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[nec tecum nec sine te]

Parola di lumaca sul niente di una foglia? Non è la mia. Non ti fidare. Acido acetico in latta sigillata? Non ti fidare. E' roba adulterata. Un anello d'oro con dentro il sole? Bugie. Bugie e dolore. (Sylvia Plath)

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Col beneplacito di Jung

1.

Anima e Animus erano due tipi piuttosto volatili, per non dire farfalloni, ché non sta bene, non è tanto educato, a voler essere pignoli, e io sono un tipo preciso, quasi maniacale nella mia fissazione per ogni parola al suo posto e una parola per ogni cosa. Cosa volete farci? Ognuno, nel suo piccolo, ha da blandire la propria Piccola Nevrosi. A me piace osservare e, soprattutto, piace definire, poiché l’indefinitezza è la madre del paradosso e il paradosso è l’anticamera della schizofrenia. Non ho la pretesa bislacca di mettere ordine nell’universo, peccherei di onnipotenza e, alcune cose, l’ammetto, sono, e restano, inspiegabili. Come spiegare, ad esempio, il motivo per cui, il mio gatto soriano impazzisce letteralmente per le patatine pai? Vedete? Lo vedete anche voi, quanto mi confondano certe evidenze incomprensibili, tanto da farmi perdere in digressioni che nulla, ma proprio nulla, hanno a che vedere con la storia che sto per raccontare.
Dunque, dicevo di Anima e Animus. Raccontavo che erano due farfalloni, e pure un poco inconsistenti ma, e questa è la cosa inspiegabile, il folle paradosso che è difficile da accettare, è che erano anche, e ciascuno a suo modo, incredibilmente profondi. Tanto che, chiunque li incontrasse, aveva l’impressione di conoscerli da sempre. Erano due tipi decisamente fascinosi, e molto richiesti, anzi: corteggiatissimi. Ogni notte avevano alle costole frotte e frotte di spasimanti. Loro si concedevano, impudichi si lasciavano sfiorare, ma erano sempre incontri frettolosi, non si fermavano mai e, ad un certo punto della notte, si rivestivano al buio e sparivano, spesso, senza neppure lasciare un qualsiasi messaggio. Al risveglio, agli amanti abbandonati restava solo la folle e struggente sensazione d’aver perso qualcosa di incommensurabilmente prezioso. Ma Anima e Animus erano degli irrimediabili seduttori. Pericolosi, per giunta.
Anima e Animus, la prima volta, si incrociarono per caso come, del resto, avviene nella maggior parte delle volte e alla maggior parte delle persone. Non avevano messo su alcun annuncio del tipo “farfallona/e avvenente incontrerebbe volatile bellapresenza, astenersi perditempo”. No. Per niente. Non ne avevano affatto bisogno, così presi com’erano, piuttosto, a sfuggire dalle grinfie di chi voleva continuamente trattenerli.
Quei due si erano incrociati nel bel mezzo di un sogno, in una terra di nessuno, durante una notte in cui il cielo nero nero barbugliava di tuoni e lampi, nel pieno di una vera e propria tempesta elettrica. Incrociarono non è una parola tanto per dire. Lo ribadisco: io amo la precisione. Si incrociarono nel vero senso del termine, in quanto Anima era un tipo orizzontale, propensa alle zolle di terra, e allo scavo, al cibare i vermi come se fossero deliziosi animaletti da compagnia, e Animus era decisamente verticale, acquatico per natura, simile a una cascata, senza alcuna predilezione per il fascino degli abissi, cadeva di getto sugli specchi d’acqua, come attirato da un’energia ineluttabile,e poi si rifrangeva disperdendosi sulla superficie.
C’è anche da aggiungere che quei due tipi bislacchi avevano ben strane occupazioni. Anima lavorava incessantemente col fuso, addomesticava la seta. Animus intrecciava cordami, aveva la pelle delle dita segate dal taglio degli spaghi. Lei intesseva splendidi tappeti che aderivano perfettamente al suolo, per avvicinare il sonno di chi vi si adagiava alle forze oscure della terra, ma stava ben attenta a fermarli agli angoli con delle grosse pietre pesanti, affinché fossero preservati dai mulinelli del vento. Lui calava corde in mare, sperava di riuscire a toccare il fondo con un contatto che non lo coinvolgesse in prima persona, e se avesse abboccato qualche strano mostro marino avrebbe di sicuro mollato la presa, senza farsi travolgere dai gorghi.
Fu la luce accecante a farli scorgere l’un l’altra incrociando due destini contrapposti.
Dapprima si annusarono, ma, seppure intersecandosi così amabilmente, correva tra loro una distanza siderale, lei terra, lui acqua, non colsero alcun olezzo familiare. Dopo si leccarono, e questo, un poco, li avvicinò: il gusto fangoso della pelle di lei attrasse l’essenza liquida dell’altro. Lui la penetrò e lei si lasciò imbibire senza opporre resistenza.
Ti rendo fertile, le disse lui.
Ti raccolgo in me, gli disse lei.
Può sembrare un idillio, ma no, non lo fu, almeno non nel modo elementare in cui, sono certa, immaginate voi tutta la faccenda.
Lui scorreva rapido e aborriva le profondità, si incastrava nei cocci sotterrati dal tempo, lambiva la pelle scivolosa dei vermi e provava imbarazzo a sfiorare tutto quel microscopico e pullulante universo sedimentato nel grembo di lei. Lei, dal suo canto, si sentiva dilavata. Perdeva consistenza, diventava malleabile e questo non le piaceva neppure un poco. Passò non molto tempo che cominciarono a volare parole grosse.
Tu mi sfuggi, cominciò a dirle lui, e sorridi troppo in giro, e fai pencolare davanti al naso di chiunque tutti i tuoi vermiciattoli del cazzo, sei una vanitosa impenitente.
Vattene da quelle puttane che incontri ogni notte, cominciò a dirgli lei, cosa credi che non lo sappia che il tuo dire sei l’unica, sei l’unica è solo un modo sciocco per trattenermi e fare sì che io ti appartenga? Mi dilavi. Ti nutri dei miei vermi.
Se fossero andati da un counselor, Anima e Animus si sarebbero sentiti dire che erano sufficientemente in-com-pa-ti-bi-li, per voler usare un termine piuttosto indolore.
Possedevano ombre che non combaciavano. Quella di lei aveva un filo di seta legato ai fianchi, aderiva al suolo e a tutte le superfici piane, sprofondava sempre più dentro al pozzo. Quella di lui spiccava un volo dietro l’altro, un aquilone imbizzarrito che si teneva fermo con un grosso cavo d’acciaio alla gronda d’una casa.
Immobili, ognuno a suo modo.
Basta, disse lei che era molto pragmatica, così ci facciamo solo del male.
Ma, disse lui.
Se, disse lei.
Però, disse lui.
No, disse lei.
Ci fu silenzio. Durò per qualche tempo che non si può misurare con orologi comuni.
Anima si acquattò in un buco sotterraneo. Gli amanti continuavano a cercarla. Le dedicavano canzoni, e poesie, e sogni, soprattutto sogni. Si facevano scivolare i suoi vermi sul petto, baciavano i loro occhietti inserrati, frugavano con le dita tra le sue zolle, in cerca del tesoro. Lei lasciava fare paziente. Sorrideva, ringraziava perfino. Ma, ad una certa ora diceva, adesso vado via.
Animus cominciò a scorrere, e a scorrere. Lo faceva acquistando sempre maggiore velocità. Le sue amanti si tuffavano nelle sue acque, ne ricavavano qualche goccia avara. Talvolta, nemmeno i capelli riuscivano a bagnarsi. Lui le lambiva, ma andava di fretta, non ho tempo per starci, diceva, non posso soffermarmi, ho molto da fare, ho tanto da fare, sto diventando vecchio, avrei bisogno di fermarmi e l’unico modo per farlo è muovermi sempre più veloce.
Erano due stupidi, a dire il vero, con ombre che sfumavano nel nero più nero che c’è. Diventarono tristi. Entravano nei sogni degli altri solo per sbirciare immagini strane. Lei cercava altra acqua, lui altra terra. Se, a quel punto, fossero andati da un counselor, si sarebbero sentiti dire: l’acqua che pensavi ti dilavasse, non faceva altro che renderti la tua superficie; la terra che pensavi ti contaminasse, non faceva altro che renderti i tuoi abissi.
Il tempo passò. Non era un tempo facilmente misurabile.
Si sfiorarono di nuovo e, stavolta, il caso si tirò indietro e disse io non c’entro.
Però, disse lui.
Ma, disse lei.
Se, disse lui,.
Sì, disse lei.
Erano, e restavano, comunque a una distanza siderale.
Fu un giorno che si alzò un gran vento. Anima e Animus vennero risucchiati da una tromba d’aria, un immenso gorgo rutilante. Cominciarono a mulinare in un assordante frastuono di foglie secche e scrosci d’acqua, un rotolare di sassi, un frangersi di onde. Il filo di seta attorno ai fianchi di Anima si tese e si spezzò. Il grosso cavo che teneva ancorato Animus si tirò appresso la gronda in uno sferragliare di lamiera.
Gli girava la testa da matti, a quei due, mentre il vento, sempre più feroce, si prendeva gioco di loro, e ancor di più delle loro ombre, e li faceva volteggiare, come buste di plastica fluttuanti, nel cielo, in una profusione di rette orizzontali, e verticali, e croci, e lampi, e tuoni. Un’altra tempesta elettrica.
Ora, io, sospetto che dovrei svelarvi il finale. La precisione significa dare un andamento lineare alla narrazione. Un prologo, un quieto svolgersi di fatti, un climax e l’indispensabile epilogo.
Ebbene, io devo smentirvi. Non sempre, sapete, va in questo modo. Certe volte, la fine è l’inizio, quello che dovrebbe stare in mezzo finisce che non importa più, si resta sospesi e chi si è visto si è visto. Del resto io mi limito ad osservare, non ho l’ardire di mettere ordine nell’universo, sarei schizofrenica se solo lo pensassi, giusto? Per quanto ne so, quei due, potrebbero stare ancora sotto il giogo delle vertigini. Oppure, a seguito di una potente collisione, si sono scheggiati perfino le ossa e i denti.
Non so come finisce questa storia, questo è quanto. Del resto, al mio gatto soriano piacciono da impazzire le patatine pai ed io continuo a perdermi in digressioni che nulla, ma proprio nulla, hanno a che fare con la storia che vi ho appena raccontato.
Col beneplacito di Jung, ovviamente.

“Alla sorte sono grata di tre doni
essere nata donna, di classe bassa
e di nazione oppressa.
E il torbido azzurro di essere tre volte ribelle
“

(M. M. Marçal)

2.

Ancora di Anima e Animus vi vorrei parlare. Il fatto è che quei due, benché io cerchi di ignorarli quanto più mi è possibile, continuano ad importunarmi, in qualche modo, con le loro storielle da saltimbanchi e ciarlatani. Lo fanno nei momenti meno opportuni, tra l’altro: mentre mi do lo smalto alle unghie, il ché mi fa innervosire non poco vista la mia leggendaria imperizia nei piccoli lavori di precisione, oppure quando giro la crema pasticcera per evitare che si appallocchino i grumi di farina. Non vi aspettate nulla di eclatante, però. Nemmeno stavolta posso garantirvi con esattezza un inizio, una logicità nelle sequenze, dei flashback appropriati o dei dialoghi strutturati. La colpa non è mia (pecco d’orgoglio, sapete, è un viziaccio che coltivo dalla più tenera età, di cui non riesco a liberarmi – e nemmeno ci provo, a dire il vero – per cui non vi aspettate che dica che non so scrivere. Nemmeno sotto tortura, lo direi, ecco). La colpa, se così si può definire un’accidenti di vaghezza, è di quei due, che sono personaggi appena sbozzati, non hanno sufficiente personalità per andarsene in giro compiuti, a raccontare storie altrettanto compiute, ricche di descrizioni oggettive e di fatti più o meno verosimili. Se anche mi ci mettessi d’impegno, nemmeno potrei descriverli: girano con due maschere incollate alla faccia, di quelle bianche, da mimi, e infagottati con costumi di scena che cambiano ad una velocità da trasformisti. Già in tempi non sospetti, vi confessai che io amo osservare. Continuo a farlo, certo, ma posso essere precisa – e sapete che questa è la mia massima aspirazione – soltanto se le cose che osservo sono ferme. E ordinate. Osservo i gatti, per esempio. Guardando l’esemplare che vive con me ho imparato moltissime cose. Ma non tutte sono così decifrabili (non la sua predilezione per le patatine Pai, come già ebbi a dirvi). Quello che mi ha insegnato quest’astuto felino, è un modo di stare. Cosa voglio dire? Ora cercherò di spiegarmi: quando il mio gatto è satollo, ha giocato, ha compiuto i suoi piccoli riti di pulizia, ad un certo punto lui sta. Non dorme. Non è questo che intendo. Lui si limita a stare. Non prende alcuna decisione, perché sarebbe avventato perfino limarsi gli artigli contro il grattatoio. Si accuccia e osserva, fino a quando non decide cosa è meglio per lui. Quest’occupazione che, ai più, potrebbe risultare un pigro esercizio d’indolenza, in realtà, ha un fondamento di grande saggezza. Il gatto sembra pensare: finché non sai esattamente cosa fare, limitati a stare, cioè a fare niente. Ma ecco che, come al mio solito, prendo una deriva e mi perdo quando ciò che dovrei fare è parlarvi di quei due tipi bislacchi. Anima e Animus. Siete qua per questo, no?
Li avevamo lasciati a vorticare, mi pare, liberati dalle zavorre come due uccelli a primavera. Era un giorno di gran vento e nel cielo, assieme a loro, volteggiavano buste di plastica e cumulinembi. Quel giorno, miei cari, non ci fu alcun scontro di corpi. Le stelle e i pianeti tornarono ad allinearsi nelle proprie orbite di sempre e il vento calò di colpo, rasserenando mari e cieli.
Anima e Animus precipitarono al suolo.
Anima cadde nella foresta amazzonica. Animus precipitò tra i ghiacci dell’Antartide.
Anima si sentì persa in mezzo a tutto quel groviglio di piante tropicali. L’umidità le pesava sul petto e respirava fischiando. Le piogge torrenziali le resero lisci i capelli, e la sua pelle, mano a mano che passavano i giorni, diventò verde e lucida come le lamine delle guzmanie. Le spuntarono passiflore tra le gambe, e petali d’orchidea tra le ciglia. Cominciò a dividere le grotte con i pipistrelli che, di notte, dopo i loro voli inquieti, commossi da quel corpo rannicchiato tra le rocce aguzze, le si accucciavano addosso ad ali spiegate coprendole le spalle come meglio potevano. Gli uccelli del paradiso, dal canto loro, cercarono di insegnarle melodie, ma si arresero davanti alla sua voce sgraziata, che l’eccesso di umidità rendeva ancora più roca, e la lasciarono in compagnia delle iguane e dei camaleonti, con i quali, pare, lei si trovasse molto bene e da cui imparò molti trucchi sulla mimesi. Non fu tutto così semplice. All’inizio, Anima, si sentì molto spaventata da quell’abbraccio verde e brumoso che aveva accolto la sua caduta. Oltretutto le mancava molto Animus, di cui non riceveva notizie da un po’. Poi, piano piano, cominciò a sentire la nostalgia d’un tempo ch’era stato un tempo felice. Un tempo antico, quanto è antica la terra, e lontano, come sono lontani i sogni. Gliela cantavano le foglie delle felci, le gocce di pioggia con il loro ticchettio instancabile, i colibrì e i pappagalli. Ma, lentamente, stava anche imparando a sentirsi protetta nel fondo della foresta. Abbracciava i tronchi degli alberi, si nutriva di fiori e frutti, e diventava immune al veleno dei rettili.
Animus, lui, era in mezzo ai ghiacci. A furia di fissare tutto quel bianco, e bianco, e bianco, ebbe l’impressione di non saper più dire i nomi dei colori. La sua pelle diventò blu, e il suo respiro si fece sottilissimo. La lingua parve prendere lo spessore d’un’ostia e l’unico modo per nutrirsi era quello di filtrare il krill. Le balene, impietosite, provarono a insegnargli la loro strana lingua, ma lui preferiva stare zitto, per lo più, fissare il volo degli albatros e dei cormorani. Aveva pensieri molto lucidi, era il freddo a renderli brillanti, ma non riusciva a sentire più quella voce che, per un poco di tempo, gli era salita su dal ventre, sfiorandogli la zona scura del cuore, quella dove aveva un buco che, dopo tanti anni, ancora gli faceva male. Quella voce, il freddo, l’aveva inghiottita, e lui era diviso a metà. Pensava ad Anima, di tanto in tanto. Non sapeva esattamente cosa pensasse di lei. Aveva ancora una sua foto, con sé, nascosta nella tasca brinata del suo giustacuore. L’aveva mescolata a quelle di altri santini. Ogni tanto, la prendeva, perché, ancora, gli pareva la madonna più bella e lui, fondamentalmente, era un esteta.
Fu durante una notte venuta giù più nera delle altre, e senza stelle, e senza luna, che, entrambi, scoprirono, che potevano incontrarsi ancora. Nel sogno.
Mi manchi, le disse lui.
Mi manchi, gli disse lei.
Vorrei chiamarti vita mia, le disse lui.
Non puoi, gli disse lei.
Lo so, le disse lui.
Vorrei chiamarti mio bene, gli disse lei.
Non puoi, le disse lui.
Lo so, gli disse lei.
Quella notte fecero l’amore. Fu quella l’unica volta, e ognuno di loro due la serbò come nutrimento per i giorni tristi. I loro corpi astrali si sfiorarono nel silenzio. Le labbra di Animus ripresero calore sfiorando il collo di Anima, e i seni, e la conca del ventre. Lei lasciò cadere sul petto di Animus fiori della passione e lacrime e poi glieli leccò via, sospingendoli fino alla bocca, fino al buco che aveva nel cuore. L’uno dentro l’altra ebbero l’impressione dell’infinito, la precisione, illusoria, d’un cerchio perfetto. Erano ancora l’una dentro l’altro quando si parlarono con gli occhi.
Devo affrontare un lungo viaggio negli inferi, gli disse lei.
Verrò con te, le disse lui.
Non è necessario, gli disse lei.
Lo voglio con tutto me stesso, le disse lui.
Mi aiuterai a sfidare il fuoco? gli chiese lei.
Certo che lo farò, le disse lui.
Fu giorno, ed Anima ritornò alla sua foresta, e Animus ai suoi ghiacci. Lei intesseva corde con le liane, da assicurarsi alla vita per calarsi nella pancia della terra, fino alle profondità profondissime dell’inferno. Animus, nel frattempo, si faceva prendere sempre più dal gelo, il ghiaccio brinava la sua pelle dalla quale esalava un vapore che dimostrava ancora un battito di cuore, seppure lento, ed un respiro.
Anima continuava a dormire rannicchiata sotto la coltre di mille pipistrelli, ma Animus, improvvisamente, prese a disertare le strade del sogno. Lei sbirciava tra le palpebre socchiuse, nella speranza di vedere non foss’altro che un piccolo segno. Il giorno della partenza era sempre più vicino, e lei da sola. Non sussurrava, però, non mandava neppure un lamento, solo piccole briciole di petali seminava accanto al suo corpo prima di dormire, come una traccia. Arrivavano serpenti e rospi per cibarsene, ma di Animus neppure – è il caso di dirlo – l’Ombra. Una parola, sarebbe bastata. Che fosse un no, oppure un sì, era del tutto irrilevante. Non il gorgo torbido del silenzio. Una violenza senza suono. Questo, lei, non sapeva spiegarselo e neppure perdonarlo. Perché lui stava violando un patto. Quello su cui si basava lo scheletro, fragilissimo, dell’incanto. La verità, era quello il patto. Altrimenti tutto quel poco che avevano, offerte votive e cuori sbucciati dalle scorze, sarebbe stato pari a niente.
Anima, dunque, si calò negli inferi. Il suo viaggio era un percorso iniziatico. Avrebbe avuto piacere ci fosse la spada d’un cavaliere, ma sapeva che era tempo di andare comunque, e andò. I fuochi che vide, i draghi, i magici aiutanti, le sette prove, i principi e le miniere di zolfo, furono tutte cose che le finirono sotto le palpebre, nascoste. Bevve acqua salata, e miele. Si fece baciare le labbra e sputò.
Ritornò alla foresta che era un’altra, com’era giusto che fosse.
Prese a costruirsi una capanna di ananassi. Mise foglie di palme alle finestre, lastricò il sentiero di schegge di vetro. E, ancora, dormì. E, ancora, sognò.
Fu quando stava schiarendo il giorno che arrivò Animus. Lei fu stupita da tanta impudenza. Ed ebbe la certezza, in quel momento, di non essere stata capita mai.
Non è possibile che tu abbia dimenticato: è arrivata Pasqua e non mi hai regalato l’uovo, le disse lui.
Difatti così non è stato. Io non dimentico mai niente. Ti sei distratto: la sorpresa ero io, gli disse lei.
Ho avuto paura, le disse lui.
Avresti dovuto dirlo in un altro tempo, gli disse lei.
Lui la guardò e a lei parve non capisse.

epilogo

MONOLOGO DI ANIMA
C’era il sole all’inferno. Bruciava. Se tu fossi stato con me, ti avrei condotto in un cono d’ombra e, come una cieca, t’avrei percorso il volto con le dita. Non ti avrei chiesto di salvarmi la vita. Non avrei promesso di salvarla a te. Avremmo solo accostato i passi per inventare una mappa di memoria, cosicché, ad ogni ritorno, disgiunti, avremmo potuto dire qui, in questo punto, una volta, siamo stati. Sotto un cono d’ombra t’avrei detto segreti, e avrei ascoltato i tuoi. Li avremmo poi serbati come un dono, nei luoghi del sogno, per farci compagnia in certe sere di luci grigie e sibili di vento. Saremmo, alfine, ritornati, io alla mia foresta, tu ai tuoi ghiacci. Meno soli di adesso. Meno tristi e traditi. Ma ora sono vecchia, e pure tu, pure tu lo sei, e si è fatto così tardi. Devo proprio andare. Devo andare e stare. Come i gatti, quando non sanno ancora qual è la cosa migliore da fare.

ANIMUS
Prende il mazzo dei santini. Scartabella. Scarta la Bella.
Troppo difficile, per lui.
Troppo complicato.
Dal mazzo casca un’immaginetta. Potrebbe essere la prossima, quella da mettere in cima.
Si china a raccoglierla e si accorge, stupito, che è un ritratto di se stesso. Sarebbe il caso ci mettesse attenzione nell’osservarlo. Potrebbe essere il Mago.
Sì. Sarebbe bello, per lui, se fosse proprio il Mago.

Ecco. Lo so. Lo so che non è una grande storia. Ma non mi dite che non v’avevo avvisati. Il fatto è che non ho molta fantasia. Sono una buona osservatrice e, dunque, farei bene a scrivere solo di ciò che so, di ciò che vivo. Limitarmi ai fatti, a come si prepara la crema pasticcera, per esempio, o al colore del cielo di oggi che, dopo tante piogge, ci concede una piccola apertura. Oppure potrei fare anch’io come i gatti. Stare. Fino a che non riesca a vedere ciò che voglio davvero raccontare. Vado a laccarmi le unghie, ora. Sperando di non fare troppi danni, imbrattandomi i polpastrelli di smalto, ché poi ci vuole un sacco per levare via le macchie di disordine, facendo restare, ugualmente, la tinta sulle unghie.

(“E’ l’irrealtà della forza che attutisce tutto” Virginia Woolf)

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