La mattina, sotto la doccia, traccio pensieri in prosa poetica. Li faccio scorrere sulla mia pelle assieme all’acqua. Defluiscono, poi, docili, dopo aver accennato un lungo percorso amoroso, fino alla bocca nera dello scarico, che li ingoia, li estirpa, li allontana da me e li disperde.
Riconosco, a questo mio tempo, un senso tattile.
Il caldo rende fragili le mie ossa e la mia carne che ritrovo intatte, unicamente, quando mi accosto all’altro corpo e me ne nutro e, al contempo, sfamo.
Le voci, al di là della strada, infrangono l’estetica d’una controra perfetta – gocciano, unte e ammorbanti come vapori di solvente, attraverso le gelosie socchiuse – e inquinano il mio apparente ordine.
Sentire, ma non attraverso le orecchie, non in un modo tanto primitivo, la moltitudine di voci che s’infiltra dal centro esatto della terra e fingere una sordità ineluttabile – ognuno col suo disagio, valigie ingombranti, un sole che pesa, l’asfalto rovente, e, solo in fondo, solo in un posto che pare irraggiungibile, chissà poi perché, la certezza del mare –
[è questo, mi chiedo, ciò con cui vi levate la fame?/se così fosse/devo ammetterlo/non mi pare un compito gravoso]
Un frinire di cicale s’alza e si espande da qualche piega ruvida di un altrove che preferisco non definire. Più passa il tempo e più me ne allontano.
Non so dire se questo sia soffrire – il dolore è un’esperienza strettamente personale, non si può con/dividere, né com/prendere -
Il più delle volte, ciò che provo ha l’indefinitezza d’una sospensione, l’alone, non avulso dalla fascinazione, di una macchia.
La sola salvezza, ora, – e la mia rovina, poi – è il mio corpo, per niente matematico, cui assegno una saggezza che, onestamente, non riconosco a me.


