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[nec tecum nec sine te]

Parola di lumaca sul niente di una foglia? Non è la mia. Non ti fidare. Acido acetico in latta sigillata? Non ti fidare. E' roba adulterata. Un anello d'oro con dentro il sole? Bugie. Bugie e dolore. (Sylvia Plath)

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[M]olliche ai passeri

Novembre 19, 2008 di biancamara

Che ci fossero i passeri sulla spiaggia pareva cosa del tutto naturale ai più. Ma Judith Wellaby si chiedeva come mai. Si chiedeva quale fosse la forza, muta, che li spingeva al di là degli arbusti di sassifraga, oltre i cespugli di gaulteria, abbandonando quel riparo d’ombra, per sfidare, con quelle zampette esili come stuzzicadenti, il manto infuocato della rena.
“Briciole,” le aveva spiegato sua madre qualche giorno prima, “vengono fin qui, per le briciole”.


Judith Wellaby non aveva mai pensato, in tutta la sua piccola vita, che sua madre potesse mai dirle qualcosa di inesatto. Che si trattasse di decantare le virtù del succo d’arancia appena spremuto o di disquisire delle abitudini dei passeracei, sua madre, Marjory Watson in Wellaby, diceva sempre la cosa giusta al momento giusto. Del resto, anche Tim Wellaby, il padre di Judith, non faceva altro che dire che sua moglie ne sapeva una più del diavolo.
Fu per questo che, quella mattina, prima di lasciare il cottage per raggiungere la spiaggia, Judith Wellaby portò con sé una fetta di pane nero.
“Può darsi che più tardi mi venga un po’ di fame”, disse a sua madre che si stupì di quel gesto piuttosto insolito. Judith Wellaby faceva un mucchio di storie per buttare giù la scodella di latte ogni mattina, figurarsi un attacco d’improvviso languore durante i suoi giochi all’aperto. Ma Marjory Watson, che ne sapeva una più del diavolo, diede il merito di quell’appetito ritrovato allo iodio nell’aria di mare. E concluse, fra sé e sé, che trascorrere l’estate a Boothbay fosse stata una splendida idea. Judith Wellaby schioccò un bacio sulla guancia tiepida di sua madre e si apprestò ad imboccare l’uscita.
“E’ piovuto, stanotte, Judith”, le fece notare lei, “dove credi di andare? La spiaggia sarà un deserto bagnato: tu, i passeri e la prospettiva d’un raffreddore”. Judith Wellaby atteggiò lo sguardo a cucciolo implorante. La sua esperienza le suggerì che fosse l’arma vincente. Difatti, Marjory Watson in Wellaby le sorrise. “Solo per il tempo di un saluto al mare, Judith. Ma che sia un saluto veloce e poi fila di nuovo qui”. Judith Wellaby mostrò, nel sorriso vittorioso, il piccolo buco che si ritrovava al posto dell’incisivo destro, che le era caduto appena qualche giorno prima, e sgattaiolò rapida via dalla cucina con la sua fetta di pane nero fra le mani. Nell’imboccare il viottolo che conduceva alla spiaggia, fra le canne e i cardi marini, la ripose nella tasca dello scamiciato di cotone, quella sul petto, con l’orlo aggraziato da un bordo di trina rosa. Sul fondo, sarebbe rimasto uno spolvero di briciole scure, che, quando avrebbe tirato fuori il pane, le sarebbe rimasto sulle dita. Bricioline scure simili a tante formiche appiccicose. Ma a Judith Wellaby le formiche piacevano molto. E anche i passeri, naturalmente.
Il mare era là, come sempre, e quella mattina era una schiuma ribollente e scaltra, che a guardarla da lontano metteva anche un po’ di paura ad uno scricciolo di bambina come lei. Constatò, con un certo compiacimento, che sua madre, al solito, aveva avuto ragione. La spiaggia era un deserto bagnato. Solo lei e i passeri, – laggiù, proprio accanto ad un ammasso di vecchi tronchi levigati dal salmastro, a becchettare sulla rena umida, saltellando qua e là come piccoli animaletti a molla -. In quanto alla prospettiva del raffreddore, potè sperare che il ritorno veloce al cottage, fosse la clausola salvifica con la quale sua madre aveva congelato la profezia.
Judith Wellaby era una bambina obbediente e avveduta. Avrebbe tenuto fede alla promessa muta. Il tempo di salutare il mare era uno sbriciolo di mollica nera. Se avesse provveduto a quel rito, tutti i giorni, era sicura che i passeri sarebbero ritornati e che, forse, alla fine di quella sua vacanza a Boothbay, qualcuno le sarebbe anche volato sulle dita d’una mano per raccogliere, col tenero becco, qualche mollica direttamente dal palmo aperto. E, al suo ritorno a Lewiston, Judith Wellaby avrebbe raccontato a quell’odiosa di Gwen Stone che quando andava sulla spiaggia uno stormo di uccellini le volava incontro come se lei fosse Biancaneve nel film della Disney.
Cominciò ad avvicinarsi cautamente ai passeri. Sulle punte delle scarpe che affondavano nella sabbia cedevole e scura l’umidità si era allargata in un semicerchio d’ombra, una mezzaluna scontrosa e fredda. La rena attutiva qualsiasi rumore e Judith Wellaby ebbe l’impressione d’essere priva di peso. Il grido del mare le giunse come un ruggito sordo in mezzo al vento. Si trovò tanto vicina ai passeri che pensò di tirar fuori dalla tasca il pane. Il gesto, per quanto lento, spaventò i volatili che subito si alzarono in volo, allontanandosi. Sminuzzò con cura la mollica, seminando attorno a sé quelle briciole nere che si sparsero sulla sabbia simili a coriandoli luttuosi.
I passeri non se ne avvidero.
Nemmeno Judith Wellaby si accorse dell’uomo che la osservava nascosto fra le canne mosse dal vento. Si chiamava Sam Lewinsky, aveva più rhum che sangue, in corpo, e pensava che la bambina fosse piccola, così piccola, uno scricciolo da nutrire a mollichine.
Judith Wellaby cercò di avvicinarsi ancora una volta ai passeri prima di riprendere la strada per il cottage e prestar fede alla sua promessa muta. Ma quelli, spaventati, di nuovo presero il volo.
La bambina alzò lo sguardo al cielo per seguirli nello stesso momento in cui sua madre, sbirciando dai vetri, constatò che c’era ancora aria di tempesta, e che un terribile temporale, di lì a poco, si sarebbe abbattuto su Boothbay.

Pubblicato in esercizi illetterati | Contrassegnato da tag quasi/racconti | 9 Commenti

9 Risposte

  1. su Novembre 19, 2008 a 22:58 CalMa

    Il rhum, quando è troppo in corpo rende innocui, ed io ho bisogno di un fottutissimo e banale happy end.
    I miei personaggi, quando scrutano di nascosto tra le frasche, son tristi e malinconici e non farebbero male ad una mosca.
    Sabato mattina, al mercatino di Antignano, vendevano le calze su una bancarella.
    C’era un cartello “Calze 1 euro: La mia banca è differente”.
    Geniale, no?

    Comunque applausi, per questo post, a scena aperta.


  2. su Novembre 20, 2008 a 13:22 biancamara

    non sono tanto brava a scrivere happy end. ma, tutto sommato, neppure a definire qualcosa di irrisolvibile. mi piacciono le sospensioni. Sam Lewinsky è dietro le canne, Judith Wellaby si attarda sulla spiaggia. Il resto – ove mai ce ne fosse – probabilmente può essere un po’ come ci pare.

    (sì, il cartello è geniale, e grazie per gli applausi, addirittura a scena aperta :-) )


  3. su Novembre 20, 2008 a 15:13 t.

    questa è una perla. (la collana s’allunga)


  4. su Novembre 20, 2008 a 16:06 rita

    Confesso che nel leggere “alzò lo sguardo al cielo per seguirli nello stesso momento in cui sua madre, sbirciando dai vetri” mi sono sentita rabbrividire al pensiero che continuasse annunciando il presagio di una madre che di lì a poco avrebbe saputo la figlia volata via, in quel cielo, come un passero. Invece non arriva che unalito di temporale, e un sospiro di sollievo. Lo trovo un turning point splendido, quesi “ricattatorio”, come se ci dicesse “Guarda che se ti aspetti il bad end sei banale. Una scrittura geniale può perfino salvare la vita, indubbiamente :-)


  5. su Novembre 20, 2008 a 16:23 transit

    Buon racconto. Nel tuo caso, la scrittrice è impalpabile. Sguardo neutro, fotografico, ma credo per niente asettico. O privo di partecipazione, e pathos tra le righe; una sorta di distanza per non soffrire il gesto indicibile, assurdo, ma che vuole manifestarsi. E, forse, testimoniare in una statua che si sbriciolerà. Chi legge non può entrare nel narrato, ma nella vita si. E, piangere i giorni che son tanti.

    A Judith, sua madre, la signora Marjory, non dice che incollata alle briciole di pane c’è la libertà. E, la libertà costa tanto. La differenza tra gli uccellini e la bambina sta nelle ali del bel piumaggio. Mentre Judith, o chiunque altri, si avvicina agli uccellini, essi dopo aver mangiato le briciole e vissuto la libertà, al primo rumore, volano via. Judith, invece, dopo aver seminato le sue briciole e, gustato da sola la libertà guardando il mare, non ha né piccole né grandi ali e, allora, spaventata dal fruscio tra i cespugli, si ferma. La sua guancia è sulla rena, e gli occhi aperti, ancora .


  6. su Novembre 21, 2008 a 10:59 biancamara

    Grazie a tutti – e scusate questa sorta di replica “trattenuta”, ma sono sincera quando vi dico che scrivere qualcosa non ha nulla a che vedere col parlarne.
    Sono molto curiosa di intuire le altrui reazioni, (e voi siete generosi), ma non so mettere lingua sulle mie stesse parole :-)


  7. su Novembre 21, 2008 a 11:24 flounder

    è bellissimo, possiede qualcosa dell’ atmosfera (per quanto sia tutt’altra storia) di La fine di Alice, immagino siano i cieli cupi, le distese d’acqua.
    se non l’hai letto, ti piacerà molto.


  8. su Novembre 21, 2008 a 17:55 aitan

    Sì, Bianca, è proprio un testo molto bello, riuscito in ogni parola, risolto per quanto sospeso.
    Mi unisco al coro di mani plaudenti.


  9. su Novembre 22, 2008 a 16:41 biancamara

    grazie :-) a tutti e due (e grazie anche della segnalazione, ché no, non l’ho letto – ancora – quel libro della Homes)



I commenti sono chiusi.

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