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[nec tecum nec sine te]

Parola di lumaca sul niente di una foglia? Non è la mia. Non ti fidare. Acido acetico in latta sigillata? Non ti fidare. E' roba adulterata. Un anello d'oro con dentro il sole? Bugie. Bugie e dolore. (Sylvia Plath)

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Ex-voto

Intinge il pennellino nell’acqua e, subito dopo, stempera il grigio in una lunga striscia sbavata. Le sembra che renda bene l’idea di una strada.

La figuretta di donna che aveva tracciato poco prima si staglia ancora più piccina davanti a quel percorso curvilineo e ondeggiante. Una sagoma imprecisa, senza ombre né sfumature, con attaccate alle spalle due alucce che assomigliano a petali sfrangiati.

Non è mai stata un asso in disegno. Ricorda bene quello che le diceva, alle scuole medie, quel vecchio professore, sempre intabarrato in un cappotto spigato, la testa incassata nel collo.

Quando mi porti i tuoi disegni mi sembra di avere davanti il cartoccio del salumiere. Se non hai talento cerca almeno di essere più precisa…

Il fatto è che, malgrado gli sforzi, non le riusciva mai di avere le mani abbastanza pulite. Maneggiando i colori con poca destrezza, finiva sempre per contaminare la superficie di qualche polpastrello. Le sue impronte digitali affioravano sugli angoli stropicciati dei fogli da disegno, generando una miriade di minuscole spirali di tonalità diverse.

Un astrattismo involontario e, soprattutto, assolutamente non richiesto.

Ora prova a fare più attenzione. Calibra il tratto del pennello cercando di non bagnarlo troppo altrimenti la carta gonfia, e lei dovrebbe ricominciare tutto da capo.

Un cono di luce filtra dalla finestra e lei si trova, per un attimo, a fissare i granelli di pulviscolo in sospensione.

E’ così che deve essere l’universo, pensa. Un’accozzaglia di particelle in continua espansione che lei non riesce ad immaginare, nemmeno volendo. Le fa paura e, nel contempo, la tranquillizza quell’idea di infinito. Il fatto di sentirsi totalmente insignificante è una consolazione.

Anche se io non ci fossi, si dice, il nero seguiterebbe a spandersi ed io non avrei alcuna colpa.

Ecco, ora respira piano e colora d’azzurro le due alucce rattrappite.

Ricorda la prima volta che le è successo? le chiede l’analista.

Lei, come al solito, si sente a disagio su quella sedia. La costringe ad una posizione indefinita. Né in piedi, né sdraiata. Un’odiosa via di mezzo che le permette di guardare la terapeuta da un’angolazione sottomessa. La dottoressa la fissa aspettando la sua risposta. Non sembra tradire nessuna fretta. Comunque vada, che lei parli o non parli, i minuti hanno tutti lo stesso prezzo. Ognuno vale, più o meno, un euro e mezzo. Quanti minuti, nel corso degli ultimi due anni, ha già pagato?

Ora, decide di sprecarne uno contemplando il batik appeso al muro che ha di fronte, anche se ormai ne conosce a memoria ogni tratto.

Non sarebbe mai capace di dipingere una cosa così. Troppi colori. Troppe sfumature. Chissà come bisogna esser accurati per un insieme così armonioso.

Allora, vuole provare a fare un piccolo sforzo?

La voce dell’analista la obbliga a staccare lo sguardo da quelle striature blu cobalto che le danno l’impressione di una caduta nel vuoto.

Quando le è successo, per la prima volta, di sentirsi in quel modo? Quand’è che il cuore ha cominciato quello strano giochetto portandosi appresso il respiro e l’equilibrio? Come le è successo ieri pomeriggio, per l’ennesima volta, nel supermercato sotto casa, mentre teneva fra le mani un pacchetto di caffé.

Qual era la marca del caffé? le chiede l’analista.

Lei si trova a smorzare una risata involontaria.

Che cazzo d’importanza può avere? chiede rabbiosa alla dottoressa che continua a fissarla rigirando tra le dita una penna a sfera da quattro soldi. Con tutto quello che guadagna che almeno si comprasse una stilografica decente.

Il mio corpo è un cortocircuito, i pensieri, e tutto, tutto, e io dentro a un mulinello, e lei mi chiede la marca del caffé?

Rivolge lo sguardo alle striature blu del batik e immagina di sprofondare in una chiazza blu. L’acqua le riempie i polmoni e le impedisce di respirare, proprio come ieri, in quel maledetto supermercato, sotto le luci sterili dei neon.

Si gira verso la dottoressa e la vede tremolare, come se fosse immersa in un acquario.

Sto annegando davvero, pensa.

Invece sta solo piangendo. La voce le esce fuori in un lamento da bambina.

Non guarirò mai, eh?

Odia fare la spesa. E’ uno degli svantaggi del vivere da soli. Se non ci pensa lei a comprare il pane ha voglia a morir di fame. Quand’era ancora a casa con i suoi nemmeno si poneva il problema. Dava per scontato che, aprendo lo sportello del pensile, avrebbe trovato lì la rosetta, croccante e arresa, ad aspettarla. Non si era mai chiesta come facesse ad arrivarci, lì dentro. Solo ora si rende conto che non c’era approssimazione. Sua madre era una specie di carro armato. Non si fermava mai. Scandiva i tempi come un diapason arrogante. Forza e coraggio, ripeteva spesso.

Forza e coraggio. Due piccole virtù.

Ed è con forza e con coraggio che lei attraversa le porte scorrevoli del supermercato buttando un occhio alla lista della spesa. Ha appena preso il pacchetto di caffé dallo scaffale quando comincia la cosa.

Non vuole dargli un nome, perché un nome legittima sempre, è definitivo e non lascia scampo. Quando si dà un nome si crea un legame. Se si vuole restare estranei è meglio non dare battesimi. E nemmeno riceverne.

La cosa comincia in sordina.

Nel corpo avviene un piccolo scarto. Ma la vita si regola su equilibri irrilevanti, seppure segretamente solidi, e basta un niente per sovvertire le geometrie.

Il cuore comincia a martellarle contro le costole, un uccellino impazzito. Le manca l’aria e i polmoni si riempiono d’acqua. Poi la luce fredda dei neon si incupisce e inghiotte tutto quello che tocca.

Lei si trasforma.

Lascia il suo corpo guastato e non sa più dove sia.

Vede ogni grinza sul pacchetto di caffé che si ritrova fra le mani, gli scaffali vomitano un caleidoscopio di colori. Oggetti estranei, privi di senso, un rutilante ammasso di cose incomprensibili.

Perfino il suo stesso corpo diventa sconosciuto. La forma delle dita della mano, le scarpe da tennis che sbucano dall’orlo dei pantaloni.

Cortocircuito.

Lei non c’è più. Al suo posto, ora, un buco nero.

Un’accozzaglia di particelle in continua espansione. Non sa bene per quanto tempo resti così. Dopo, cerca di respirare piano. Il cuore riprende il suo ritmo. L’aria ritorna a circolare nei polmoni.

Lei stringe forte le mani intorno al pacchetto del caffé.

Kimbo, risponde stavolta, era un pacchetto di caffé Kimbo.

L’analista sembra soddisfatta.

Le richiama qualcosa ? le chiede rigirando tra le dita la solita penna. Questa sembra una domanda semplice. Non nasconde nessun arcano.

C’era un’insegna pubblicitaria del caffé Kimbo sulla facciata del palazzo dove abitavo da bambina.

Fino a quanti anni ci ha vissuto? le chiede la dottoressa con un sorriso da madre comprensiva. Un sorriso freddo, che stabilisce un confine.

Fino a quattro anni, risponde docile.

Lei la vede quella bambina di quattro anni? Riesce a vederla?

Quella bambina di quattro anni, lei, la vede tutte le mattine, riflessa nello specchio del bagno mentre si lava i denti. Vede i lineamenti di quel visetto emergere e sovrastare i suoi. Vede quel reclamo muto negli occhi. Perché non mi vuoi bene? sembra chiederle continuamente, quella bambina, con una vocetta fastidiosa e asfissiante.

Io, non la voglio vedere, risponde all’analista con un moto di rabbia.

La deve prendere fra le braccia, la deve cullare, le deve far capire che non è sola. E’ questa la strada giusta…

Lei non vuol prendere nessuno fra le braccia. E’ lei che vuole essere cullata, divenire oggetto d’amorosa cura, piccola scheggia fragile e preziosa, farsi baciare le punte della dita.

Cosa prova in questo momento? le chiede la dottoressa con un tono da matrigna affabile.

Lei non prova niente.

Ma è contenta che sia così. Il suo corpo non manda allarmi. Il respiro è regolare. Il cuore se ne sta al proprio posto e non vuole schizzarle fuori dal petto.

Per oggi il tempo è scaduto, dice l’analista alzandosi dalla sedia.

Lei si sveglia alla tre di mattina. La maglia è inzuppata di sudore, i capelli le stanno appiccicati alle guance, si mescolano alle lacrime.

L’acqua nei polmoni le ha fermato il respiro. Il cuore batte violento, pulsa nelle vene del collo. Scosta le lenzuola aggrovigliate e cerca di mettere i piedi per terra. Apre la bocca come un pesce agonizzante.

Aria.

Aria, ho bisogno d’aria, riesce solo a pensare.

I piedi nudi toccano il pavimento e la conducono fino alla finestra della cucina. La spalanca sul buio imperfetto della città. La sua bocca risucchia l’umidità della notte cercando di spingerla nei polmoni contratti.

E’ stato il sogno, a svegliarla. Ed ora, lei, se lo ripete. Era un sogno, solo un sogno. Nel sogno c’era la bambina di quattro anni. Il visetto pallido e minuto, i capelli corti e fini. Indossava un vestitino azzurro da fatina. Doveva essere carnevale perché, dal collo attaccata con un elastico slabbrato, le pencolava una maschera nera da pulcinella. Non si addiceva molto al vestito, ma la bambina, ad un tratto, l’aveva indossata assumendo un’aria inquietante. Sembrava che avesse una testa da adulta incollata su un corpicino inadatto e sproporzionato.

La bambina era lei.

Aveva pressappoco quattro anni e sentiva il tessuto d’organza pizzicarle le gambe. Portava quelle odiate scarpe ortopediche che la madre la costringeva ad indossare per correggere i suoi piedi piatti. Sentiva il suo stesso fiato caldo condensare in goccioline umide dietro la maschera nera.

La sua voce usciva fuori attutita e vaporosa. Mi vuoi bene?, chiedeva con quella vocetta reclamante. Lo chiedeva a suo padre che era in piedi di fronte a lei. Suo padre sorrideva e poi la prendeva in braccio. Si addentravano così, lungo un vicolo buio. I muri esalavano un tanfo di umidità mentre suo padre la metteva seduta in una specie di nicchia incassata, ricoperta di chiazze di muschio. Era una ruota girevole, di quelle che servivano per depositare i neonati abbandonati vicino ai conventi.

Se ora la giro, aveva detto lui, finirai in un giardino nero nero. Ti prenderanno e non potrai vedermi più.

Il padre aveva accennato a muovere quella lastra circolare e lei gli si era aggrappata ad un braccio con tutta la sua piccola forza. Aveva sentito il cuore diventare un tamburino di latta. L’umidità infettarle il naso, chiuderle la gola. La nicchia si stava rimpicciolendo sempre più e sembrava volerla ingoiare in un nero denso, sempre più denso.

Il nero seguitava a spandersi e lei ne aveva tutta la colpa. Le piccole unghie della sua mano erano affondate nella carne di suo padre.

Mi fai male! Sei davvero cattiva…

Si era svegliata di soprassalto con quella voce ancora nelle orecchie, e tutto il buio intorno.

Ecco, ora respira piano. La salita le si staglia davanti e lei ha l’impressione di essere piccina davanti a quel percorso curvilineo e ondeggiante.

Una sagoma incerta, senza ombre.

Percorre un breve tratto ed imbocca un vicolo scuro. Il convento c’è ancora. Ne fiancheggia il perimetro ed arriva fino alla nicchia incassata nel muro. Tira il foglio fuori dalla borsa e lo appoggia sulla lastra circolare. Dà un’ultima occhiata alla figuretta di donna che lei stessa ha disegnato.

Una sagoma imprecisa, senza sfumature, con attaccate alle spalle due alucce azzurre che assomigliano a petali sfrangiati.

Anche se io non ci fossi, pensa, il nero seguiterebbe a spandersi ed io non avrei alcuna colpa.

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