non sarai
non sarai mai il mio buco nella pancia. non sarai quella luce che so, il fosso, la falce nella scintilla del campo, non sarai.
[oggi mi sono vista negli occhi di un cane. ce li aveva sbarrati e tremava, tremava, tremava, come le farfalle che ho rinchiuse io nel petto. era sgomento davanti a un tradimento, per cui non credo proprio che le bestie non abbiano coscienza]
non mi illudo mai, almeno non con il concerto di tutte le mie parti. lascio sempre una guardiana davanti al recinto delle oche.
non sarai la pistola piantata alla mia tempia, la lametta sul bordo della vasca, il rigo rosso sul dorso della mia mano sinistra, la mano del cuore, né la cetonia che batte convulsa contro una luce che l’abbaglia. non sarai, non sarai la rosa selvatica, rosaspina, che cresce nel mio giardino, né la spina che mi pungerà, mai sarai.
[se solo tu avessi potuto vedere quello sguardo, avresti capito cosa intendo. sono negli occhi di un cane, oggi. nel tremito convulso del suo piccolissimo corpo abbandonato, e la sua paura è la mia. non bastano carezze per blandirla]
ho smesso di illudermi. l’ho fatto in tempi non sospetti. ho le vene dei polsi inaridite, rami riarsi, per poter solo pensare di tirare fuori il sangue di cui hai tanta sete. e il cuore mi batte. forte. fortissimo. ho l’impressione che mi scoppi nel petto e ammazzi tutte le farfalle.
non sarai la mia catena. sono allergica ad ogni tipo di metallo, a qualsiasi collare e poi all’aria non si possono mettere guinzagli.
non sarai il mio buco nella pancia, non sarai.
[il cane non era nero. un mucchietto d’ossa in mezzo a tanta acqua, così tanta acqua, con l’unica colpa dell’essersi lasciato addomesticare, e nessuna carezza potrà mai riportargli l’innocenza dell’affido]
non mi illudo di niente. ho sassi duri nei suoni del mio nome. un battesimo di pietra. la mia tana è un rovo di rose selvatiche e ho la bocca così secca da non poterti offrire il latrato che vorresti
piccolo elogio ad una forma imperfetta
due giorni fa erano cinque le volte/ieri già due/oggi una soltanto/
lo so/i conti non tornano/ma nemmeno se ne vanno/restano invece/e segnano una tranquilla distanza/
finisce nel sorriso/e io sorrido bene/stiro le labbra/e ci metto sentimento/l’allegria che/disperata/sempre mi sfugge/sguscia fuori dagli occhi socchiusi/perché io ho l’anima buffa/non mi riesce di essere femme fatale/nemmeno ci provo mai/mai ci ho provato/mi sentirei ridicola/da provocare risate di compassione e scherno/mentre voglio altro/altro è/da sempre/quello che cerco/
e state pure a elencare tutto ciò che non sono/
capi firmati/
lingerie coi pizzi e lazzi/
tacchi alti per sentirsi all’altezza/
depilage/
decoupage/
colpi di sole/
colpi di testa/
no/no/tranquilli/non mi offendete/non mi sento offesa/
io sono il piccolo buffone di corte/il cane che scodinzola/quando gli tirano il bastone/faccio giocolerie/ho un’andatura da gnomo e/difatti/corro molto bene sui tappeti di foglie secche/inciampo solo per finta/per farvi ridere/ridere/ridere/e rendervi un momento di vapore/
quand’ero giovane/mi piaceva stupire/giocavo a fare la matta/provocavo gli sconosciuti sugli autobus/per il solo gusto di vedere/le porte a soffietto/rinchiudersi di netto/sulle loro facce deluse/ma avevo molto tempo da perdere/e non perdevo niente/
ora sono un gelido giullare/assegno una parte più consona/alla mia apparenza innocua/piccola donnetta/coi vestiti da mercato/e sciarpe lunghe/girate più volte/e più volte/attorno al mio collo rugoso/
mi rapprendo in forme strane/
faccio balletti su richiesta/improvviso tip-tap anche se sprovvista di cilindro/nei miei maglioni informi/nelle mie scabre cattiverie/guizzi d’amorevole veleno/in modo che di me/si possa dire/con una certa convinzione/che sono un tipo divertente/che faccio ridere/e che so ridere di me/anche mentre/così indulgentemente/piano piano/metto in atto/una quieta distruzione/
leggila come vuoi
lungo il vialetto/celebro il mio/orgoglio/
è quel/tuo/stringermi/
/anni/
è/il bacio/in mezzo ai passanti/
/anni/
che non ha/tempo/nel tuo corpo d’arcangelo/
il cingermi/del/tuo/braccio attorno alla/vita/
/leggila come vuoi/
Parte di me/
Intero tutto/
e quel/tuo/sguardo/
/lo sento/
si appoggia tra le/scapole/
se ti rendo le spalle/
qualcosa/di prezioso/su cui vegliare/
lo scudo per ogni/coltello/distratto/
è la/semplice/devozione di quello che mi/porti/
la mia/salvezza/
la mia/abiezione/
l’ultimo cane e la parola amore
Neanche a dirlo, è nero. E’ sopra la mia testa. Ne sento l’incessante ticchettare delle unghie. Vive rinchiuso in una stanza buia e, così nero, si confonde, la sua ombra è assorbita dall’insieme. Si potrebbe dunque dire che lui non esista. Ma io lo so che c’è, e questo basta a legittimarne la presenza.
Ogni tanto qualcuno apre la porta, gli mette acqua e cibo. Bastardo, nel frattempo gli dice, pezzo di merda, gli dice. Maledetto, pure. C’è un tanfo di escrementi, l’ammoniaca dell’urina che fermenta.
Il cane è molto grosso. E nero. Nero. Di un nero che affligge.
Se solo volesse, basterebbe un balzo. Non ci vorrebbe niente, con quelle zanne, a recidere un’arteria.
Io mi chiedo quale cieco amore glielo vieti.
Mi chiedo, ancora, come si possa essere posseduti da qualcosa cui si dà nome difficile, e non riconoscerla quand’è rivolta a noi.
Mi chiedo a cosa serva dire amore se non si sa riconoscere amore.
Troppe cose mi chiedo. Che non servono.
Non posso salvare il cane nero, poiché non posso salvare neppure me stessa.
(Ho visto un secchiello nero galleggiare. L’ho osservato a lungo, l’acqua lo riempiva, ballonzolava senza affondare mai. E’ così che ci si tiene a galla? Andando incontro alla deriva?
Ho visto una donna grassa, molto grassa, che portava a spasso il suo corpo enorme, le gambe due tronchi, gambaletti di pelle rossa, sangue stagnante, eppure camminava. Come si mantiene un equilibrio?
Ho visto un bambino di nome Tazio. Ho pensato che avrà una vita difficile, che dovrà essere all’altezza di quel battesimo, andare almeno una volta a Venezia e rischiare)
Apro la porta, io.
Guardo il cane dritto negli occhi che sono due buchi neri in tutto quel nero d’ombra. Potrei caderci, perdermi in una compassione sterile.
Cado, difatti. Mi lascio irretire.
Il suo uggiolare mi sembra una preghiera, una delle tante, che salgono al cielo, inascoltate


