Lo vede di spalle, mentre cammina. Ci sono pochi metri tra loro, anche se le spalle incassate di lui conservano l’ombra di tutto il tempo che non è stato mai. Vorrebbe fare una piccola corsa e raggiungerlo, tamburellargli lieve sul dorso, nel punto esatto tra le scapole che riflette il paradigma del cuore, come se bussasse ad una porta serrata, i cardini arrugginiti, nel legno le crepe di ogni stagione, i sibili del vento e il gelo della neve.
Ed è proprio della neve che vorrebbe parlargli. Della neve e delle spalle.
Vorrebbe raccontargli del mondo alla rovescia, di come sia più facile vedere l’anima acquattarsi nella colonna vertebrale anziché negli occhi e di come la neve sia solo un inganno.
[il soliloquio del desiderio di]
La neve, vorrebbe dirgli, fa sparire un bel niente. Si limita a coprire le cose, e solo per un po’. Le cose, tutte, continuano ad esistere, là sotto. A respirare. Continuano a possedere i colori di sempre, e le stesse malinconie, i piccoli sussulti, le bieche luci delle sere morenti, il viola, soprattutto. Quello non si stempera mai, così come le carezze che ti ho dato sulla fronte, quando tu eri distratto e non sentivi.
Di spalle mi hai detto il tradimento. Di spalle, e con la neve. Perché un altro inganno della neve è il silenzio, che non è assenza di suono, ma un feroce ottundimento. Le parole vanno interpretate poiché cadono su un manto che le assorbe. Se ci sono strilli si frantumano.
I passi vengono inghiottiti assieme ai piccoli uccelli ed alle briciole.
L’istante che mi amasti me lo dicesti di faccia. Era un pomeriggio di sole, e seppure la distanza e gli occhi c’entrassero qualcosa, fu ad un gesto che assegnasti il compito. Era qualcosa di nascosto, che potevamo sapere solo io e te. Anch’io ti amai, in quel momento. Era qualcosa di profondo, che potevamo sapere solo tu ed io.
Ed è di spalle che mi hai riconosciuto. Ero come di neve, io. Ero la piccola canzone da modulare a labbra chiuse, un minuscolo uccellino e la briciola. Mi raccogliesti nel palmo di una mano, e mi tenesti. Senza paura portasti a spasso il peso innocuo. Il mio cuore si mescolò ai tuoi battiti, di notte, sotto un ponte, ci riducemmo in frantumaglia di cellule e tutto avvenne con un bacio sulla gola. Fu poco prima del taglio. Il sangue cadde su una superficie bianca, la distesa innevata che inganna e col disgelo non restò. Si dissolse. Il sole, – già -, lui, non mente. Di spalle, adesso, ti riconosco ancora. Ed ora, io, ora
[fine del soliloquio del desiderio di]
Vorrebbe fare una piccola corsa e raggiungerlo, tamburellargli lieve sul dorso, nel punto esatto tra le scapole che riflette il paradigma del cuore.
Vorrebbe parlargli. Della neve e delle spalle.
Vorrebbe raccontargli del mondo alla rovescia, di come sia più facile vedere l’anima acquattarsi nella colonna vertebrale anziché negli occhi e di come la neve sia solo un inganno. Ma un altro inganno della neve è il silenzio, che non è assenza di suono, ma un feroce ottundimento. Le parole cadono su un manto che le assorbe. E se ci sono strilli si frantumano.


