“Lunghi mesi e su di me
questo cielo sempre uguale,
sembra che l’inverno qui
non debba mai finire...”
Mia amatissima Pauline,
so bene che questa mia lettera scompaginerà un ordine di cose – sebbene mi sia impossibile pensare che dopo uno venga per forza due; ci sono volte che si rende necessario un distacco da certi meccanismi comunicativi e mi spiace molto non saperlo dire in altro modo -, ma oggi c’è un cielo così bianco, che viene naturale pensare di scriverci su. E a me viene naturale pensare di scriverci per te.
Sono giorni di piogge incessanti e il sole sembra essere solo un ricordo sfocato d’una vita fa, di quando eravamo bambini nella luce, e la nostra ombra era ancora qualcosa da riconoscere e non un’oscura parte di noi stessi. I rami dei tigli, esposti in una nudità di cortecce brune, svettano contro il chiarore accecante di questo cielo feroce. Sembrano indifesi, così spogli. E le strade rilucono sotto il velo dell’acqua, si dipanano lungo coordinate che lasciano irrisolte le mie malinconie. Mi pare di vivere in attesa di un’indefinitezza, e comprenderai quanto sia vago il mio sentire. Ho l’impressione d’essere diventata acquatica, tramutata in una sostanza liquida che prende forma solo se contenuta – ma questa è una mia piccola ossessione, lo devo riconoscere; eppure si amplifica, se possibile, sotto tutti questi scrosci, sotto questo cielo da cui l’azzurro sembra essere bandito, sopravvivendo solo nella forma di un desiderio doloroso – Ho detto spesso che la nostalgia è viola. Il desiderio, penso ora, non è rosso. E’ azzurro. Smaltato e freddo. In mancanza d’altro, oggi, l’ho indossato. Spero che portandomi addosso questo colore ne possa assimilare l’essenza in mancanza dello specchio del cielo che alla fine, so bene, è solo un’illusione. A questo servono le cose che non ci sono, le sviste, i giochi di luce: a farci perseverare nell’attesa.
Da qualche giorno, mia piccola Pauline, ho la mente e il cuore ripiegati come una camicia inamidata.
Rifletto su certe pieghe rigide che prende l’esistenza, di come la si sventoli inutilmente, poi, per trovare una disinvoltura che non c’è. Certi solchi restano immutati, e mi sento impotente a pensarlo come impotente è l’azzurro del desiderio che deve sottostare all’attesa e all’inevitabilità di condizioni sulle quali non abbiamo arbitrio. Bisognerebbe rivelarsi saggi, attestare al bianco l’onestà che merita, accordargli la possibilità d’essere sporcato e di mutare, ma noi tendiamo sempre a quello che non c’è. Svelare la tenerezza è un atto di coraggio che non sempre ci è concesso.
Mai come in quest’ultimo periodo ne sono stata consapevole. Nel luogo in cui mi reco tutti i giorni, dai muri, salgono suppliche. Si fanno strada tra le crepe e le piastrelle. Io mi tappo le orecchie per non udire quei canti di sirena. Sto in mezzo ai nani, ai mangiatori di fuoco e alle donne barbute. Tutti, chissà perché, pretendono il dazio d’un bacio. Io ne dispenso con molta parsimonia; so che la tenerezza, appunto, non va vezzeggiata in certi posti, che se porgo il dito mi mangiano la mano. Dopo, di me, resterebbe niente e in qualche modo debbo pur difendermi. Rileggo Cecità, di Saramago, ed è come la moglie dell’oculista che mi sento, nel luogo in cui mi reco tutti i giorni. I miei baci sarebbero il riscatto d’una mancanza, strumenti utili a ravvedere la possibilità d’essere amati – chi amerebbe un nano, un mangiatore di fuoco o una donna barbuta senza riserve? Colei che cura, mi ripeto. Colei che cura. -
Ci sono momenti che mi portano a spasso come un trofeo, mi strattonano per le braccia, ognuno in cerca del suo brandello da arraffare. Ci vuole fermezza, allora. Svelare la tenerezza è un atto di coraggio che non sempre ci è concesso. Diventa un vizio, un incidente di percorso, la negazione. E si ha sempre freddo, o fame, o sete sotto questo cielo che continuamente piange. Si prende a vivere in un’attesa indefinita di una primavera che ci scaldi, che riporti l’azzurro, lo ricollochi al suo posto, in modo che, alzando gli occhi, ci si possa aggrappare ad uno sfondo compiuto, senza provare la necessità di riempire, a tutti i costi, il bianco.
Angelina, il tuo verde colibrì


