sono un articolo fuori moda. un fondo di magazzino.
se potessi conterei i passi sul lungomare di tripoli. farei attenzione alle luci che si scheggiano, mi sembrerebbe di pregare.
sono lo straccio che pulisce i pennelli.
le strade in salita di lisbona. il cantico dell’oceano, uno squarcio, la lama della forbice che mi solca il bianco del ventre. /troverei quiete?/mi sembrerebbe di trovarne?/
sono un guanto spaiato. un ombrello rotto.
le urla seminate nelle aiuole dell’alcazar di siviglia, le lacrime nelle vasche di maiolica, i pesci rossi boccheggiano, si infettano del tossico, mi muoiono sotto agli occhi, a migliaia, a migliaia. mi guardano come se avessero avanti un calcolo sbagliato. cosa dovrei dire? /scusarmi d’essere al mondo?/chiedere perdono per rovinare la domenica ai gitanti?/
quante colonne ha la mesquita di cordoba? bene, su ognuna passo la mano, rubo il freddo del marmo e me ne approprio. scivola piano, mi sedimenta nella gola, la mia voce è voce muta, dice senza dire.
a salisburgo sono morta. ho lasciato il mio spettro a sbocconcellare una fetta di sacher.
a belgrado mi è sembrato di risorgere. era solo l’acido dello yogurth che mi bruciava la mucosa, e i cessi sempre affollati, e senza chiave.
sono la tazza sbeccata, il rubinetto che perde.
la canoa affiora in un manto denso di lenticchie d’acqua. tulcea è alle spalle, assieme al pugnale piantato tra le mie scapole. ho un fiore di loto appuntato sul petto, gli insetti mi mordono le caviglie, succhiano il mio sangue e io sorrido. ci sono aironi bianchi. so di non meritarmi la visione delle loro ali spiegate.
sono la bestemmia nella cattedrale, il livido di un’alba di sventura.
non salgo sulla giostra del lungosenna, ne costruisco un rimpianto da girare tra le dita nei giorni in cui mi annoio.
a cabezòn de la sal c’è un gallo che canta, il giorno è ancora una promessa. tu mi percorri ed io ho gli occhi chiusi. nella gola mi palpita un cuore, non credo sia quello che tuttora indosso.
misha mi prepara i panini e mi vende un vino rosso che avvelena. sul ponte erzsébet vedo scorrere il danubio, ho un velo d’oro a ricoprirmi il corpo. la notte l’ho consumata camminando mentre attorno a me tutto girava. una banda di zingari suonava musica da rapina. i tamburi mi entravano nell’addome, ed io stessa risuonavo come se fossi cava.
fumo. una sigaretta dietro l’altra. non conto più. non conto niente.
sono un equivoco.
una scommessa persa.
[Luglio 2007]


