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[nec tecum nec sine te]

Parola di lumaca sul niente di una foglia? Non è la mia. Non ti fidare. Acido acetico in latta sigillata? Non ti fidare. E' roba adulterata. Un anello d'oro con dentro il sole? Bugie. Bugie e dolore. (Sylvia Plath)

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Del verbo amare

“Non essere amati è una semplice sfortuna; la vera disgrazia è non amare“

[Albert Camus]

Amami, ripete continuamente, a bassa voce.

Lo dice come se parlasse con un’altra sé, celata in qualche posto sicuro del suo stesso corpo. Nascosta, magari, negli alveoli polmonari, o acquattata tra i villi intestinali.

Non ha visioni romantiche dell’altra sé.

Quando la visualizza, piccola e raggomitolata, non la vede mai nel cuore o nel cervello, due organi che possiedono una certa dose di dignità, almeno agli occhi dei più, e pure ai suoi. Lei la pensa sempre contenuta in altre sedi anatomiche. Una miniatura di se stessa, imprecisa e appena imbastita, ricoperta da membrane e vasi sanguigni, come incartata in un bozzolo sanguinolento. Una sorta di melusina che, seppure costretta a muoversi ondeggiando una coda, proprio per questo, riesce a spostarsi continuamente nei cunicoli della sua carne. La percepisce avversa e sa che è sua la voce che sente ogni qualvolta coglie un’incongruenza nelle proprie azioni.

La melusina fa guizzare la coda e sentenzia il giudizio.

[Nonciseiriuscitapiccola.Anchestavoltanonhaidettolacosagiusta.

Potevifaremegliobaby]

Per questo, lei è sempre stata convinta di essere, in qualche modo, sbagliata. Con sé e con gli altri. Perennemente collocata nel posto sbagliato e nel momento sbagliato. Sempre in bilico, in luoghi inappropriati e in tempi inadatti. Persa di geografie imprecise, dalle coordinate sballate, e dal ticchettio di orologi che vanno un po’ indietro, o troppo avanti.

Mai nessuna esattezza a procurarle rassicurazione.

Questa sua mancanza le viene rammentata dalla voce della melusina con un canto di sirena che esce fuori talvolta dallo stomaco, talvolta dai reni, e intona sempre lo stesso ritornello.

[Seisbagliataaa... Seisbagliataaa...]

Come quando era bambina. A volte, in alcuni lunghi pomeriggi tediosi, lei guardava, attraverso il vetro, gli altri bambini giocare nel cortile.

Scendi? le chiedeva urlando Carmela di sotto, facendole un cenno di invito con la mano. Sua madre le accordava un permesso trattenuto dicendole, va bene, però resta nel cortile, non andare per strada.

Ma, non appena li raggiungeva, i ragazzini correvano verso quella linea di confine a lei invalicabile. La strada. Lo facevano di proposito, perché sapevano del veto. Si divertivano a prenderla in giro.

Lei guardava sua madre affacciata al balcone.

Che devo fare?, le chiedeva col naso per aria.

Torna su, diceva lei. Torna su.

Così, siccome non poteva giocare fuori come tutti gli altri, a casa sua arrivava Caterina che, chissà secondo quali parametri di esattezza, aveva ottenuto il lasciapassare. Era l’amica a domicilio.

Lei ordinava meticolosamente tutti i suoi giochi sul pezzo di pavimento che era tra loro.

Non toccare, ordinava a Caterina.

Caterina, allora le bisbigliava, se non me li fai toccare vado via.

Sua madre, un giorno, la sentì e le disse, se vuoi andartene, vai.

Una volta chiusa la porta sulle spalle cicciotte di Caterina, però, la chiamò e le spiegò, è sbagliato fare così. Non devi essere avara con le tue cose.

Invece, lei, alle sue cose ci teneva e non le piaceva per niente il modo brusco che aveva Caterina di spogliare le sue bambole, con quelle mani grassocce incapaci di maneggiare con grazia i piccoli bottoni. Non le piaceva neanche la faccia di quell’amica a domicilio, le cui sopracciglia, attaccate alla radice del naso in un unico tratto,  davano a quel viso un senso di approssimazione, uno sbaffo di colore da correggere che incorniciava quegli occhi fissi e un po’ cattivi.

A lei piaceva Carmela, il modo in cui, nella corsa, le si muovevano i lunghi capelli rossi, le guance accese dall’aria aperta. Le piaceva persino la spinta che Carmela le dava sulla spalla, con le punte delle dita indurite, quando la sfidava. Avrebbe voluto raccoglierla, quella provocazione, una volta per tutte, e riuscire a svelare la sua forza. Dopo, ne era sicura, quella stessa mano le avrebbe cinto le spalle e i dispetti sarebbero finiti.

Ma, non appena Carmela sfiorava con i polpastrelli sporchi la trama del suo maglioncino di filo, la voce di sua madre giungeva inesorabile dall’alto.

Torna su. Torna su.

Le labbra di Carmela si tendevano come un elastico e lei restava a guardarla allontanarsi verso la strada, varcando il cancello del cortile, quella linea di confine a lei invalicabile, e solo quando Carmela spariva completamente dalla sua vista, ritornava su, a casa, sotto lo sguardo vigile della madre, strascicando i piedi, stretti nelle scarpe ortopediche. Sua madre la aspettava con la porta d’ingresso già aperta e la prima cosa che faceva era spolverarle la stoffa sulla spalla, quel lembo di cotone bianco sul quale, ancora, affioravano le impronte sfrontate dei polpastrelli sudici di Carmela. Mentre lo faceva, aveva la stessa espressione concentrata e distante che assumeva quando rimuoveva la traccia lasciata da un fondo di bicchiere dalla superficie del tavolo.

Sempre strascicando le scarpe pesanti e nere, buttava un’occhiata fugace allo specchio dell’ingresso. Il riflesso della sua figurina esile le rivelava tutto quello che c’era di sbagliato in lei. I capelli corti che seppure avesse potuto correre per strada non si sarebbero mossi di un millimetro. La faccia pallida e grigiastra, come la carta da parati attaccata ai muri di casa. E soprattutto quelle scarpe, brutte e rigide, che servivano a correggere i suoi piedi piatti.

C’era sempre qualcosa di stonato, in lei. Qualcosa che la rendeva distinguibile e inadatta, che le faceva percepire una differenza che non aveva niente di attraente ma era, piuttosto, un peso. C’era sempre qualcuno che le faceva notare una disarmonia nei suoi comportamenti e le sembrava di dover chiedere continuamente assoluzione, o quantomeno conferme. Fin da bambina, le era sembrato che soprattutto gli atteggiamenti che erano frutto di un impulso, quelli cioè che le venivano davvero da una profondità che non avrebbe neppure saputo definire, risultavano, alla fine, sconvenienti.

Come durante quella lontana passeggiata, in compagnia di molte persone di cui aveva perso memoria.

Camminando nei prati aveva trovato un quadrifoglio. Le sembrò di avere ricevuto, dal caso, un regalo pieno di grazia. Un’inaspettata occasione. Lo rigirava tra le dita ammirandone la perfetta geometria quando sua madre lo vide.

Regalalo ad Agnese, le disse, è una ragazzina sfortunata, segnata da Dio.

Lei lanciò un’occhiata alla bambina sulla sedia a rotelle e un’altra al quadrifoglio. Faceva ruotare il gambo rigirandolo tra l’indice ed il pollice e le sembrava che i quattro petali si muovessero così leggeri solo per lei. Abbassò lo sguardo fissandosi le punte nere delle scarpe e fece finta di non aver sentito. Sua madre allungò due dita per sfilarle di mano il quadrifoglio, ma lei strinse il gambo con forza così che, sotto quella tensione inappropriata, due petali si ruppero.

Ecco, hai visto cos’ è successo per colpa tua? perché sei cattiva.

Guardò sua madre allontanarsi, fino a raggiungere Agnese. La bambina, sulla sedia a rotelle, muoveva le mani con piccoli scatti, come se fossero quelle di una marionetta. Sua madre le porse una margheritina che aveva appena raccolto ed Agnese nel prenderla, con quei suoi movimenti disarticolati, la decapitò di netto.

Lei, da lontano, osservò quei petali bianchi trasformarsi in goccioline di pioggia e ricadere sull’erba. Poi fissò il moncone del quadrifoglio che le era rimasto tra le dita, mutilato ed esausto. Un lieve succo verdastro le aveva sporcato i polpastrelli e l’odore della linfa le diede un po’ di nausea. Lasciò cadere per terra quell’inutile filo d’erba martoriato e forse fu proprio allora che sentì, per la prima volta, la voce della melusina. Era appena un bisbiglio che le saliva su dalla pancia, una litania di parole confuse.

[Cattiva. Sbagliato. SegnatadaDio]

Si portò la mano all’altezza dell’ombelico e sentì sotto le dita come un flebile ruggito. Sua madre, da lontano, le urlò di non sporcarsi il maglione di filo bianco.

Amami, disse allora in un sussurro impalpabile, senza sapere che quella parola, per lei, sarebbe diventato un ritornello, una contaminazione tra uno scongiuro ed una supplica senza un preciso destinatario.

Ebbe l’impressione che, per un attimo, l’animale rintanato nella sua pancia, per miracolo, le desse una minima tregua e smettesse di lamentarsi.

[Amami]

Dopo tutti questi anni, lei continua a ripeterlo. Ora, però, conosce la melusina, l’altra sé raggomitolata sotto il diaframma, e sa bene che le tocca blandirla per placare il suo canto di sirena.

Anche adesso il riflesso della sua figura nello specchio le rivela tutto quello che c’è di sbagliato in lei. Seppure non abbia più i capelli corti, la sua faccia inganna e, sotto i lineamenti da donna, le sembra di scorgere ancora quel visetto pallido da bambina e di vedersi ai piedi quelle scarpe ortopediche. Vorrebbe che la sua faccia inghiottisse per sempre quella della bambina, che le sue guance cominciassero a gonfiarsi, il mento a lievitare fino a diventare una pappagorgia gelatinosa e, soprattutto, che dagli occhi sparisse finalmente quel reclamo muto, così che pure la melusina non la riconoscesse più, non ritrovasse più l’odore di linfa attaccato sulla sua pelle.

Questa notte, lei ha fatto un sogno. Ha sognato delle piume. Tante piume che cadevano dal cielo e a lei sembrava di soffocare travolta da tutta quella bambagia grigiastra. Però, dopo, dal cielo cadeva anche altro. Qualcosa da mangiare. Bianco, ovattato, dal sapore dolce. Una specie di manna.

Ma cos’è la manna? si è chiesta stamattina al risveglio.

Lei non lo sa.

La melusina, dalla milza, le ha fatto arrivare la sua sentenza.

[Nonsainientebaby. Nemmenolecosepiùovvie]

Ma lei, per una volta, ha fatto finta di non sentirla.

Sdraiata nel letto ancora caldo, si è portata le ginocchia al petto e le ha cinte con le braccia. Ha cominciato a dondolarsi piano piano e si è passata la punta della lingua sulle labbra.

Le è sembrato di sentire ancora quel sapore consolante sgranarsi sul palato, la lieve consistenza di quel cibo incomprensibile.

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