Avrebbe bisogno di un sentimento di cui avere nostalgia. Un sasso, uno spillo, una frattura. La voce le arriva alle spalle mentre sale i gradini. Professoressa ha da accendere? Gli osserva le guance infuocate dallo schiaffo del vento. No, dai, non fumare, ora bisogna entrare ché è appena suonata la campana. Lo sguardo del ragazzo è obliquo, uno scatto di pupille rapido, dal viso al vetro, dal vetro al viso. La porta d’entrata che gli si richiude alle spalle non smorza la parola. Troia, sibila. Lei lo sente, ma non gli dice niente. Lo vede imboccare il corridoio di sinistra, il corpo allampanato e rigido. Si fa chiamare Edward e fuma una sigaretta dietro l’altra. Io sono più a nord di tutti, dice qualche volta, e i suoi occhi sono feritoie su un baratro stretto.
Le pareti dei corridoi sono gli unici muri privi di scritte, ad eccezione del murale al secondo piano, quello che fecero i ragazzi della prima A di grafica. Lei li ricorda tutti, anche se sono passati otto anni. C’era Dario, in quella classe, che in terza le faceva una corte galante. Roba da finire sul giornale, o in galera. Se lo vide precipitare addosso, una volta, il petto duro come uno scudo, un sorriso da faina quando lei gli disse smettila. Ascanio, lo chiamavano i compagni, per via del pizzo spettinato, come Celestini. Poi c’era Debora, il viso d’una madonna del trecento, che negli ultimi anni lavorava anche part-time alla Coop. L’aveva incontrata che indossava la sua cuffietta bianca e metteva a posto sugli scaffali del banco frigo i vasetti di yogurt. Sa, siamo in tanti a casa, e anche questi quattro soldi servono. E Alessio, soprannominato calimero, per quella pelle scura scura, i capelli nerochina come un fumetto, che le portava le ricette del cacciucco preparato dalla madre. E Lorenzo, secco secco, che fece quel brutto incidente col motorino fratturandosi la tibia, che quando lei gli disse quel tuo disegno mi piace proprio tanto, lui lo staccò dal muro e glielo regalò. Si era fatto un autoritratto. Le mani in tasca, il cappuccio tirato fin sugli occhi, e un’espressione triste. S’addormentava con la testa sopra al banco, ogni tanto, la mattina. Il collega di matematica si arrabbiava e lei dovette raccontargli a tu per tu che lui, prima di arrivare a scuola, aiutava suo padre che faceva il panettiere. Novelle da libro cuore. Spigoli di ossa aguzze, malinconie di nebbia, vetri appannati dai fiati, cazzi e cuoricini.
Nelle aule, invece, alla pareti c’è di tutto. Un delirio di uniposca anche sui banchi. E sotto, appiccicate, mille gomme masticate che è una cosa da cui lei deve distogliere l’attenzione, proprio non ce la fa a pensarle là, aggrappate al legno, coi calchi dei denti ancora impressi.
Edward entra nell’aula durante il cambio d’ora. E’ sempre in giro per i corridoi. L’altro giorno aveva la testa ficcata tra le sbarre dell’inferriata. Chissà se è riuscito a sfilarsela da solo o l’hanno dovuto tirare via per i piedi. Ma lei quanti anni ha? le chiede. E intanto le prende le misure. Base per altezza, spicchi di iridi, ma oltre non può andare. Gli occhi sono due tagli che la percorrono, che non rimarginano mai. Si avvicina al tipo che ha i capelli alla Joe Strummer. Edward le lancia un’occhiata, due spacchi sulla pelle, un rettile dal sangue immoto e freddo e si avvicina all’orecchio del compagno. Non scherma le labbra con la mano, però. Pompino, è l’ultima parola. Così decifra lei, che è avvezza alle bocche silenziose, dal labiale muto. L’altro ride. Anch’io, gli dice.
Fa freddo. I vecchi termosifoni in ghisa sono tinti di grigio, il sole rifrange piatto sui vetri sudici, un riflesso quietamente disperato. Una signora, nel palazzo di fronte, lava il pavimento del terrazzo, un foulard avvolto attorno al viso.
Edward prende il largo. Cammina con le spalle incassate, lontano dai muri, strascica svogliato i piedi sulla graniglia opaca, l’eskimo, verde e stazzonato, gli sguscia informe sulla schiena secca. Non vuole essere chiamato Simone. Simone gli avrà fatto male, lo ha trascinato a sud, troppo a sud, in un caldo tropicale e unto nel quale lui ha sudato moltissimo per diventare Edward ed essere più a nord di tutti.
Il laboratorio d’informatica si trova in uno stanzone ampio, un’intera parete a finestroni d’alluminio anodizzato che danno sulla scala antincendio. Mucchietti di cicche maculano di giallo il ferro della piattaforma intermedia. Fa ancora più freddo ma, da lontano, oltre quei vetri affumicati, si scorge il campanile e, ancora più lontana, l’idea del mare.
La voce di Alessandro è potente, greve d’un accento che lei sa perfino imitare benché non le appartenga. I ragazzi infilano i floppy nei case. Il tempo cola giù denso, lascia una scia sul pavimento che a seguirla si perde la strada, si deraglia.
L’uscita dell’intervallo le offre una tregua. Sosta nella lingua di cortile invasa dal sole. Sui suoi capelli barbaglia il fuoco dell’henna, fiamme di corallo. Mentre fuma si accosta Valentina. Ancora si sa niente dei contratti, le dice.
Bella rossa, grida qualcuno da una finestra alle loro spalle. Mi sa che quello ce l’ha con te, le dice Valentina. Lei fa ancora qualche tiro, poi schiaccia la cicca sotto al tacco. E’ Edward, le risponde facendo spallucce e si avvia al cancello dell’uscita.
Il cielo è una lastra, perfino i gabbiani ci rimbalzano. Lungo la strada, nell’erba, il picchiettio delle prime margherite.
Lei avrebbe bisogno di un sentimento, uno qualsiasi, per cui provare nostalgia. Uno spillo, una bugia, il canto del gallo per tre volte, un bambin gesù sotto una teca di cristallo, la carcassa di un topo morto vicino ad un tombino che le accenda dentro una frattura di pietà.
A questo pensa, ancora, a sera.
Chiude le persiane su qualcosa di buio, quando dalla finestra si stacca la stecca superiore della cornice. Le finisce in piena faccia. Libera un dolore stizzoso che le fa pestare i piedi in terra come una bambina. Lacrime d’un freddo che taglia, passi, passi, il marciapiede pieno di cacche di cane da scansare, ma lei è a sud, troppo a sud, in un urlo che non prende voce, le dice molte cose, per la maggior parte indecifrabili, e in un sussurro, quello di una stella malata in un fremito di quieto smarrimento.


