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[nec tecum nec sine te]

Parola di lumaca sul niente di una foglia? Non è la mia. Non ti fidare. Acido acetico in latta sigillata? Non ti fidare. E' roba adulterata. Un anello d'oro con dentro il sole? Bugie. Bugie e dolore. (Sylvia Plath)

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Dei lupi, dello stagno e del lasciarsi andare

“…So deep in the water

Sleep, dark as the night

Somehow it seems it was all another dream…”

Mi è parso di vederla, signore, arrancare nelle acque limacciose dello stagno.

E’ avvenuto stanotte, credo, nell’ora in cui i lupi invadono scalpicciando con gli artigli sull’erba brumosa di rugiada la radura, e abbandonano lo scuro del bosco. Seguono chissà quali odori, le narici lucide e palpitanti a sporcarsi di grumi di terra nera, e giungono fino a sotto le finestre, in branco. La luna rifrange lacrime argentee sui loro manti scarmigliati.

[sussurra, ora]

Io non li temo, signore. Immagino, piuttosto, la scabra superficie di quelle pellicce sotto il bianco onesto della mia piccola mano. Un appiccicume di resina incrostata, l’effluvio della pioggia che svapora, perfino l’aspro delle felci e il pungente muschio posso sentire se, mentre li osservo da qui, ho l’ardire di portare il naso nella conca del mio stesso palmo.

Dite che sono stolta? Affermate che dovrei temerli come se da quell’odore di selvatico dovesse scaturire il morso impietoso delle zanne e contagiarmi d’una essenza silvestre e ingovernabile?

[volge gli occhi dolcissimi oltre le vostre spalle]

In tutta onestà, signore, i lupi non mi procurano alcuna trepidazione. Sono piuttosto le vostre braccia a rendermi l’orrore.

Il tonfo che generano nell’affannarsi per galleggiare in quelle acque ferme e putride mi fa l’anima dolente, mi arpiona negli occhi uno smarrimento cui non riesco a dare un nome né un criterio.

Preferirei vi arrendeste al peso insostenibile dell’acqua. Vedervi sprofondare, ve lo confesso, sarebbe un sollievo. Potrei, a quel punto, immaginarvi guizzare come un pesce gatto nelle profondità dello stagno, gli occhi spalancati ed i baffi frementi, a setacciare il limo denso nella ricerca di qualsiasi cibo che plachi la vostra fame avita. Poiché è di fame, – nevvero? -, che si parla quando, irresoluti e indifferenti a qualsiasi canto di sirena, si persevera nel vagare verso cose che già non ci appartengano. E’ la nostra incompletezza a renderci vulnerabili e scoperti, eppure, al contempo, tanto arditi nell’affrontare i disastri di una palude che da miraggio d’acqua limpida si tramuta in un fango che ci arresta e che ci riduce prigionieri solo perché, un giorno, abbiamo osato allontanarci dalla sponda.

[sfiora, leggera, con l'indice il solco del mento]

Il cuore umano, signore, ha la forma di una coppa, ci avete mai pensato? Pare creato per dissetare chiunque se ne accosti. Simile ad un calice colmo del migliore dei vini, trabocca d’essenze fruttate e più che se ne beve più permane la sete, come a volerne ancora, e ancora. Dunque non è solo fame quella che ci sospinge altrove, ma il pulsare di qualunque desiderio che geme reclamando una mancanza. Lo stesso avviene per i lupi quando abbandonano il folto del bosco per riversarsi, non senza rischi, nella radura rischiarata dai bagliori feroci della luna. Cercano cibo rasentando i muri delle case dei villaggi.

Non so bene cosa li spinga tanto lontano dai loro rifugi sicuri, ma deve trattarsi di un movente decisivo, un richiamo che travalica ogni plausibile prudenza. Assomigliamo ai lupi più di quanto ci faccia piacere ammettere, signore. Siamo feroci semplicemente perché abbiamo l’audacia di bramare.

[vi guarda, seria e compunta, negli occhi]

Non sono a conoscenza dei motivi che hanno fatto sì che finiste prigioniero dello stagno. Quel che so in modo compiuto è quel che del resto è noto a tutti. Che la palude è un sortilegio. Immergervisi è un atto irreversibile. E’ per questo che il vostro dibattervi mi procura una pena senza fine.

La vostra perseveranza è un encomiabile atto di resistenza reso vano da ciò che non avete l’umiltà di constatare.

[annuisce - un lieve cenno del capo]

Difatti, l’unico modo di uscirne vivi – se mi permettete quest’azzardo – è lasciare alla morte il sopravvento. La chiameremo bella morte quella che giunge per renderci più vivi. Al di là degli scongiuri e dei gesti scaramantici, signore, bisognerebbe tendere all’oscurità così come alla luce, oltremodo curiosi per poter sperare di intravvedere una minima parte di ciò che proviamo a definire noi stessi. Il nostro percorso è una spirale o un circolo, procediamo in un avvitamento che ci destina al centro per poi ricondurci alla periferia e nel compiere questo cammino, impervio o elementare, lasciamo tracce, le smarriamo ed allo stesso tempo raccogliamo nuove cose sconosciute. Mutiamo spesso la pelle, come serpi, ma ciò non basta. Dovremmo essere avvezzi a cambiare ossa e cuore, tramutare la nostra anima laddove lo spigolo è troppo acuto per risultare amabile, la curvatura non aderisce a quella del cosmo, ci fa orfani e ci consegna ad una forma immobile quando attorno tutto è moto.

[con una compiaciuta malinconia]

Sentite la fatica nelle braccia, signore? Fermatele, vi prego. Lasciate che il vostro corpo si affidi all’acqua, assecondate il sortilegio senza opporvi. Sarà semplice l’abbandono. Una requie. Qualsiasi sia la ragione che vi abbia spinto fino a qui per inseguire il sassolino che vi tramuta il cuore in un lamento, la troverete cessando la ricerca. Accarezzate i lupi, signore, ascoltatene le voci. La loro audacia li spinge fino agli uomini, il nostro coraggio ci deve far avvicinare alla bestia. Quella che trova asilo nella coppa che è alloggiata nel buio del nostro petto. Smettete di dibattervi, signore. E se tra molte cose è anche me che cercate, la mia benevolenza, resa più docile dal morso delle zanne, mi spinge a rivelarvi che è solo sul fondo che mi troverete.

[sulla guancia sinistra una ruga increspa il mesto sorriso]

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