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[nec tecum nec sine te]

Parola di lumaca sul niente di una foglia? Non è la mia. Non ti fidare. Acido acetico in latta sigillata? Non ti fidare. E' roba adulterata. Un anello d'oro con dentro il sole? Bugie. Bugie e dolore. (Sylvia Plath)

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[U]n anno fa – strawberry fields

Maggio 25, 2009 di biancamara

“Nothing is real and nothing to get hung about…”

Hai detto che anch’io sono brava a cambiare argomento. E, come ad avallare questa tua osservazione, non ti ho chiesto perché. La domenica seguente, al solito, sono scivolata lentamente nel mio umore grigio. Il diaframma si è come inceppato e, per tutto il giorno, e anche dopo, ho avuto il respiro corto, che mi nasceva dalla superficie del petto e, nel petto, moriva. Una sorta di fame d’aria. Un’inquietudine elettrica. Neppure i gatti, coi loro manti soffici e gli sguardi obliqui e seducenti, sono riusciti a placare la bestia. Neppure la catasta di libri intonsi, sistemata alla bell’e meglio sul ripiano della cassapanca, mi ha liberata dalla carta moschicida sulla quale mi sono trovata invischiata.

Non so perché ho detto quella cosa sulle fragole. M’è venuta su involontaria, allo stesso modo d’un singhiozzo, quando ho visto Joe che tirava fuori dal frigo la ciotola stracolma di frutti. E’ stato il lampo rosso della polpa che svettava contro il blu – era blu, vero, quel recipiente? – a dare la stura al ricordo. Il profumo, anche. Ne ho perfino immaginato il sapore, scavando nella bocca una memoria. Sono affiorati sotto al palato lo scricchiolio sabbioso dei microscopici semini e quel retrogusto leggermente aspro, che il dolce non basta, non è sufficiente a non farmi venire i sgrisuli – ma questo è lessico familiare, cose che tu non puoi sapere, di cui poco t’importerebbe –

E’ stato per questo che ho detto quella cosa sulle fragole. Poi, immediatamente, ché io son così, faccio marcia indietro in uno scarto velocissimo, mi sono pentita. Era una frase stupida e privata, lanciata là, sulla tovaglia, tra le briciole e i bicchieri colorati, e tutti quei dolci a riempire una mancanza. Ho provato un moto di fastidio verso me stessa, come se una, delle tante che sono, si staccasse e mi osservasse da un fuori perforante, e dicesse stupida patetica, qual è l’attenzione che ti serve? quale pubblico?

E lei, la mia amica, ha voluto subito consolarmi nel vedere ancora la crosta sanguinare, e lì, in quel momento, ho capito che era stata una frase inopportuna, e le ho detto sissì, hai ragione, è sicuramente come dici tu. Ma un piccolo odio verso me ha fatto capolino, una cosa fugace e scaltra, come quando mi capita di intravedere le ombre dei morti passarmi, rapide, accanto.

Non era una cosa spaventosa, – del resto, neppure le ombre dei morti lo sono – . Era solo un fastidio. Simile al respiro corto, che non mi ammazza, certo, ma mi dà l’impressione di un’insufficienza, un affiorare di qualcosa di terribile e di buio.

Dopo ci sono state le risate. Merito del fumo, o del vino, che ne so, e ho riso tanto, così tanto da farmi venire le lacrime e mi sono ricordata di Adele, di quando eravamo a Salonicco, e lei rideva e piangeva assieme, e l’avrei fatto anch’io, con una facilità che il confine era un filo sottilissimo. Ridevo, mentre riportavo alla memoria quelle immagini viste mille e mille volte, a quegli occhi disegnati con le croci e quelle zampine ficcate nel petto, due gocce di sangue a zampillare.

Finivano, quelle due gocce, nella ciotola e si mescolavano al rosso delle fragole, al rosso del mio panierino e a quello della cartella, supponendo soltanto il calore di un dolceforno solo desiderato, e richiamando l’odore di amido della colla con l’acqua e la farina.

Eravamo fragili in quel momento di risate. Te ne sei accorto? L’hai seguita piano, con l’indice, quella sottile linea tra la risata e la lacrima? Io l’ho percorsa tutta quella traccia, l’ho accarezzata, ed era rossa, di un calore mesto, la congiunzione delicata degli opposti.

Si è fatto così tardi e l’errore è riemerso mentre ero china per terra, a rimestare nella mia enorme borsa in cerca del telefonino, e tu m’hai detto grazie e dalla radio è uscita proprio quella canzone, e il miagolio della gatta era il mio lamento informe.

Quando sono montata in macchina ho fatto una cosa che non faccio mai. Ho racchiuso tutto il corpo portando le ginocchia verso il petto, e ho affondato il viso nel poggiatesta. Ho chiuso gli occhi. Era così tardi e, da qualche parte che non so bene dove, mi montava come un dispiacere, una stanchezza rabbiosa simile a quella dei bambini quand’hanno sonno. Gli altri, infatti, hanno pensato che dormissi mentre l’auto sfilava per le strade notturne e vuote di Pisa, e hanno detto frasi tenere e scherzose, su di me, che le loro parole mi hanno sfiorato una carezza sulla nuca. In un dormiveglia drogato, ho riso ancora. Avevo strani pensieri, ma raccontarli equivarrebbe a riparlar di fragole.

Ad un certo punto ho schiuso le palpebre ed ho fissato il lunotto posteriore. Ho visto che mi allontanavo sempre più dai lungarni. Avevo una visione confusa, così confusa dentro quel buio coi miei occhi miopi, e l’acqua del fiume seguiva docile il suo corso sconosciuto. Mi sono vista quand’ero un’altra e quelli erano i miei luoghi. Due ragazzi, con le mani ficcate nelle tasche e il passo veloce, attraversavano la notte e diventavano, a poco a poco, un disegno di Pazienza. Il buio li ha ingoiati, assieme ai riverberi delle luci tremolanti sopra l’acqua. L’ultima cosa che ho visto, prima di richiudere gli occhi, è stata me quand’ero un’altra rincorrere l’auto come un cane lasciato in una piazzola di un autogrill.

Ho desiderato, in quel momento, che mi piacessero le fragole, per poterne mangiare, la prossima volta, e dire, a lei, grazie, grazie per essertene ricordata.

“Living is easy with eyes closed, misunderstanding all you see…”

(25 maggio 2008)

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