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[nec tecum nec sine te]

Parola di lumaca sul niente di una foglia? Non è la mia. Non ti fidare. Acido acetico in latta sigillata? Non ti fidare. E' roba adulterata. Un anello d'oro con dentro il sole? Bugie. Bugie e dolore. (Sylvia Plath)

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Della neve e delle spalle

Lo vede di spalle, mentre cammina. Ci sono pochi metri tra loro, anche se le spalle incassate di lui conservano l’ombra di tutto il tempo che non è stato mai. Vorrebbe fare una piccola corsa e raggiungerlo, tamburellargli lieve sul dorso, nel punto esatto tra le scapole che riflette il paradigma del cuore, come se bussasse ad una porta serrata, i cardini arrugginiti, nel legno le crepe di ogni stagione, i sibili del vento e il gelo della neve.

Ed è proprio della neve che vorrebbe parlargli. Della neve e delle spalle.

Vorrebbe raccontargli del mondo alla rovescia, di come sia più facile vedere l’anima acquattarsi nella colonna vertebrale anziché negli occhi e di come la neve sia solo un inganno.

[il soliloquio del desiderio di]

La neve, vorrebbe dirgli, fa sparire un bel niente. Si limita a coprire le cose, e solo per un po’. Le cose, tutte, continuano ad esistere, là sotto. A respirare. Continuano a possedere i colori di sempre, e le stesse malinconie, i piccoli sussulti, le bieche luci delle sere morenti, il viola, soprattutto. Quello non si stempera mai, così come le carezze che ti ho dato sulla fronte, quando tu eri distratto e non sentivi.

Di spalle mi hai detto il tradimento. Di spalle, e con la neve. Perché un altro inganno della neve è il silenzio, che non è assenza di suono, ma un feroce ottundimento. Le parole vanno interpretate poiché cadono su un manto che le assorbe. Se ci sono strilli si frantumano.

I passi vengono inghiottiti assieme ai piccoli uccelli ed alle briciole.

L’istante che mi amasti me lo dicesti di faccia. Era un pomeriggio di sole, e seppure la distanza e gli occhi c’entrassero qualcosa, fu ad un gesto che assegnasti il compito. Era qualcosa di nascosto, che potevamo sapere solo io e te. Anch’io ti amai, in quel momento. Era qualcosa di profondo, che potevamo sapere solo tu ed io.

Ed è di spalle che mi hai riconosciuto. Ero come di neve, io. Ero la piccola canzone da modulare a labbra chiuse, un minuscolo uccellino e la briciola. Mi raccogliesti nel palmo di una mano, e mi tenesti. Senza paura portasti a spasso il peso innocuo. Il mio cuore si mescolò ai tuoi battiti, di notte, sotto un ponte, ci riducemmo in frantumaglia di cellule e tutto avvenne con un bacio sulla gola. Fu poco prima del taglio. Il sangue cadde su una superficie bianca, la distesa innevata che inganna e col disgelo non restò. Si dissolse. Il sole, – già -, lui, non mente. Di spalle, adesso, ti riconosco ancora. Ed ora, io, ora

[fine del soliloquio del desiderio di]

Vorrebbe fare una piccola corsa e raggiungerlo, tamburellargli lieve sul dorso, nel punto esatto tra le scapole che riflette il paradigma del cuore.

Vorrebbe parlargli. Della neve e delle spalle.

Vorrebbe raccontargli del mondo alla rovescia, di come sia più facile vedere l’anima acquattarsi nella colonna vertebrale anziché negli occhi e di come la neve sia solo un inganno. Ma un altro inganno della neve è il silenzio, che non è assenza di suono, ma un feroce ottundimento. Le parole cadono su un manto che le assorbe. E se ci sono strilli si frantumano.

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