Ad una piccola ape furibonda/ [da una piccola ape furibonda]
Ad una piccola ape furibonda/ [da una piccola ape furibonda]
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“Il dio della mia infanzia è vestito di nero, ha due cornetti sul capo e tiene in mano un’ascia.Come ho potuto, malgrado ciò, osare sgattaiolare via da lui? Per tutta la vita non ho fatto altro che fuggire carponi, attraverso la mia terra, sotto il braccio
uno sbrendolo di vita, che mi pare sempre rubato”
(Mariella Mehr, Steinzeit – 1981)
Me ne stavo ad osservare le foglie dell’acero che cadevano per terra sotto la sferza del vento.
Qualcuna compiva una traiettoria tanto veloce da darmi l’impressione di un passero abbattuto da una fucilata improvvisa.
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“Busso alla porta della pietra.
- Sono io, fammi entrare.
Dicono che in te ci sono grandi sale vuote,
mai viste, belle invano,
sorde, senza l’eco di alcun passo.
Ammetti che tu stessa ne sai poco.
- Sale grandi e vuote – dice la pietra –
ma in esse non c’è spazio.
Belle, può darsi, ma al di là del gusto
dei tuoi poveri sensi.
Puoi conoscermi, però mai fino in fondo.
Con tutta la superficie mi rivolgo a te,
ma tutto il mio interno è girato altrove (…)”
[Wislawa Szymborska – conversazione con una pietra]
Pura e sacrale, allo stesso modo d’una pietra, vorrei diventare.
Là, dove giace il serpente prima del risveglio, mi sento granato e diaspro rosso.
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