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[nec tecum nec sine te]

Parola di lumaca sul niente di una foglia? Non è la mia. Non ti fidare. Acido acetico in latta sigillata? Non ti fidare. E' roba adulterata. Un anello d'oro con dentro il sole? Bugie. Bugie e dolore. (Sylvia Plath)

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Della perduta innocenza

1.

Fu la prima volta che entrai in quella casa che lo vidi. Strisciò veloce e furtivo lungo il perimetro del battiscopa per sparire, subito dopo, in un anfratto scavato nel vecchio muro di mattoni. ” Cos’era?”, chiesi stupita, ma nessuno mi rispose. Il vecchio, in un angolo, guardava le braci nel camino che andavano effondendo gli ultimi barbagli. Gli altri si preparavano alla notte muovendosi circospetti sotto la luce fioca e bassa del polveroso lampadario. La casa era grande, fredda. Un sentore umido svaporava dalle pareti che la caligine dei fuochi aveva sporcato negli anni. Non c’era musica e loro tutti parlavano bisbigliando come se temessero di svegliare un dormiente. Fuori dalle finestre, la notte avanzava portando con sé una coltre nebbiosa che rendeva imprecisi i contorni degli ulivi, copriva la mappa celeste degli astri oscurando la stella polare. Non ricordo perché mi trovassi là. Non so bene quali furono le circostanze misteriose che mi condussero in quel luogo. Forse, camminando nella sera, avevo perso il sentiero, e trovandomi nella radura buia avevo visto la casa e postulato rifugio, come un viandante sperso. Oppure, non fu la stanchezza a farmi chiedere asilo ma una curiosità inopportuna accesa in me dalla particolare architettura dell’edificio, una ardita mescolanza di elementi gotici e modernisti nel bel mezzo di un boschetto fitto. O, ancora, quella segreta, invalicabile, invidia che avverto ogni qualvolta mi trovi a sbirciare le finestre illuminate di una casa dall’esterno, provando una lancinante stretta di pietà e di abbandono verso me stessa, immaginando che, all’interno, ci siano calori dolcissimi, tenerezze inenarrabili mentre io, fuori, sono alla mercè del mondo. Risposero lesti al tocco lieve del mio bussare. Mi aprì una bambina macilenta che mi fece entrare senza chiedere niente. La piccola mi guardò seria, gli occhi tondi le riempivano il visetto, piccole crosticine disegnavano un’ombra vicino le ali del naso. Inaspettatamente fiorì un sorriso esitante e mi fece cenno di abbassarmi. Mi chinai e i nostri visi furono alla stessa altezza; fu così che, lieve, mi baciò una guancia e con una vocina sottile mi sussurrò: “Era molto tempo che ti stavamo aspettando.” Mi introdusse in una grande cucina dove, raccolti intorno ad un tavolo ancora ingombro dei resti di una cena, c’erano gli altri, un uomo, una donna e un ragazzo, ad eccezione del vecchio che, già, sedeva accanto al focolare. Il vecchio nemmeno mi guardò. Fissava assorto le lingue di fuoco che sprigionavano dalla legna che, bruciando, esalava un aroma di pino, un profumo umorale e vischioso. Le mani, deformate dall’artrite, simili ad artigli adunchi, abbrancavano un bastone. Il viso centenario era una ragnatela di rughe. Gli altri tre mi fissavano tranquilli senza manifestare né interesse né disturbo. L’uomo e la donna, di età indecifrabile, sembravano intimi, probabilmente sposi. Lui aveva uno sguardo rapace acuito da sopracciglia irsute. Non sembrava cattivo ed era molto magro, nel corpo un guizzo nervoso. La donna era minuta, gli occhi addomesticati, le mani rosse e screpolate adagiate su un grembo ancora acerbo, i capelli raccolti intorno al viso. Mi sorrise, di un sorriso fugace e scarno, e disse piano : “Sei in ritardo.” Il ragazzo aveva un aspetto selvatico. La faccia aguzza, per occhi due fessure taglienti. Sedeva – se così si può dire - appollaiato sulla sedia. Le braccia secche serravano le ginocchia al petto facendolo assomigliare ad un mollusco, protetto da un carapace inespugnabile. Mi lanciò uno sguardo obliquo. Sentii la sua malevolenza come un soffio gelido sul collo e, mio malgrado, rabbrividii. Fu proprio allora, in quell’istante, che, per la prima volta, lo vidi. Non posso affermare con certezza di sapere cosa fosse, e, difatti, lo chiesi anche se nessuno mi rispose. Fu come intravedere, con la coda dell’occhio, un ombra muoversi veloce, una piccola ombra. Fu un guizzo argenteo, appena intuibile, lungo il perimetro della stanza male illuminata, tanto rapido da rallentare persino il tempo. Sparì – se questa è la definizione che più si avvicina alla realtà – altrettanto velocemente di come era apparso. Gli altri nemmeno se ne curarono ma, subito dopo, come ad un segnale convenuto, cominciarono a muoversi, ognuno intento nelle proprie incombenze della sera: sparecchiare il tavolo, buttare la cenere sulle braci, rimettere le sedie al proprio posto, lavare le stoviglie. Solo il vecchio rimase immobile fino a quando il ragazzo, con modi bruschi, gli si fece accanto e, prendendolo per un braccio, lo accompagnò fuori dalla cucina, immediatamente seguito dalla bambina. L’uomo, silenzioso fino ad allora, ordinò alla donna con fare sbrigativo:  ”Mostrale la stanza.”  Poi si accese una sigaretta e prese a fumare avidamente. La donna, che era veramente minuta, mi venne vicino e, sempre con quel mesto sorriso, mormorò: “Vieni con me .”

2.

Mi chiusi la porta alle spalle e mi guardai intorno. La camera era accogliente, seppure essenziale. Il letto, con lenzuola fresche di bucato, si trovava vicino ad una finestra che dava sul bosco. C’era anche un armadio e un piccolo tavolo sul quale era stato sistemato un vaso di gerani stentati. Mi avvicinai alla finestra e la aprii. Il sentore umido del bosco si fondeva all’aria della notte. Non si distinguevano le stelle e la cappa nera del cielo veniva solcata dalle spire lattiginose della nebbia. Nel bosco, le creature dormivano inermi esalando piccoli fiati vaporosi. Le sentivo arrendevoli e fiduciose, celate in tane sotterranee, fumiganti di calore sprigionato dai minuscoli corpicini intenti solo nel respiro profondo del sonno. Qualche sparuto rapace notturno – una civetta, forse, oppure un allocco – si alzava, di tanto in tanto, con un rapido frullare d’ali lacerando, per una breve istante, la collosa densità della foschia. Per il resto, tutto era silenzio: non un filo d’erba si muoveva, non una foglia. Il paesaggio fermo sembrava ascoltare il battito notturno del mio cuore, per incanto pacato dagli orrori del mondo, ed era miracolo, – se è lecito usare questa parola – e tutto, le guerre, le pestilenze, i tradimenti, tutti i delitti e tutte le pene, erano dissolti, sotterrati e decomposti in un fosso al centro della Terra. Fu così che, adagiata in uno stato d’animo molto vicino all’estasi, mi apprestai al sonno riscontrando con sollievo che non c’era pericolo, che la piccola ombra sembrava anch’essa addormentata in qualche recondito nascondiglio della casa.

3.

Sognai a lungo quella notte. Sognai che il cielo diventava purpureo come sangue infetto e che dalle profondità marine, in preda a spasmi convulsi, le creature degli abissi cominciavano a sputare fuoco. Sognai treni carichi di scheletri che, con il loro sferragliare assordante, attraversavano città devastate dalla miseria e dalla fame mentre uomini striscianti, con i corpi racchiusi in gusci di lumaca, gemevano agli angoli delle strade. Sognai le piccole creature, quelle innocenti, prigioniere di un divampante rogo senza fine così che nell’aria si diffondeva un effluvio dolciastro di carni arse, un fetore insostenibile che diventava corruzione, male cui era impossibile sfuggire. Sognai che il cielo si squarciava come un sipario logoro e, in una pioggia di lapilli e di lava, l’esercito degli angeli cadeva sulla terra, annientato dal peso insostenibile della lievità e della purezza. Questo ed altro sognai, in quanto l’estasi dello spirito avvicina alla santità, e la santità è visionaria. E mentre sognavo in questo stato di grazia, così vicino alla divinazione, qualcosa – o qualcuno? – ne interruppe il fluire. Misteriosamente mi risvegliai. Dalla finestra cominciava a filtrare la prima luce del giorno cosicché le suppellettili della stanza assumevano sfumature cupree mentre le ombre svanivano e tutto iniziava a rischiarare. Parlo, però, non di una chiarezza evidente ma di quella visione confusa che è propria dell’alba e le cose, gli oggetti, hanno una parvenza spettrale che ci porta nell’animo tutta la solitudine del mondo. Controllai, guardandomi intorno circospetta, che tutto fosse al proprio posto e, in effetti, così era. Nulla era mutato e seppure la luce incerta dell’alba, da sempre, mi porta sconforto e desolazione, nulla, – a parte questo dettaglio personale – , sembrava essere stato l’artefice del mio improvviso risveglio. Ma, ecco, che lo sentii. Non era un vero e proprio rumore, nemmeno un ticchettio oppure il crepitare secco che fa un legno vecchio quando si assesta. Era un lamento, uno squittio sommesso – anche se definirlo squittio è una libertà audace – , una specie di pianto innocente quasi impercettibile all’udito, ma chiaro nella profondità del mio cuore. Di certo, posso assicurare che non ero io. Non era un suono umano. Non il pianto di un bambino, né il lamento di un vecchio. Semplicemente era altro. Mi alzai e furtivamente cominciai ad ispezionare la stanza. Guardai dapprima sotto il letto, poi in tutti i cassetti, dietro al tavolo, tra le foglie del geranio ed infine aprii l’armadio. Era lì. Quando spalancai l’anta ebbe un sussulto e mi fissò con quegli occhietti neri e lucidi come due monetine ardenti. Piangeva acquattato in un angolo. Non provai spavento nel vederlo, e non perché in lui riconobbi, immediatamente, la piccola ombra della sera prima, bensì per il suo aspetto dimesso che induceva una pietà infinita, una compassione, ove, per compassione, si intenda un sentimento di pena universale, come se in quella piccola creatura dimorasse tutto il Dolore del mondo. Non saprei come descrivere l’indescrivibile per cui dirò soltanto – mi si perdoni l’inadeguatezza dei dettagli – che assomigliava ad un orbettino, un animaletto – ma anche questa parola è inesatta - a metà tra un serpentello ed una lucertola, abbigliato di tutto punto con frammenti di stoffa colorata. Era piccolo, più o meno la taglia di uno scoiattolo e, dello scoiattolo, aveva gli occhi – le due ardenti monetine-. Poi, dall’involto di straccetti colorati, spuntavano fuori quattro minuscole zampette, di cui le superiori simili a quelle di un roditore. Le teneva unite, strette al petto come in una muta preghiera. Ebbene, non era un animaletto ma, molto più verosimilmente, una creatura. Sembrava preda di un insopportabile smarrimento e, seppure intimorito dalla mia presenza, continuava ad emettere quella sorta di flebile lamento. Mentre pensavo al modo migliore per cercare di placare la sua infinita tristezza, si aprì la porta della stanza e apparve il visetto della bambina.  ”Fallo smettere” sussurrò, “oppure sarà troppo tardi.” Detto questo, sparì inghiottita dal corridoio buio. Fu così che presi la creatura fra le braccia e, come se mi venisse suggerito, senza nemmeno rendermene conto, cominciai a cullarla blandendola con una nenia consolante, una vecchia ninna nanna “Dormi, dormi, piccolino……...”, mentre sentivo quel misero corpo dilatarsi in un tremito lieve. Quasi per miracolo, – ed ecco, che, ancora una volta, uso questa parola, ma ci sono circostanze che non ammettono umiltà – , il lamento, piano piano, cessò per lasciare posto solo ad un respiro regolare e profondo. La creatura si era addormentata.

4.

Mi accingevo ad aprire l’uscio della cucina quando, mio malgrado e non senza imbarazzo, come se fossi colta nell’atto di spiare, sentii distintamente la voce del ragazzo:  ”Che sia ben chiaro: non può più stare qui. Ha fatto i suoi comodi fino ad ora, sempre trattato come un principino…. Per lui bisogna avere ogni riguardo ed ogni cura, serbare i bocconi migliori ed un posto assicurato al focolare. Sono stanco di tutte queste moine e siate certi che quell’essere repellente sparirà presto da questa casa.” Nel frattempo, la bambina piangeva e la donna cercava di ammansire il ragazzo: “Zitto!… Per carità, stai zitto….” Il vecchio assito del pavimento scricchiolò proprio allora sotto i miei piedi e le voci, di colpo, cessarono. Entrai così nella stanza e sui loro volti dimorava ancora la tensione. La bambina si asciugò furtivamente gli occhi e la donna mi sorrise, - sempre quel sorriso mesto…- mentre il ragazzo, di un pallore quasi livido, mi lanciò uno sguardo spudorato e, arricciando le labbra in un ghigno, svelò i canini aguzzi, simili a quelli di una fiera. La donna mi dedicò qualche frase scarna e cerimoniosa - gli insulsi convenevoli che una locandiera ha verso un ospite di riguardo - e, offertomi che ebbe un caffè annacquato, si avviò decisa e con un piglio vigoroso - quell’energia che solitamente possiedono le persone minute - uscendo dalla cucina con l’aria di chi ha incombenze molto importanti da sbrigare. Anche il ragazzo si affrettò ad andare via, non senza prima lanciarmi un ultimo sguardo ostile – evidentemente, e a ragione, riteneva del tutto inutile sottolineare con le parole quello che così palesemente diceva con gli occhi, giacché, in molti casi, questo tipo di comunicazione risulta maggiormente eloquente di qualsiasi verbo-. Lo seguii con lo sguardo, attraverso i vetri della finestra. Si incamminò, con le spalle curve, per il sentiero nel bosco e si chinò a raccogliere uno scarabeo che, caracollando sulle zampine incerte, aveva attirato la sua attenzione. Lasciò che l’insetto gli camminasse lungo il braccio mentre, con un dito ne carezzava la corazza lucida. Poi, brusco, scagliò l’insetto al suolo e con un colpo di tacco, lo uccise. Corse sgraziato tra i faggi, scomparendo così dalla mia visuale. Nella stanza, solo la bambina era rimasta nel suo angolino, le guance ancora sporche delle tracce del pianto, a fissarmi con un’espressione atona. Poi, trovato il coraggio nella profondità di qualche suo oscuro cantuccio - poiché, e di questo sono testimone, soprattutto nelle creature più fragili sovente si nasconde una grande audacia -, con una vocina esile ma risoluta cominciò a raccontare:  ”E’ sempre stato in questa casa. Si trova qui da tempo immemorabile. Il vecchio può raccontarti che, fin da bambino, già lo vedeva vagare in questi luoghi e, come lui, anche suo padre e, ancora, il padre di suo padre. Fino a che memoria d’uomo può andare lontano, si narra e si tramanda che l’esserino vivesse nel bosco e dopo, quando ci fu la casa, lasciò il vecchio tronco cavo per trovare accoglienza e rifugio tra le mura.” Si fermò socchiudendo gli occhi, mentre sulla faccina compunta traspariva un’acuta nostalgia. Fu solo un momento e riprese il suo racconto. “A lui furono assicurati calore e nutrimento. Il piccolo era molto riconoscente seppure non facesse alcunché per compensare il suo debito verso quella disinteressata ospitalità. Eppure, gli uomini e le donne, e ancora di più i bambini, erano appagati dall’amore che gli davano e, sfamati da questo stesso amore, non chiedevano niente in cambio. In quel minuscolo corpo vedevano, senza bisogno di occhi, quello che è invisibile: l’innocenza. Andò avanti per molto tempo. Gli eventi della famiglia si susseguivano ripetendo la monotona rappresentazione della vita: nascite, matrimoni, lutti, sofferenze e piccole pause dal dolore, – poiché tale è l’esatta definizione della felicità -. I volti lasciavano spazio ad altri volti, le storie cambiavano di poco i solchi tracciati dal destino. Così, gli anni sfilavano in un carosello di consuetudini e banalità mentre il piccolo, continuava ad esistere, inalterabile nel Tempo, fedele e incorruttibile, eterno come eterna dovrebbe essere l’innocenza. Benché oggetto d’amore, era scevro ad ogni cedevolezza, avulso a qualsiasi abbandono. Per lui erano tutti uguali, donne e uomini, persino i bambini. Nessuno riceveva più attenzione di altri. Con tutti era, allo stesso modo, amorevole e distante – come distante deve essere l’innocenza dalla banalità -. Ma, improvvisamente, tutto cambiò.” Smise di parlare e di guardarmi. Chinò la testa e, nel sopraggiunto silenzio, potei sentire persino il ritmo del suo respiro leggero. “Quando?”, le chiesi. “Quando nacque il ragazzo”, lei rispose.

5.

Erravo nel bosco, ripensando al racconto della bambina. Le foglie crepitavano sotto i miei passi lenti e la terra emanava un profumo d’autunno che mi richiamava alla memoria altri sentieri, altri cammini. Le betulle e i faggi innalzavano sullo scenario del cielo, rami stecchiti. Il fogliame rosso si stagliava violento contrastando con le cortecce brune. Percepivo, intorno, un microcosmo di esistenze. Sentivo pullulare i minuscoli insetti, le larve nei bozzoli lanuginosi, le formiche e i ragni, con le loro vite rapprese dal freddo e sapevo qual era il tenue respiro che li univa all’anelito dell’Universo. Ero come loro, sporca dello stesso fango, impura degli stessi escrementi e angelica nella mia essenza, – nati senza colpa, avulsi al peccato originale-. Avevo intuito, finalmente, il motivo per cui mi trovavo lì ma sapevo anche di essere un messaggero solitario, capivo perfettamente che nulla avrei potuto fare per evitare ciò che era fatale. L’amore corrisponde all’uomo che si divincola, cercando di eluderne gli effetti, e lo sfugge, lo trasforma. Nato senza peccato si lorda delle peggiori nefandezze poiché non ha la forza che è necessaria per sostenere la fragilità del bene. Alla stessa stregua di un angelo dannato precipita sulla terra e, inesorabilmente, uccide ogni cosa che ama. Alla nascita del ragazzo la creatura era cambiata. Trascorreva intere ore a vegliare il sonno del neonato. Si precipitava ad ogni piccolo lamento, ad ogni impercettibile accenno di pianto, solerte come una madre putativa. Con gli occhietti attenti ne controllava i movimenti cogliendo ogni fremito, ogni sussulto e, a lungo, ne ascoltava il respiro, il battito del cuore addormentandosi, tutta racchiusa nel groviglio dei suoi straccetti, ai piedi della culla. Passava le notti nutrendosi dei sogni del piccolo, condividendone l’aria e gli spettri del buio, mentre le ardenti monetine che aveva per occhi scintillavano vigili nell’oscurità. Gli altri avevano inteso il mutamento ma non vi avevano dato peso reputandolo una delle tante stranezze della creatura, la cui stessa esistenza era, semplicemente, un dato di fatto. Il bambino cresceva. Percorreva la casa con l’incerta andatura dei piccoli e la creatura lo seguiva come un’ombra adorante, una balia amorosa, pronta ad accorrere in qualsiasi momento. Poi il bambino cominciò a parlare e diede un nome all’esserino. La creatura sorrise commossa accettando tacitamente quel battesimo senza rito. Il Tempo continuò a fare il proprio corso – come è naturale e giusto che sia- ed il bambino e la creatura diventarono inseparabili. Il bambino camminava per il bosco insegnando all’esserino i nomi degli uccelli e degli alberi, il disegno degli astri e l’ordine delle costellazioni, la provenienza dei venti, l’universo dei pesci nelle acque del torrente. Raccoglieva per lui succulenti frutti di bosco, lo copriva con il suo cappotto se cominciava a calare l’umidità della sera e, una volta a casa, preparava accanto al camino un giaciglio di vecchie coperte accompagnandolo al sonno con storie di cavalieri e di draghi. Mai – e di questo posso essere certa - ci fu tempo in cui la creatura fu più felice di allora. Ma inevitabilmente, il bambino diventò un ragazzo. Come in molte tragedie che si consumano nel quotidiano, i cambiamenti furono graduali e insignificanti. Il ragazzo cominciò ad essere irrequieto. Sentiva le sue ossa allungarsi, vedeva il suo corpo mutare, la voce perdere gli acuti dell’infanzia i primi peli ombreggiare le labbra. Sempre più spesso, girovagava per il bosco intimando alla creatura di aspettarlo a casa, reclamando una solitudine indispensabile. L’esserino lo guardava allontanarsi per il sentiero sterrato mentre, con le spalle curve e le mani nelle tasche dei calzoni, tirava qualche calcio rabbioso ad un sasso. Il ragazzo si sentiva trafitto dallo sguardo delle due monetine ardenti e girandosi si inaspriva per quegli occhi lucidi ed adoranti. Gli gridava rauco: ”Vai dentro! Ti ho detto che voglio stare solo!” La creatura diventò triste. Non più oggetto d’amore, girava per casa trascinando le zampine stanche, trovava rifugio sotto qualche mobile entrando in uno stato di visionario dormiveglia, gli occhi semichiusi, il respiro affannoso e si ridestava soltanto nell’udire la voce del ragazzo che rientrava. Come un mendicante che chiede la questua con protervia, ritornava all’attacco elemosinando una carezza, sempre più rara e distratta, e accontentandosi di accucciarsi sotto la sedia del ragazzo come un cane remissivo. Gli altri – al pari della creatura – non si spiegavano l’atteggiamento del ragazzo e, seppure nessuno di loro aveva mai avuto da essa un amore così esclusivo, avevano sempre continuato a rispettarla per la sua innocenza, evitandole ogni sofferenza ed elargendole sollecite premure. Per questo disapprovavano il ragazzo palesando con rimproveri e giudizi le sue mancanze, facendogli notare, ogni volta che potevano, che l’esserino soffriva a causa sua. Il ragazzo, anziché ravvedersi, era maggiormente inasprito da questo biasimo e diventava sempre più sprezzante. Questo stato di cose andava avanti già da tempo, così, un giorno, non appena il ragazzo si avviò per il bosco, la creatura non si nascose nella casa ma furtiva imboccò il sentiero sterrato sulle orme del perduto amore. Fu esattamente quello il momento in cui l’ingranaggio stellare del fato scandisce il punto di non ritorno per cui le cose dovranno, necessariamente, svolgersi seguendo la linea tracciata e niente – e nessuno – potrà cambiare il corso degli eventi. Nascosta dietro un cespuglio di mortella, rabbrividendo nei suoi straccetti colorati, vide il ragazzo rincorrere la moffetta. L’animaletto cercò di difendersi, divincolandosi e secernendo uno sbuffo oleoso e maleodorante che fece incattivire il ragazzo. Il colpo partì violento e netto ed il corpo lucido della bestiolina sembrò improvvisamente inerte. Il ragazzo, nauseato, si ripulì le mani sui pantaloni e guardando la moffetta con disgusto, sibilò tra i denti: “Maledetta bestiaccia, ora te la farò pagare …”  Si tolse la cintura e la passò intorno al collo dell’animale stremato, congegnando un rudimentale cappio. Strattonò l’animale che ancora emetteva un fievole squittio, trascinandone il corpo accanto ad un frassino macilento e lo impiccò ad uno dei rami più bassi. Il corpicino della bestia sussultò contorcendosi in spasmi bruschi, poi penzolò inerme. La nera pelliccia emanava riflessi metallici mentre la striscia bianca sulla schiena era sporca di fango e di frammenti di foglie. Il ragazzo restò per un po’ impassibile a guardare la carcassa muoversi nel venticello. Poi, improvvisamente eccitato, cominciò a correre intorno all’albero, lanciando urla sguaiate e ridendo scomposto. Dopo sedette stanco e sudato, appoggiando la schiena al fusto del frassino. Guardava la moffetta, proprio sulla sua testa che continuava ad oscillare quando sentì il pianto della creatura. L’esserino era uscito alla scoperto e lo fissava sbigottito, gli occhietti colmi di riprovazione e dolore. Il ragazzo impallidì. Muto, osservò la creatura diventare un riflesso acquatico, ondularsi e scomporsi e si avvide di piangere. Scattò in piedi preso da una furia improvvisa e gridò:  ”Vattene! Vattene maledetto! Sono stanco di te, non voglio più vederti! Sparisci per sempre oppure, la prossima volta, sarai tu ad essere appeso ad un albero!” Dopodichè prese un sasso e lo lanciò colpendo la creatura che scappò, zoppicando, via nel bosco.

6.

A casa trovai tutti in cucina, ad eccezione del ragazzo che sembrava dissolto. Nessuno parlava. Il vecchio, come inebetito, sedeva, al solito, accanto al nero focolare, lo sguardo vacuo a fissare le braci. L’uomo fumava seduto al tavolaccio, le spalle rassegnate, il viso appoggiato alle mani sgraziate. La donna, indaffarata ai fornelli tra nubi di densi effluvi, quando mi scorse nemmeno mi sorrise. Del suo sorriso mesto, s’era perso ogni segno e neanche sentì il bisogno di proferire una delle sue frasi da ospite premurosa. Pareva, anzi, infastidita dalla mia presenza ed evitò persino di guardarmi – come fecero gli altri, del resto – . Solo la bambina che, in un angolino trafficava con le forbici ritagliando figurine puerili da fogli di carta, mi fissò. Si avvicinò mostrandomi il suo lavoro – un innocuo girotondo di pupazzetti – e disse:  ”Non ti affliggere. Non ne hai colpa ma temo proprio che tu sia giunta troppo tardi. Ormai non c’è più niente da fare.” Per la prima volta da quando ero arrivata in quel luogo provai un autentico e profondo disagio – quasi una acuta vergogna - e, discretamente, mi ritirai nella mia stanza. Prima ancora che potessi rendermene conto crollai in un sonno malato, privo di sogni, come se l’aver saggiato e assorbito tutto il Dolore mi avesse prostrata indelebilmente, avesse prosciugato ogni vigore lasciandomi sfinita. Dormii a lungo, profondamente e, al risveglio, mi sentii confortata e quieta. Mi apprestai così ad affrontare, per quella che avevo deciso fosse l’ultima volta, i loro visi avversi.

7.

La casa era sprofondata, immobile, in un tempo senza Tempo.
Non si avvertivano rumori né presenze.
Gli orologi avevano cessato di ticchettare, i mobili non scricchiolavano, il fuoco nel camino si alzava da legni muti, nessun crepitio, nessun lucore. Gli stessi oggetti, le suppellettili sembravano essere una sfocata rappresentazione, ologrammi sbiaditi, come se la realtà – se mai ne esista una – fosse scivolata altrove liquefacendosi e lasciando posto al Sogno.
Gli altri non c’erano – e, a questo punto, mi chiedo se fossero mai esistiti – e anche di loro non era rimasta alcuna traccia. Non un indumento, non una fotografia, neanche la mestizia del ricordo. Nulla.
Non mi pareva strano ma, piuttosto, inevitabile.
Trovai alloggio accanto al fuoco, quel posto che prima era stato del vecchio e, semplicemente, cominciai ad aspettare. Ero parte immobile dello scenario e assaporavo la sospensione dell’attesa, poiché è proprio in questi momenti che, invece, nell’anima si scatenano i sublimi turbini delle creazioni. Ascoltavo il silenzio – se questo è possibile -  distinguendone l’essenza e, mescolato a quel silenzio, presentivo il dolore della creatura vilipesa e sola, benché niente ne facesse sospettare la cara presenza. Sapevo bene però che, a differenza di tutto il resto, degli altri, del Tempo, della casa, essa non era scomparsa ma continuava a effondere un debole calore dal corpicino avvizzito dal pianto.
Sapevo altresì che il mio apostolato era destinato al fallimento.
Non ero un messaggero bensì un testimone.
Ecco che non so dire quanto restai accanto a quel fuoco scevro di calore, né quali furono i miei pensieri -  e se ne ebbi – , se provai fame o stanchezza oppure se fui travolta da intuizioni illuminate o se, ancora, conobbi le assolute certezze.
All’improvviso fu come se mi risvegliassi da quello che, invece, non era stato un sonno ma, piuttosto, un’assenza.
Sentii, nitidamente, il suono dei passi del ragazzo sull’assito e mi voltai quieta come se non avessi fatto altro che aspettare lui.
Aveva perso ogni baldanza, – almeno, così mi parve -, e sul viso esangue dimorava un’espressione indecifrabile, una apparenza di muta quiete. Solo gli occhi avevano la lucentezza febbricitante propria di chi ha lungamente pianto, oppure di chi, sopravvivendo ad un morbo, resta affranto, stupendo della sua stessa forza.
Si avvicinò lento e, ancora più lentamente, con una voce grave, dove non v’era più nessuna disarmonia, – la voce di un adulto -, disse: 
“Tutto è compiuto.”
Così come era apparso,  – perché tale è l’esatta definizione avendo egli più le sembianze di uno spirito che di un essere forgiato di carne e sangue – sparì, lasciando me e la casa ripiombare nel più assoluto Silenzio.
Mi feci animo e, attraversando le stanze nude dove l’unico rumore udibile era il battito rassegnato del mio cuore, cominciai a cercare la creatura.
Ormai ero certa che ancora si trovasse da qualche parte e, non senza ottusità – come, talvolta, è ottusa la fede – speravo di poterla portare in salvo, recandola con me in altri luoghi, altri spazi.
Sembrava che di lei non ci fosse più traccia.
Sul pavimento nemmeno l’ombra leggera dell’impronta delle sue zampine, nessun lembo di straccetto.
Vagai a lungo nei tetri corridoi, frugai le innumerevoli stanze polverose, controllai anche l’armadio nella mia camera, sperando che ancora vi avesse trovato rifugio, ma non fu così.
Arrivai alla soffitta dove il ragazzo, di solito, dormiva e, finalmente, la vidi.
Giaceva aggrovigliata nel mucchietto di stracci che erano diventati spessi e duri, chiazzati da  un sangue grumoso. Gli occhietti, le due ardenti monetine, ancora sprigionavano un blando luccichio ma il fiato era un sibilo evanescente, quasi incorporeo.
Mi chinai accanto all’esserino e lo presi tra le braccia.
L’unica cosa di cui fui capace fu sussurrargli, con una voce sgraziata dal dolore, “dormi, dormi, piccolino…”
Non posso dire se, prima di morire, sentì anche una sola di quelle parole.

 

8.

Camminavo per il bosco cercando la via di casa, – se casa vuol dire tornare a qualcosa che nemmeno sappiamo più dove sia -, quando mi trovai in una radura dove, macilento, si ergeva un unico frassino. Ad uno dei suoi rami più bassi, penzolava la carcassa decomposta di una moffetta. Intorno al pietoso corpicino, il cui lucido pelo aveva ormai smarrito i riflessi argentei, disfacendosi in brandelli maleodoranti che svelavano lembi di carne guasta, ronzava un nugolo di mosche e di insetti consumando il pasto inatteso. Gli occhi dell’animaletto, simili a due fossette acquose, erano ancora aperti. Le formiche, in una stretta scia nera, ne disegnavano i contorni, esasperando un’espressione di orrore e di sconfitta. Il corpo della bestia, mosso dal vento, compì un mezzo giro e quegli occhi sembrarono infiggersi dritti dentro i miei. Annientata dal raccapriccio e dalla pena immensa mi allontanai rapidamente, quasi sforzando una goffa corsa, sentendomi inghiottire dall’avanzare del buio che divorava la luce bianca del giorno.

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