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[nec tecum nec sine te]

Parola di lumaca sul niente di una foglia? Non è la mia. Non ti fidare. Acido acetico in latta sigillata? Non ti fidare. E' roba adulterata. Un anello d'oro con dentro il sole? Bugie. Bugie e dolore. (Sylvia Plath)

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[A]lla morgue

Novembre 26, 2008 di biancamara

Era laggiù che doveva andare. Alla morgue.

Le avevano dato delle indicazioni di massima dicendole che c’era una galleria da attraversare. Solo questo. Che comunque avrebbe riconosciuto il posto, stesse tranquilla. Difatti, non appena vide la lunga galleria affiorare dal fianco della montagna alla sua sinistra, capì che era la direzione giusta quella che i suoi passi le avevano suggerito.
La galleria era un semplice buco che squarciava il fianco della roccia. Sembrava uno di quei cunicoli che si attraversano stando su un treno, la cui prospettiva ci coglie in un lampo d’occhi, giusto il tempo di intravvedere i mattoni rosati e l’arco di pietra, prima che il convoglio di ferro ne venga inghiottito con una variazione di pressione che ottunde le orecchie, e il buio improvviso.
Dopo, non ricordò l’umido che sprigionava dai muri e che consistenza avessero o quanto lungo fu il percorso nell’oscurità – Dopo si ritrovò come sul ciglio d’un sentiero che porta al mare. La via si snodava irta, tra cespugli di cardi spinosi e sabbia, lungo una collinetta appena accennata. Si proseguiva, arrampicandosi per alcuni ripidi gradoni di sassi, un po’ a fatica.
Ad un certo punto di quella salita, si fermò di colpo. Le si conficcò tra le scapole ossute una fremente lama di irrequietudine, come se la solitudine fosse un coltello spuntato. Restò sospesa, tra la voglia di andare e quella di tornare sui suoi passi, ma l’incertezza fu scrollata via da un alito di vento che le annunciò il mare. Benché non potesse scorgerlo, ne presentiva la potenza. Era appena dietro il declivio. Si rivelava con un suono di onde, e un sibilo, sottile, di vento che si insinuava tra gli sterpi e i suoi capelli, allo stesso modo.
Giunta alla sommità della collina, l’orizzonte si allargò in una striscia d’indaco su cui la spuma arricciava un frantume di biancore. Davanti a lei, ora, si presentava la lunga scalinata che l’avrebbe portata fino alla morgue. I gradini, di maiolica azzurra, come del resto anche l’impiantito dei pianerottoli, erano mozzi e si aggrappavano al muro simili a tronconi di travi segate.
Bisognava fare molta attenzione nel calibrare il passo, evitando il vuoto che si spalancava alla destra per raggiungere, indenni, l’isola di maiolica azzurra dei terrazzini che facevano da intermezzo.

Fu proprio su uno di quei pianerottoli che incontrò la scimmia e l’uomo. E fu la scimmia a scagliarsi contro di lei, menando pugni e schiaffi contro le sue spalle. Il pelo ispido emanava luccichii d’argento sulle sfumature blu indigo. Lei reagì, mollando all’animale un paio di calci. La scimmia si allontanò di qualche metro, mentre l’uomo, indispettito, le disse, non far del male alla mia bestia. Lei fece spallucce.
Amo tutti gli animali, disse, tutti, ma le scimmie no, non le sopporto, e continuò la sua discesa difficoltosa.
Perché solo le scimmie no?, le chiese l’uomo, ormai, alle sue spalle.
Le scimmie e le foche, occhei?, disse lei, vaffanculo anche alle foche, così sei più contento.
Senza bisogno di guardare, sentì che l’uomo stava sorridendo, ora.
E lontana dalla scimmia, e lontana dall’uomo, continuò a scendere, e a scendere ancora.
Era diretta alla morgue.
Nessuno, a quel punto, bestia o umano che fosse, l’avrebbe più fermata.

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