
Dovessi dire, direi del cielo e dei sogni. Ma per dire del cielo dovrei essere poeta, trovare ogni possibile aggettivo che definisse quel che provo nell’osservare il lento movimento delle nuvole o il loro ammassarsi strette strette, quasi avessero timore dello spazio enorme in cui sono costrette a vagolare. Non ne sono capace. C’è qualcosa di rappreso, dentro me, qualcosa che è meglio trattenere, che mi rende incapace d’espressione, come se avessi congelato un globo di fuoco e riuscissi a vederlo, immerso nel ghiaccio, solo in controluce. Potrei sforzarmi, sublimare in una prosa acida, trovare un alter-ego plausibile per far fluire quello che mi sospende, ma non ho sufficienti forze, la pioggia mi dilava e mi leva sostanza, mi fa molli le gambe e pesanti le palpebre.
Potrei dire dei sogni, allora. Quelli son più facili. Superfici smangiate e imprecise, immagini che non hanno bisogno di giustificazioni per legittimare la propria esistenza casuale. Di come il bambino batteva la tempia, per esempio, e fuoriusciva un laghetto di sangue che si allargava sul pavimento, ed io gli prendevo il capo tra le mani e piangevo, piangevo. Di come m’hai detto “chiodo scaccia chiodo”, con leggerezza, ed io mi sono sentita interscambiabile, una foto qualsiasi da sostituire con un’altra figura plastica. Di come, tutto sommato, mi stava bene e di quanto sono capace di diventare altro senza neppure bisogno di fare un grande sforzo. Parlare dei sogni è facile. Ci si mescola tutto, non si fanno distinzioni. Non ci si preoccupa se i cani sono azzurri e se gli asini volano, se il cielo sparisce e tu mi baci. Nei sogni, per esempio, si può dire, “non volevo mi trovassi, non ero lì per te, difatti avevo cambiato forma, assumendone una spigolosa e verde, e poi m’hai cantato una canzone, e m’hai costretto a un controcanto risicato”. Nei sogni si può parlare con lingue sconosciute e fingere di capirsi, o esserne convinti. Si può anche dire va bene così, è tutto un perdersi e ritrovarsi, una cosa che alla fine sfianca senza neppure conoscerne il motivo. Nei sogni, si sa solo che non si hanno parole per descrivere il cielo che si osserva e che si ascoltano canzoni facendo finta che a parlare siano gli angeli, quelli che non abbiamo visto mai, ma che abbiamo immaginato perché, da vecchi, siamo ancora capaci, nei sogni, di sognare.



rapsodia di emozioni
parole ubriache di percezioni
volo di anima e di vento
nuvole catturate di notte
portate giù nel pozzo
e prigioniere per sempre
bambina nello sguardo
adulta nei vestiti colorati
e negli occhiali scuri
il cuore è forte
il pescato pesante
la rete un ricamo
incerta posi
il passo sulla soglia
del giorno e della notte
Grazie, Transit, per questi tuoi versi posati qui.
molto bella…
“da vecchi, siamo ancora capaci, nei sogni, di sognare”.
se posso (ma non è un appunto): fossatiana.
Ma bella: parole che ti prendono l’attenzione, ti ballano intorno e tu le segui e ti trovi anche tu a ballare… è proprio un bel mestiere il tuo
fossatiana? è una lusinga, certo, altro che appunto…
)
(e quale sarebbe, di grazia, il mio mestiere?
di scrivere mi pare (che il mio mestiere non è (arieccoci…: m’è toccato quello di disegnare).
non so se tu lo faccia con guadagno; ma certo i ferri ce li hai. E anche parecchia voglia mi pare
scrivere, caro Andrea, non è il mio mestiere (e in questo momento meno che mai). anche sulla voglia starei a sindacare: non è più quella d’un tempo o si è trasformata prendendo una deriva decisamente “privata” (ma non faccio testo: ho dei picchi, in questo senso, verso il basso o verso l’alto a seconda della traiettoria dei raggi solari e del mio umore)
disegnare, accipicchia, quella sì che è una bella roba. un po’ ti invidio: avrei voluto fare quello, nella vita. semplicemente non ho potuto. magari la prossima, chissà…
io voglio continuare a leggerti
così perentorio, Aitan, devo dire che mi spaventi un po’
(grazie)
Biancamà già vedo il gran Visir Aitan che assisio sul trono nel deserto degli emirati arabi e circondato da danzatrici biondissime e occidentali che si esibiscono 24 su 24 nella danza del ventre, mentre tu, per suo diletto, narri versi e racconti. Penso che dovresti intraprendere un azione sindacale per le 6 ore e 40 giornaliere. Uno avrà pure diritto a un po’ di svago che adesso ci sta pure Obama Presidente.
Transit, ad essere sincera non riesco proprio ad immaginarmi Aitan nelle vesti di un gran Visir – conosco di pirsona pirsonalmente il suddetto blogger ed è uomo galante e cortese, troppo, per avere a disposizione un parterre di biondissime danzatrici del ventre… -
sul diritto allo svago e ll’ozio concordo appieno. soprattutto ora che ci sta pure Obama Presidente. (dicono sia un po’ abbronzato, e siccome riporto la suddetta osservazione io pretendo – per qualche modo trasverso – la mia laurea ad honorem in coglioneria: possibilmente che arrivi con plico espresso dalla Russia, mò mò…)
cara biancamara fammi dissentire: prima di tutto sulla “deriva privata” (non tua: di tutti) dello scrivere che normalmente non scivola in un blog; e poi (e soprattutto) … (perdonami se faccio il critico della domenica) ma quello che di tuo mi sorprende è proprio la (positivissima) mancanza di spontaneità: che più non ce ne vuole biancamara, ci se n’ha anche troppa; tu hai una scrittura “razionale”, pensata, strutturata ed io credo che sia quello diventato prezioso in un momento di “tuttiscrittori”.
Andrea, che ci sia qualcosa di calibrato nella mia scrittura che io padroneggio “malgrado me”?
già il fatto di sorprenderti, in qualche modo, mi rende soddisfatta. grazie per i tuoi passaggi qui.
OT: grazie, P., un abbraccio forte, a presto, M.
oh, sì, Max, a presto. davvero.
p.