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[nec tecum nec sine te]

Parola di lumaca sul niente di una foglia? Non è la mia. Non ti fidare. Acido acetico in latta sigillata? Non ti fidare. E' roba adulterata. Un anello d'oro con dentro il sole? Bugie. Bugie e dolore. (Sylvia Plath)

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[E]ccetto il merlo

Giugno 17, 2009 di biancamara

In un giorno qualsiasi, il merlo cominciò a zampettare nelle aiuole.

Che fosse cascato dal nido o che avesse, in un modo o nell’altro, deciso che era arrivato il momento di andare, è un’informazione del tutto irrilevante. Ciò che conta davvero, ai fini di questa storia, è che il merlo, ancora, non fosse capace a volare.

P., in quel giorno qualsiasi, non se la cavava poi tanto male. Le sembrava che le cose filassero lisce, che, dopo tanto tempo, quel fluire di sangue furioso nel corpo avesse trovato una via semplice.

Si scopriva a pensare in questo momento sento una specie d’armonia tra me e il cosmo – faceva pensieri bislacchi, di tanto in tanto P., – e osservava il cielo senza rapimento, come fosse normale avere sulla testa il peso di tutto l’azzurro, la responsabilità del passaggio delle nuvole e la visione delle stelle. Non provava mancanze inopportune, P., né fame, né sete. Neppure freddo.

Se aveva l’ardire di volarsi a guardare quelli che erano stati gli ultimi tre anni, avvertiva una sorta di piccola pietà che edulcorava con un perdono inusitato, l’indulgenza che si rivolge a chi, affetto da un morbo, si aggrappa alle maniche di ogni ciarlatano che propone un elisir salvifico, un incantamento, una chimera.

Le tornavano in mente il vento tra certe tende bianche, la voce di G. che sussurrava nessuno sceglie di stare male, un annaspare irrequieto, spigoli taglienti, stanze buie. Rammentava l’ipoteca delle ossessioni, un segno calligrafico che necessitava di fogli e fogli, le efelidi sporche sul viso di S., un pulsare infetto sotto lo sterno afflitto dal dolore, la mestizia di certe sere che erano state il sudario a giorni carichi di pioggia, i sogni strappati ridotti a barchette di carta di giornale caracollare incerti nei reflui delle fogne.

Il centro giunge sempre quando si percorre una spirale, pensava P., e arriva quando meno te lo aspetti, quando è passato così tanto nel dire “è dopo la prossima curva, è quando termina quest’ennesimo temporale, è se sento la sua voce tutti i giorni, è se l’uomo fermo all’incrocio dei venti, quando gli passo accanto, mi sorride”. Faceva pensieri bislacchi, P.

Sapeva anche che dal centro poi, ci si allontana nuovamente, in un ricorsivo ricorrere d’eventi, ma tutto è così, tutto muta e resta uguale, ciò che conta, di questo tourbillon, è serbare intatta la memoria dei sogni che è il solo modo, a ben guardare, per potersi inventare un degno futuro o, quantomeno, provarci.

Dunque, in quel giorno qualsiasi, ogni cosa pareva miracolosamente collocata in un’esattezza dolorosa e lucente che non lasciava possibilità d’errore.

Eccetto il merlo.

P. se lo trovò quasi tra i piedi, nel raggiungere il vialetto di ghiaino.

Pestò la suola sull’erba, un tonfo secco, insospettita dalla noncuranza del volatile alla sua vicinanza sconveniente. Quello fece per allontanarsi ed aprì il ventaglio striminzito di due alucce secche secche. Si librò dal suolo di una decina di centimetri per ricadere, subito dopo, poco più in là, uno straccetto di penne grigie ed arruffate.

P. stette qualche minuto ad osservarlo affiorare, stentato, tra gli sterpi come qualcosa di totalmente innaturale.

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