamo lasciati alle spalle.
Non succede perché io sia cattiva. Nessuno lo è sempre, né sempre allo stesso modo.
Nessuno, eccetto Fernanda con me.
La sua cattiveria è tutta in quel lampo veloce che le accende gli occhi quando li posa su di me.
Sono sicura che lei nemmeno se ne accorge, ma io so bene che avrebbe la stessa espressione osservando uno scarafaggio che zampetta veloce lungo il perimetro del battiscopa. L’evidenza spiacevole che la realtà non sempre è armonica, che una macchia nera possa improvvisamente sovvertire l’ordine e la pulizia cui siamo avvezzi.
Io sono la sua macchia nera, anche se non ne comprendo il motivo. Quello che però capisco bene è la sua malevolenza.
Ieri, finalmente, ne ho avuto la prova. Non si è trattato più solo di una sensazione ma di una sorta di resa dei conti.
Ieri sono entrata in terza M per farle firmare una circolare e lei si stava esibendo in una delle sue filippiche.
“…Non siete più dei bambini… Ormai dovreste aver capito l’importanza dello studio e dell’applicazione….”, stava dicendo alla classe.
I ragazzi la guardavano cercando di ricacciare gli sbadigli in gola. Avevano gli occhi arrossati per lo sforzo di tenerli aperti.
Io le ho piazzato il documento sulla cattedra e lei mi ha sfiorato con il solito lampo nelle pupille.
“… Se non vi mettete bene nelle testoline che la vita è una lotta e che solo i migliori primeggiano, finirete a pulire i pavimenti…”, ha sentenziato.
Acida.
Poi ha sfilato il cappuccio alla stilografica ed ha siglato il foglio, rendendomelo senza neanche voltarsi.
Il ragazzino con i capelli rossi seduto al primo banco, quello che tutte le mattine vedendomi all’entrata mi dice “Vai, Gamba! Dammi il cinque!”, mi ha fatto l’occhiolino.
Me lo volevo fare bastare come consolazione ma, nella fretta di uscire dall’aula, perché mi sembrava che mi mancasse l’aria, sono inciampata nella borsa che Fernanda aveva appoggiato sul pavimento, vicino alla cattedra.
La gamba matta ha ceduto e mi sono trovata distesa per terra. Da quella visuale insolita riuscivo a scorgere le scarpe da tennis di tutti quelli delle prime file, e anche tutti i trucioli che mi sarebbe toccato spazzare. Il pavimento che avrei dovuto pulire. Il pavimento che devono pulire tutti quelli che non primeggiano nella lotta della vita.
Quando cade qualcuno, i ragazzi ridono sempre. Non lo fanno per cattiveria. Semplicemente aprono le bocche e ridono. E venticinque alunni che ridono, con le loro voci ancora bianche, fanno un gran fracasso. E fanno anche parecchio male perché sembra che l’universo intero rida di te.
“Silenzio!”, ha urlato Fernanda battendo il palmo della mano sulla cattedra.
Uno zircone rosso fuoco è saltato via dall’orologio luccicante, come una minuscola scintilla. L’inizio di uno scoppio.
“Agnese, mi dispiace…. Si è fatta male?”, mi ha chiesto tendendomi una mano per aiutarmi a rimettermi in piedi. Per un momento, lo sguardo mi è caduto su quelle unghie dallo smalto imperfetto. Una macchiolina rosa perlato sull’indice aveva la forma dell’America latina.
Chissà come sono belle le Ande, ho pensato tirandomi su.
E’ stato un contatto fugace. Una impercettibile vibrazione della carne. Pelle contro pelle, per una frazione di secondo. La strega e Gambadilegno che si danno la mano. L’avventura potrebbe finire così.
Ho richiuso la porta dell’aula caracollando per il corridoio con la circolare stretta in mano come se reggessi un salvacondotto.
Stasera, però, non riesco a dormire. La gamba matta manda scintille di dolore. Deve essere stata la caduta di ieri.
Penso a mia madre.
“Figlietta bella, ogni spillo un dolore…” Ed è così che stasera sento la gamba. Trafitta da spilli ed ogni spillo è un dolore diverso. Altro che polio. Forse aveva ragione lei. Forse Lillina mi aveva davvero fatto il malocchio.
Allora mi alzo da questo letto che sembra un sudario e arrivo in cucina. Bevo un bicchiere d’acqua e mi siedo davanti al tavolo. Dai gomiti appuntiti mi sale il fresco dell’incerata e mi appoggio il viso tra le mani. Chiudo gli occhi. Mi passo la lingua sul palato e sento anche il fresco della menta, il profumo della frittata di zucchine.
“Zoppina di mamma tua…”
Mi alzo a fatica e apro la porta del frigo. La buccia del limone è ruvida e fredda sotto ai miei polpastrelli. Poi tiro fuori la scatola del cucito dal cassetto. Li appoggio sul tavolo, entrambi davanti a me.
Il limone ballonzola leggermente, poi si assesta stagliando un’ombra circolare sull’incerata.
Piano piano, mentre trafiggo la scorza gialla, uno spillo dietro l’altro diligentemente, il sentore acre del limone si spande nell’aria, mi entra nel naso e si confonde con quello della menta.
Nel frattempo, vedo Fernanda.
La vedo di sera.
Si studia la faccia in uno specchio impietoso. Guarda la propria immagine riflessa come se guardasse quella di un caro morto. Inafferrabile. Tanto amata quanto persa. Dissolta nella materia e viva solo nel ricordo.
Almeno è così che io immagino che sia.


