era l’espressione, quel sorriso, di un globo trasparente. le mani in tasca, giudiziose, e altre mani sulle spalle a delimitare una preferenza elementare. in quell’anno, tra quei muri, mi respinse una piccola schiera compatta. io ero l’intrusa, venivo da un altro luogo indistinguibile, rimbalzavo contro una parete elastica priva di varchi. parlavo un’altra lingua. non mi capivano e io non capivo loro. fu quello il momento in cui il percorso, il mio, prese una divergenza, una deriva. fu allora che mi lasciai avvolgere quietamente da un velo vetroso e che decisi che ogni contatto sarebbe potuto avvenire soltanto attraverso la demarcazione di una distanza materica.
sette era il numero, poiché ero molto precoce.
avevo già scoperto la bellezza, e l’orrore, e a ciascuno sapevo dare molti nomi uno dei quali, valido per entrambi, corrispondeva a desiderio. non era un vantaggio, bensì un limite. e chiaramente intelligibile, oltremodo colpevole e, soprattutto, attaccabile.
attorno a me, un corpo così piccolo a ben guardare, era un florilegio di rovine. ogni sasso, un inciampo. ogni tubo divelto una perdita. l’erba che conoscevo era quella che stentava, ma resisteva. i campi che percorrevo erano incolti e pieni di stoppie riarse, ma ospitavano anche le ferente fisicità dei papaveri. e poi c’erano le belle di notte, da suonare come trombette, e i mazzi di calle che mia madre portava a casa, fiori che, a contatto coi miei polpastrelli, diventavano carne, il sensuale pistillo giallo che perdeva granelli vaporosi, l’insetto che spuntava dal cono arricciato della corolla, il piccolo orrore da pagare all’incanto.
il corpo, seppure piccolo, tutto filtrava e faceva passare. gli incensi negli antri scuri delle chiese, i gas di scarico, la polvere degli sterrati, esalazioni di ammine aromatiche e l’acre linfa dei gerani. gli occhi si posavano ovunque come a voler trattenere una memoria necessaria che potesse, col tempo, aprire camere su camere, in un labirinto di passi scomparsi, declinati in un tempo imperfetto e vago, l’unico, tuttora, accettabile senza troppo sgomento.
sette fu il numero di quel carnevale in cui l’unico travestimento si risolse in una maschera di plastica. un monito, quasi, in quella necessità dettata dalla mancanza. come a dire, solo questo puoi nascondere, il resto ha una verità conclamata che mai si asserve ad alcuna finzione decisa a tavolino.
sette era il numero, ed io già sapevo cose che mai avrei dovuto sapere.
sette fu la stagione del primo amore. un amore straniero, e anche quello un marchio inequivocabile. nel tempo a seguire sarebbe stato sempre così. da allora avrei dato accoglienza solo ai profughi, a quelli che si scansano dalla folla, a quelli che, per venire a me, giungessero da luoghi lontani e si portassero nell’anima, alla mia stessa maniera, macerie e cenere.
trasportavo sulle spalle, come un sacco pieno di ferro, la distanza da tutto e da tutti, e sul viso una maschera. c’erano fate e spadaccini, cow-boys e dame, e solo io e il mio amore coi vestiti di sempre e come unico orpello due povere maschere.
guardammo oltre noi. ci riconoscemmo. ci facemmo accosto in un angolo acuto, davanti ad un tavolino ingombro di minuscole casette di cartone e dominammo il mondo con una fulgente innocenza. racchiusi, per un unico anno, dentro ad un uovo di vetro, sotto l’identica carezza di esclusione. poi qualcosa ci costrinse ad uscire, e me lo portarono via, e me a lui.
richiusi con un sigillo di ceralacca e sangue la fenditura che restò linea invisibile. così feci con il mio sorriso per affidarlo agli anni, immutabile e rappreso, una smorfia, il ghigno d’una tenerezza durissima.
e papaveri e calle continuano il lento lavorio, l’erosione del velo che mi sottrae al mondo, al tocco che sembro rincorrere per rifuggire, inesorabile, all’ultimo centimetro di difesa. i loro, petali urticanti che strillano fra le rovine. e l’erba che sbuca ostinata dalle fessure dei muri, la condotta da perseguire.
[incontro]



Nove è il mio, quello di chi cerca, e cercando cercando c’è caso che si perda (bello questo; tu sei bella, sei bellissima, senza doppi, triplici fini: come davanti a un quadro, una statua, qualcuno che suona)