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[nec tecum nec sine te]

Parola di lumaca sul niente di una foglia? Non è la mia. Non ti fidare. Acido acetico in latta sigillata? Non ti fidare. E' roba adulterata. Un anello d'oro con dentro il sole? Bugie. Bugie e dolore. (Sylvia Plath)

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Era tutto così bianco

1.
Lo conoscemmo che era estate. Alla festa dell’Unità di Forte.
Duccio, si chiamava. Duccio, come un pittore del 1200. Che cazzo di nome, a pensarci adesso. Dovresti ricordarlo anche tu, almeno così credo, visto che c’eri. Sai anche che è passato molto tempo, da quella sera di luglio. Quello che non sai, però, ne sono certa, è che io, ogni tanto, ancora penso a lui. Mi succede ogni qualvolta riconosco la vera sostanza della mia incapacità di valutazione. Quando gocciola fuori da me, liquida, come se fossi un rubinetto stretto male. Quindi, in realtà, potrei dirti che non penso proprio a lui, a Duccio, in senso stretto, quanto piuttosto a quella che io sono stata nei suoi confronti. Duccio, in fondo, è rimasto nella mia memoria allo stesso modo di come ci resta un limite che separa l’apparente normalità dallo scarto. Una macchia, uno spiraglio slabbrato nella mia stessa carne che, per un attimo, m’ha fatto intravedere una pozza nera, i denti aguzzi d’una bestia non addomesticata.
Da allora, e ne è passato di tempo, io so che quella bestia mi dorme nel grembo. Non l’ho scacciata a suon di bastonate. Non l’ho fatta sloggiare, no. Le ho semplicemente somministrato un anestetico. Lei, però, ogni tanto si risveglia, e ringhia, e mi ricorda della mia natura selvaggia, e mi ricorda che vivo.
Dicevo, un limite. Un confine, ecco, che avrei potuto tranquillamente valicare. Se l’avessi fatto sarebbe cambiato tutto. O forse no. Chi può dirlo?
Ma, affinché tu capisca, è necessario arrivare alla fine della storia, dare un ritmo a questo mio narrare, non disperdere alcun particolare rilevante.
Alcune cose, credo, le sai già.
Altre no. Le ho sempre tenute nascoste, con la bestia a far da guardiana.
Sei pronta?
Sì?
Allora comincio.

2.
Era stato un giorno molto caldo. Avresti voluto andare al mare, ma poi, chissà perché, avevamo finito col non farlo. Lenta, ti trascinavi per casa. E in quella tua lentezza era racchiusa una spirale d’inquietudine. La cucina aveva ancora l’odore del nuovo. Le piastrelle bianche rilucevano. Dai muri esalava il fresco della tinta appena data.
Era tutto così bianco, tutto così bianco.
Io, come al solito, smaniavo. Sempre piaciuto metter mano agli oggetti, vedergli cambiar forma, cercare il bello nel brutto. E, in quel periodo, tutto doveva cambiare. Era questa la regola.
Avevo dispiegato i fogli del giornale sul pavimento e stendevo col pennello lo smalto giallo su quella lampada a morsetto che era nera. Il nero no, ti dicevo. Ma tu scuotevi la testa, ti ricordi? La vernice aggrumava sul metallo, il pennello perdeva setole. Insomma, un disastro. Fu la telefonata di Andrea a liberarci, me dalla lampada, te da me.
Si va a Forte, disse, che fate, venite anche voi?
La stanza era appestata dagli effluvi della nitro, il pennello a bagno nel liquido che s’ammorbava d’un giallo paglierino. La lampada esausta stesa sui giornali. E il caldo.
Dai, dicesti tu, si va, così ceniamo a Forte ché qui, altrimenti, con tutta ‘sta puzza ci vengono i conati.
Mi tenni addosso i jeans un po’ macchiati di vernice, nemmeno mi truccai. Sapevo il fastidio che t’avrebbe dato, ma s’andava alla festa dell’Unità, mica chissà dove. Storcesti il naso, ma mi lasciasti fare. Tanto a parlare avresti fatto solo peggio, e lo sapevi.
Quando vedemmo gli altri in macchina, però, anche a te venne da ridere. Tutti lucidi e tirati, rossetti come incisioni, uno scintillio di shantung nero, mentre io avevo passato tutto il giorno a cancellarlo.
Si balla il tango stasera, spiegò Andrea, e allora capimmo tutto quell’impegno. Il tango richiede cura, non è pensabile eseguirlo con l’approssimazione dei jeans. Necessita di scena, di shantung nero, e tacchi, e rossetti tatuati.
Io e te eravamo fuori gioco.
Io e te s’aveva fame, altro che tango.

3.
Il viaggio in macchina fu riempito dalle chiacchiere di Andrea, ché, tanto, zitto non ci stava nemmeno se lo imbavagliavi. Quando poi attaccò a cantare Azzurro, io e te ci guardammo. Quasi avremmo preferito che continuasse a parlare, e parlare. Voleva pure il coretto. E tu, che gli sedevi accanto, dovevi subire quel tocco alla spalla insistente come il becco d’un picchio.
Io, con la mano fuori dal finestrino, cercavo d’acchiappare il vento tra le dita.
Tutto deve cambiare, pensavo, e urlavo a squarciagola, con la mia voce sgraziata, azzurrooo il pomeriggio è troppo azzurrooo e lungooo per meeee….scandendo il ritmo con l’ondeggiare della testa. Il vento mi ballava tra le dita. Non riuscivo ad acchiappare niente, neanche i miei stessi capelli che mi finivano in bocca, mi suggerivano il silenzio.
Tu scendesti dalla macchina e ti allisciasti il vestito lungo i fianchi come per levarti di dosso il fastidio di quella vicinanza forzata. Andrea non fece caso a quel gesto. Non lo misurò. Io sì. Vidi le tue belle mani scendere decise sulla stoffa tirata sulle cosce. E poi quello scuotere lontano dall’asse del corpo la noia.
Ci dividemmo subito.
Andate a ballare il tango, dicemmo loro, non vi si raggiunge dopo.
Io e te s’aveva fame, altro che tango.
Che poi, a me, lo sai, al contrario di te, le orchestrine alle feste m’hanno sempre messo tristezza. Dopo. Il primo momento è sempre di stupore, fiorisce quasi un timido sorriso. Poi mi soffermo a guardare i ballerini, i loro passi da manuale, e, a mano a mano che la fisarmonica mi entra nelle orecchie, ci insuffla pensieri di morte. Le lanterne di carta sospese sui fili, il buco che fanno contro il nero del cielo, l’alone che, sotto il mio occhio miope, si trasforma in una luce stellata, coi raggi che paiono fiammelle. E le donne d’età che sembrano tante bambole finte, il trucco sui volti avvizziti, maschere, maschere.
Tu no. Accetti gli inviti di tutti quelli che ti vogliono trascinare sulla pista. E, mentre volteggi, ridi. Continui a ridere.
Ecco qual è la differenza, fra me e te. Altro che il colore dei capelli.

4.
E fu in quell’aria di fisarmoniche che ci mettemmo a cercare un posto dove mangiare qualcosa. E fu in quel posto, un bar all’aperto con tanto di bancone al quale ci sedemmo, che conoscemmo Duccio. Era un volontario della sezione. Gli avevano assegnato la mansione di barista.
E’ tardi, ci disse, mica c’è rimasto granché da mangiare.
Alla fine ci rimediò degli stuzzichini che ci riempirono un poco lo stomaco solo quel tanto per appoggiaci il peso delle caipirinhe. E, con la cachaca che ci scioglieva la lingua, tu che battevi il tempo con il tacco del sandalo, ed io che cercavo di levarmi la malinconia della fisarmonica dalle orecchie, cominciammo a chiacchierare.
Era romano, Duccio. Al banco, c’era anche suo fratello Riccardo. Che però parlava poco. Ti squadrava di sottecchi, si vedeva che gli piacevi. Ogni tanto gettava uno sguardo ironico a Duccio, come a voler dire ma quanto cazzo parli, e sorrideva. Erano in vacanza a Forte. Ci venivano ogni anno.
Duccio, ad un certo punto, si sporse dal bancone. Mi carezzò una ciocca di capelli. Io irrigidii il corpo e mi scansai da quel contatto che mi parve una confidenza inopportuna.
Sono naturali? mi chiese lui con un sorriso appena accennato.
Solo in quel momento m’accorsi d’avere un ciuffo di capelli tinti di smalto giallo. La vernice della lampada.
Così mi tirò fuori la prima risata, Duccio.
Tu, invece, arrossisti davanti alla mia sbadataggine. Tu, alla bellezza hai sempre offerto doni, l’hai messa su un altare. Io l’ho sporcata ogni volta che ho potuto. Anche con uno smalto giallo.
Quella sera finì con Andrea che ci venne a cercare. Eravamo rimaste noi sole, al bar, assieme ai due romani. Era tempo di tornare indietro. Ci scambiammo numeri di telefono, baci sulle guance. Alla fine c’era parso che il tempo fosse volato, avevamo riso molto.
E’ simpatico Duccio, mi dicesti in macchina.
Sì, è simpatico, ti confermai mentre fissavo il nero oltre il vetro, e pensavo al bianco, a tutto quel bianco che m’aspettava.

5.
Ci telefonarono qualche giorno dopo. Tutti e due. Riccardo parlò con te. Avrebbero avuto piacere a rivederci, dissero. Io non avevo alcuna mira. Figuriamoci se l’incontro d’una sera, e in quel momento poi, avrebbe mai potuto scatenarmi fantasie.
Ti interessa Riccardo? ti chiesi per scrupolo. Tu sorridesti. Scrollasti le spalle come per scioglierle da un impaccio. Finì così, che non era nemmeno cominciata.
Avevamo, entrambe, da prestare attenzione ad altro. Levare tutto il nero, cambiare tutto. Era un esercizio che non ammetteva distrazioni. Ci voleva impegno.
Tu, del resto, stesa sul divano avevi freddo in pieno luglio. Tremavi come un foglia, cosa credi che non ricordo, ed io a metterti addosso plaid, a scaldarti le mani strofinandole tra le mie come se attorno avessimo una tempesta.
Cuori ricoperti di neve, io e te.
Anime invernali, sempre in cerca di calore.
Due cuccioli, a volte, mi siamo sembrate, sempre a farci accosto, a cercare l’una il tepore dell’altra, in una tana che non era sollievo, che, al contrario, ci stringeva addosso le pareti, a levar aria. Ma questa è un’altra storia ed ora non mi interessa fare un gioco d’intrecci, buttare tutto in un’ardita mescolanza.
Che quell’estate passò lo sai anche tu. Così come sai che andasti via, che ritornasti alle tue cose lasciando me alle mie.
Duccio continuò a telefonare. Dopo quell’unico incontro era nata un’amicizia di voce che mi faceva piacere. Era simpatico, ridevo tanto per le storie che mi raccontava. Si laureò, partì militare. E fu in divisa che l’incontrai per caso, io alla fermata dell’autobus che andavo all’università, lui in procinto di partire per una licenza. Ci salutammo impacciati, abituati com’eravamo solo alle nostre voci, materia incorporea, per niente tangibile. Lui però mi guardò profondo, come se avesse una nostalgia addosso, come se, davanti alla mia faccia, gli fosse tornato in mente qualcosa che aveva scordato.
Ho incontrato Duccio, ti raccontai a telefono.
E’ sempre simpatico? mi chiedesti tu.
Sì, è sempre simpatico, ti confermai, mentre fissavo il buio oltre il vetro e sprofondavo nel bianco, in tutto quel bianco.

6.
Fu l’estate successiva che scoprii d’avere una bestia nella pancia.
Fu quando Duccio decise di venirmi a trovare a casa.
Sono a Forte, m’aveva annunciato a telefono, tu oggi che fai? m’aveva chiesto.
Niente di speciale, avevo detto io.
Allora, se ti va, ti vengo a trovare.
Suonò il campanello nel primo pomeriggio. Il palazzo era deserto, spopolato dalla vicinanza del mare.
Gli preparai un caffé. Stemmo un po’ in cucina. Dalle pareti non veniva più fuori l’odore del nuovo, della tinta appena data. Cominciammo a chiacchierare. Poi ci spostammo in salotto. Lui si sedette accanto a me.
Vicino.
Troppo vicino.
Mi guardava fisso mentre io gli parlavo e, nel frattempo, cercavo di spostarmi un poco dal suo corpo. Aveva addosso un odore di detersivo. Gli veniva fuori dalla camicia pulitissima e si mescolava a quello della sua pelle, e bagnoschiuma, e dopobarba. Si era lustrato tutto quanto. Da capo a piedi. Io nemmeno m’ero truccata, invece. Se ci fossi stata tu me l’avresti fatto notare.
Gli occhi mi caddero sulle caviglie, sulle scarpe da barca che indossava senza calze. Pensai che non aveva trascurato nemmeno i piedi. Forse li aveva cosparsi di talco, chissà.
La sua vicinanza cominciò a sembrarmi insostenibile. Mi spostai tutta su un lato, ma lui mi venne appresso. Ora sentivo un allarme. Stupida, mi dissi, stupida, e m’addossai subito una colpa che non avevo.
Lo sai che così, senza trucco, assomigli a….?, e buttò lì un nome d’un’attrice, anche le occhiaie, continuò, anziché svilirti, ti donano, disse, e mi passò, sulla guancia una carezza rapida e collosa. Aveva le mani sudate, Duccio.
Mi scansai come per sottrarmi ad un morbo. Mi pesava su un fianco. Si avvicinò ancora di più e la sua lingua, a tradimento, mi sfiorò le labbra. Un alito pulito, da bambino.
Non fumava, Duccio.
Lo spinsi indietro con entrambe le mani. Cazzo fai? gli dissi, sei impazzito?
Voglio baciarti, fece lui, tu mi piaci, disse, e molto.
Tu no, gli feci, per niente.
Per un attimo mi guardò stupito. Credo che lesse lo schifo disegnato sulla mia faccia che tanto gli piaceva. Se ne sentì ferito. Approfittai di quella sua indecisione per tirarmi su, liberarmi dallo stretto del suo corpo, allontanarmi, raggiungere la cucina, una specie di via di fuga.
Lui mi seguì. Mi guardò ancora fisso, risentito.
Sono venuto fin qui da Forte, per te, mi disse e sembrò un reclamo, la richiesta di un premio mancato.
Hai capito male, gli feci notare, e intanto continuavo a dirmi stupida, stupida, perché noi donne, lo sai anche tu, davanti a certe evidenze ci diamo colpe. Anche quella d’avere una faccia che piace. Anche quella, in fondo, è colpa nostra. Ci viene naturale di pensarlo.
Intanto Duccio continuava ad avvicinarsi. Aveva un’espressione strana stampata sul viso. Non era simpatico per niente, in quel momento. Il palazzo era deserto. Seppure avessi urlato, in quella controra, non m’avrebbe sentito nessuno.
Fermati, gli intimai, fermati lì dove sei.
E fu in quel preciso momento che sentii ruggire la bestia nella pancia.

7.
Lui fece ancora qualche passo.
Io ero dietro al tavolo. Davanti a me il cassetto dove riponevo i coltelli. Ho sempre amato i coltelli, lo sai. La possibilità della lama. Il giusto taglio. Ed era a quello che pensavo. Anzi, la bestia pensava così. Se si avvicina, se mi tocca, se vuole, se proprio vuole io gli infilo un coltello nella pancia. E lo uccido. Lo uccido. Lo uccido.
E lo pensavo davvero, sai? Anzi, la bestia pensava così.
Immaginavo il sangue. Chiazze di un rosso assoluto sul biancore delle mattonelle. Rosso, rosso e non nero a sporcare tutto il bianco nel quale mi ero immersa.
Ma lui si fermò.
Si fermò.
Allora? mi chiese, che faccio? vado a prendere il primo treno, o resto?
Vattene, gli dissi, e non farti vedere mai più.
Esitò ancora qualche istante. Poi girò le spalle.
Quando si chiuse la porta dietro di sé, io aprii il cassetto e fissai l’acciaio delle lame. Erano lucide. Sempre curati i miei coltelli, io. Tenuti bene, affilati. Li fissai come se valutassi una possibilità.
Tu lo sai che l’avrei fatto. Che quelle mani addosso, messe sul mio corpo senza invito, non ce le avrei fatte restare.
Cuori ricoperti di neve, io e te.
Due cuccioli dai denti rabbiosi. Figlie, forse, di quella bestia che custodisco nella pancia, che, ancora oggi, ogni tanto si risveglia, e ringhia, e mi ricorda la mia natura selvaggia, e mi ricorda che vivo.
Ecco. Questo è tutto. Era questa la storia che volevo raccontarti. Ché solo di piccole storie, io, so dire.

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