

Oggi appartengo a quelli che prendono le botte.
Sono nella fame dei loro occhi neri. Le reti mi tagliano la pelle sottile delle dita. I polmoni mi scoppiano privati dal mare. E’ un guizzo sincopato il mio muovermi nel mondo, un battere di carne, una mattanza.
Dopo c’è la frusta sulla groppa e le mosche e gli sputi negli occhi. Il solco del campo, un’anima mezzadra, il catino di zinco che, vi assicuro, ci sono luoghi in cui ancora resiste.
Sono il pavimento pieno di sangue ed escrementi, e peli, e scaglie d’ossa, ma prima ero nella calca di uno stretto passaggio, un muggito di terrore, uno scalpiccìo di zoccoli e la pompa che dilava il puzzo di morte.
Mi insinuo nella bestemmia sotto le volte affrescate, e sigarette spente sui marmi dell’altare, un fitto mormorio che fuoriesce dai fumi freddi dell’incenso.
Nei buchi nelle maglie sono, e in quelli nelle vene.
Nel cadavere tra le stoppie, col sole che lo prosciuga e alla fine l’identità si attesta solo con le scarpe e i documenti, e una volta avevo un nome, avevo.
Nelle carcasse ai bordi della statale, l’altro lato della strada che non mi riesce di raggiungere.
Dovrei dire per me, e difatti è per me che dico, che sono della stessa sostanza di ognuno e di ogni cosa. Credo che sia a causa del cielo di stamattina questo mio frangere i confini, ma lo affermo perché la mia indole è pavida, ha bisogno di conclamare colpe che non hanno senso, e sempre cerca alibi. Eppure è così umano tutto ciò, non trovate?
Mi scopro nella bava che gocciola sul petto, nella sclera d’un rosso infetto, e la gengiva spoglia, una bicicletta accosto al muro carica di stracci, buste di plastica gonfie, pentole, vecchie pentole, che nessuno vuole più. Parlo col mio cane, che è piccolo e giallo, mi segue e in me, lui, riconosce l’angelo.
Qui, nella mia casa, sono.
Solidi muri, lunette sulle porte, molte coperte calde, un camino. Volendo potrei dare vita ad un profumo di torta di mele, una consolazione, aspettare che l’impasto lieviti accucciata in un angolo, al riparo dai venti, dall’umida crosta del cielo.
Ma oggi sono nelle morti bianche, in quelle innocenti, dove non si dà nome per non farsi illusione d’affezione poiché anche l’amore va chiamato, un battesimo di lusso che non a tutti è concesso.
Dovrei dire di me, e difatti è di me, solo di me, che dico.
[Novembre 2007]


