Nota per il lettore sprovveduto: solo una lista/ in fin dei conti/ ciò che mi riesce meglio/
L’immagine di questi giorni è non significare in quanto me. Un significante che travalica il segno e lo supera, tramutandosi in altro. E’ un’ipotesi intrigante. Predispone ad un’esclusione di responsabilità, ad un rassicurante farmi da parte, stare al margine.
Al di là del fatto che io esista, respiri, sia circondata da oggetti, più o meno utili o, a seconda dei casi, del tutto superflui, cammini, pensi, in sostanza, viva, ciò non inficia una possibilità di un me che è rifrazione.
Questo ha a che fare con l’arte del sogno e con la necessità di non incorrere in un disconoscimento di cui non riesco a definire l’emergenza.
So unicamente che non mi percepisco imputabile, che la mia opera è rendermi quanto più sgradevole mi riesca – penso, ad esempio, all’eloquio che adotto, scientemente volgare, una sorta di turpiloquio autoimposto, che vorrebbe definire una differenza tra la presunta, poetica, aura da vestale e l’indefinito desiderio di apparire, in qualche modo, peggiore – demarcare una distanza, insomma, come a dire infrangimi, sono brutta, sporca e cattiva.
Ci sono poi sentieri di parole. Parole che hanno un vuoto o un pieno, che vanno osservate in controluce, come certe bottiglie di vetro opaco, per assicurarsi che ci sia ancora qualcosa da attingere, altrimenti è materiale di scarto, roba da riciclare senza alcun indugio. Nutrimento o frantume. Altre possibilità.
C’è il discorso sulla scelta – quello, in realtà, andrebbe sviluppato e, forse, un giorno lo farò – che liquido dicendo vagamente qualcosa del tipo il mio amore è imperfetto, ma sacro, poiché più si espone alla scelta e più sceglie di.
C’è il tempo dell’attesa del quale, seppure già lo sospettassi, ho scoperto il peso e la tortura, intravvedendo, nella mia vecchiezza, un’esigua predisposizione alla pazienza che, invece, ha caratterizzato gli anni in cui il ticchettio dell’orologio pareva rallentato e fiacco.
C’è un’urgenza di fiato, ora, un’ impellenza di passi e di risposte che è quasi allarme, un’intolleranza davvero malcelata verso qualunque dif/ferimento.
E, infine, ci sono gli sguardi, certi sguardi che scavano e levano strati di pelle o, peggio, misurano, allo stesso modo dei sarti, per la messa in opera di un abito perfetto oppure dei becchini mentre valutano le esatte dimensioni di un feretro. Una cosa fastidiosa quando l’unica ambizione coltivata risulta quella dell’invisibilità del camaleonte.
La tensione del collo che ne consegue, come tutto ciò che ho scritto in precedenza, è assolutamente solo affar mio [del resto è noto a tutti che la notte di San Giovanni è notte di sabba e di fuochi fatui e che l'eccesso di corsivi è indice di instabilità]


