Quand’era piccolo, Paolo, a dama, mi batteva sempre. Subivo lo smacco coi miei cinque anni d’avanzo, rassegnata. E sapevo in anticipo, ogni volta che sistemavo le pedine sulla scacchiera, che avrei perso anche quella volta. Ma Paolo non si scomponeva per le sue vittorie. Sul visetto serio serio non si delineava alcun marchio d’orgoglio. Nessuna rivalsa. Era una reazione inusitata per un bambino, la placida accettazione di una superiorità che non contemplava derisione, e per questo non provavo rabbia, e accettavo la sconfitta.
Il mio primo viaggio in treno lo feci assieme a lui. Noi due soli.
Io quindici anni, lui dieci. In un torrido inizio d’ agosto il treno consumò tutti i chilometri da Napoli ad Asti, e noi, dal vetro, vedemmo sfilare l’Italia. Strisce di mare blu, piccole anse affollate di bagnanti, lunghe lingue di campi, terrazzamenti di ulivi. Sguardi avidi, a succhiare il mondo. Andavamo in vacanza dagli zii, nella loro cascina del Monferrato. Ci vennero incontro colline pettinate a filari, silenzio e sere viola, che spegnevano improvvise la luce, come saracinesche calate. E l’abbaiare dei cani, che piombava nel buio della campagna. Ronzii di bombi e vespe. Un filo di vento a sibilare nelle orecchie in un’impressione di tregua.
Tutto nuovo per noi due, estranei alla natura, poco avvezzi a sentire il ritmo piano dei nostri fiati, ai movimenti del cielo, o al verde intenso delle foglie, a ferire gli occhi.
Paolo chiedeva tutto, e di tutto voleva sapere.
Come funziona il trattore? Quanto grano macina una trebbiatrice? Come si potano le viti?
Lo zio lo accompagnò a vedere le risaie, verso Vercelli.
Zona di zanzare, mi fu detto prima che andassero, ed io preferii restare all’ombra di un melo selvatico, con un libro, al solito, tra le mani.
La mia bibbia, di quell’estate, fu Sulla strada. Di tanto in tanto, lo passavo a Paolo.
Leggimi ad alta voce, lo pregavo, mentre guardavo in alto l’inganno delle nuvole a sfilacciare contro l’azzurro.
Lui, docile, eseguiva, salvo bloccarsi all’improvviso per dire, ridendo, ma questo Kerouac è proprio pazzo, eh?, e ridere ancora, quando le parole non gli tornavano e non seguivano le regole come le pedine nel gioco della dama.
Le parole, gli spiegavo, non hanno un percorso obbligato. Le parole deragliano. A volte girano su se stesse, e vanno pure sulle caselle bianche. In avanti, oppure indietro. Puoi mangiartele, Paolo, e poi risputarle fuori, e vederle diventare d’altra forma.
Lui non sembrava mica convinto, ma riprendeva a leggere, con quella voce ancora fina, in un sussurro da bambino.
“All’alba presi il mio autobus per New York e dissi addio a Dean e a Marylou. Volevano alcuni dei miei panini. Io risposi picche. Fu un momento malinconico. Stavamo pensando che non ci saremmo rivisti mai più e che non ce ne importava niente“.
In una di quelle sere monferrine, gli zii uscirono, ospiti di amici.
Io e Paolo restammo in cascina, assieme alla nonna. La chiamavamo così benché in realtà non lo fosse. Era la madre dello zio acquisito, molto vecchia, con la quale non condividevamo alcun cromosoma, né identità di sangue. Chiamarla nonna era un gesto di cortesia, una confidenza ispirata dalla sua vecchiaia, che era sintetica ed essenziale, come quella di chi, nella terra, affonda le radici.
Gli occhi enormi, e leggermente distanti le conferivano una faccia da ranocchia, dalla consistenza che io, chissà perché, immaginavo essere gommosa, elastica. Aveva le dita contorte per un’artrosi deformante, ed io mi scoprivo a fissarle affascinata, chiedendomi come facesse, ancora, a pelare le carote, a sbucciare con tanta destrezza l’aglio per la bagna cauda che, allora, in verità, non avevo bocca per apprezzare. A quindici anni sono necessari altri sapori, non la schiettezza pungente delle acciughe e dell’aglio, benché l’assaggio permettesse, dopo, mezzo bicchiere di barbera, e quella – perché in Piemonte è un vino femmina – sì che cadeva liscia lungo la gola, arrossando le guance e il sangue, risvegliando risate spezzate e gratuite, che uscivano fuori in un afflato di sapori. Mani sventolate davanti alle bocche, in un esercizio inutile, per allontanare l’olezzo greve. Sul palato, a stemperarsi, la pastosità del vino e il sentore dell’aglio.
Quella sera, calata giù dall’alto per zittire le cicale, i vetri della finestra della cucina incorniciavano sei rettangoli neropece. A tratti ci arrivava il verso intermittente di una civetta che scandiva il tempo del silenzio.
La nonna cominciò a raccontare storie, forse sentendosi in dovere di intrattenerci, o solo per il gusto di sciogliere la lingua.
Erano storie di fantasmi, robe da osteria di paese, da sagrato di chiesa e voci sussurrate.
Diceva di rumori di passi per le scale, prima di ogni decesso di vecchio, in quella cascina, come se la Morte stessa andasse a rivendicare, risoluta, l’ultimo respiro. E poi del freddo, che si spandeva per l’aria delle stanze, anche d’agosto.
Gli occhi, enormi, della nonna si fecero ancora più grandi, durante quel raccontare. La faccia si deformava sotto il taglio obliquo della lampada, le ombre sfrangiate la tramutavano in maschera inquieta.
Sulle teste mia e di Paolo, le sagome dei gradini della scala che portava al piano superiore sembrarono prendere un peso.
Era di là, con un ticchettio di ossa sul porfido, che era salita la Morte.
E’ tardi, disse la nonna ad un certo punto, io vado a dormire.
Io e Paolo restammo in cucina, sotto quelle luci basse, a fissare i rettangoli di buio, la bocca nera del camino che spandeva un odore residuo di legna arsa.
Lentamente salimmo anche noi, contando i gradini uno ad uno e buttando occhiate agli angoli scuri, con le spalle esposte alla paura. Ognuno di noi prese la strada per la propria camera, mentre da quella della nonna, in fondo al corridoio, non filtrava più nemmeno una scheggia di luce.
Mi sedetti sul bordo del letto e mi guardai intorno come se non fossi sola. Infatti, insieme a me, c’era la paura, ma con i miei cinque anni d’avanzo me la dovevo tenere. Non passarono che pochi minuti che Paolo bussò alla porta.
Posso dormire con te?, mi chiese.
Perché? – gli dissi – hai mica paura?
Me lo potevo permettere, di fingere, nella mia posizione di vantaggio.
No, fece lui con la testa, c’ho questo, mi disse, sventolandomi sotto al naso un coltellaccio arrugginito.
L’ho trovato in cucina, affermò un poco spavaldo.
Dormimmo abbracciati, io e Paolo, quella notte. Le sue gambe secche si muovevano inquiete, mi davano calci negli stinchi, da incassare. Aveva un corpo duro. Corpo da bambino inquieto, tutto nervi e guizzi.
Gli zii, al loro rientro, ci trovarono così. Avvinghiati, con la luce accesa, e, a far da guardia, sul marmo del comodino, un coltellaccio arrugginito.
Quando, l’anno scorso, ho incontrato Paolo, che non vedevo da tempo, ho colto nel suo corpo magro ancora quel guizzo dei muscoli bambini.
Quand’ero piccolo, mi disse, mi raccontavi sempre un sacco di storie assurde.
Io?, gli chiesi perplessa, ma sei sicuro?
Lui sorrise ed annuì.
Chissà se ricordava le mie, di storie, o quelle di Kerouac. Non credo sia poi così importante, saperlo.
Di sicuro ricorda ancora quel coltellaccio arrugginito, quello che serviva quando c’erano i conigli da ammazzare. In quanto ai fantasmi, non so. Ognuno ricorda i propri, e forse non sono gli stessi.
Ci torno spesso in Monferrato. Negli anni, a partire da allora, non ho mai smesso di andarci.
Trovo, a seconda delle stagioni, le colline immerse nella nebbia oppure d’un verde che riverbera. I rami degli alberi, braccia tese e scheletriche, o, al contrario, chini sotto al peso dei frutti.
Mi piace arrivare nell’ora del tramonto. Imboccando la strada provinciale, il paesaggio mi si schiude davanti. E’ a quel punto che ho l’impressione di entrare in una dimensione parallela. So che, dietro al cancello scrostato della cascina, c’è un’altra me. E che, ogni volta, mi aspetta.
Tutto viene avvolto da un’aria vaporosa. Ma io so che ogni cosa è al proprio posto. I campi di barbabietole, i filari delle vigne, i pioppi ed i noccioli, la chiesa piccolissima coi rintocchi ovattati della campana.
La cascina è roba da contadini. Nessuna ristrutturazione ardita. Nella stalla, dove una volta c’erano le vacche, ora ci sono cataste di legna, odore di muffa e tela di sacco, ragnatele grosse come lenzuola.
La scala ripida dai gradini di porfido porta alle camere da letto.
Al piano di sotto, se è inverno, sulla cucina economica, l’acqua nel bollitore di stagno sbuffa. Ogni tanto ne cade sulla ghisa, e sfrigola. Nella sala, l’odore di legna che brucia nel grande camino di mattoni.
Casa di campagna, coi quadri storti alle pareti, facce di morti che non conosco, medaglie sotto vetro. Dentro la credenza, tazzine di porcellana che hanno almeno un secolo. Sopra l’orlo mi sembra di vederci l’impronta delle labbra, il dottore che gradisce il caffé, i parenti di Torino, quelli ricchi, di città.
E’ un luogo di pausa perché tutto sembra lontano.
Mentre percorro la strada che taglia a metà quella minuscola frazione, alla mia sinistra si stende la campagna e se ne sta zitta. Sento il mio respiro, il ritmo dei miei passi che battono sull’asfalto.
Ed io sto come davanti la possibilità di una tregua.
La nonna non c’è più, adesso. Sulla toletta nella sua stanza si trova ancora una boccetta col suo profumo. Ogni volta svito il flacone e, mentre l’ annuso, chiudo gli occhi.
Cucà jè ca ‘l va nent, bella matota…
Rideva la nonna, quando le dissero del coltellaccio.
Con questo volevate spaventare i fantasmi? – chiese a me e a Paolo, – fortuna che non son venuti, disse, ché per farli scappare ci vuole ben altro.
Ora lo so.
Ora lo so che ben altro ci vuole.
“Tutti i bambini del mondo continuano ad andare e venire rapidi alle feste che mutano solo lentamente, ma il genere di splendore dei loro occhi si ripete monotono -
Semi, semi, il seme seminato dappertutto che sboccia nel frutto del nostro telaio, vivere -
Soltanto morire -
Decisamente non c’è gioia nelle feste quando si sa.
Tutte le creature viventi e morenti dell’interminabile futuro non vorranno nemmeno essere preavvisate – per cui, dovrei fare silenzio, chiuder bottega, sbattere le imposte e spazzare il mio oscuro e sudicio nido“.


