
“Tutto triste, il camaleonte si rese conto che, per conoscere il suo vero colore, doveva posarsi sul vuoto“
A. Jodorowsky
qui non è un posto freddo. qui c’è sempre un incrocio di venti, un mare orizzontale e un porto a dare un senso a certe lievi confusioni, e non c’è neve qui, qui non nevica mai.
qui ci sono i frammenti del sole che si posano, leggeri, sulle cose di fine settembre. lo fanno seguendo i contorni di una tenera grazia, delle apparenze poco dolorose e dell’attesa. qui è un posto come un altro. ma io, qui, ti penso tutte le ore di tutto il tempo, mentre il sole mi percorre le guance, qui, in questo posto di coste rocciose e di strapiombi, mentre il sole mi tocca la nuca, come nelle mie carezze preferite, io ti penso, e mi cade addosso il freddo della neve, l’oscura trasparenza del ghiaccio, il tuo abbraccio – l’unico, il solo che conservo, e dunque eterno – che di due, per un giorno, ci ha fatti uno.
quando arrivasti fino a me, per quel solo giorno – l’unico, e dunque eterno – avevi la pelle fredda dei tuoi luoghi freddi.
scherzando ti dissi uomodellenevi, il contrario di quello che sei, con il tuo corpo di giunco che sussurra, l’azzurro degli occhi dell’oscura trasparenza del ghiaccio.
toccarti è stato più che naturale. eri un luogo, anche tu, che riemergeva da una memoria primitiva.
scrollarti via la brina dai capelli e dalla barba.
scaldarti col fiato.
tirare via con la lingua le schegge di gelo dalle labbra.
trovare posto, con la fronte, nell’incavo del collo, battito e scudo.
e solo per quel giorno, dunque, per sempre.
qui è un posto che settembre, in certi momenti azzurri, diventa un canto, e le strade prendono percorsi irregolari, e quello che è reale non sempre lo è, così come quello che non è reale non sempre non lo è.
sulla schiena, la tua, il mio indice tremante ha seguito i chilometri e gli agguati, e ha deposto una piccola promessa di sconfitta. è ancora là, ci puoi giurare, la senti se ti metti in ascolto. della settima vertebra dorsale ha fatto la sua culla. in quel punto preciso si addensano, in una nebbia di spilli, le parole di un giorno, un giorno solo e, dunque, eterno.
stanotte ti ho visto bambino. ti ho visto di spalle. sedevi sui gradini che dall’uscio portavano alla via, in mezzo a tutta una neve bianca bianca e nessuna impronta. mi sono immaginata che fissassi qualcosa di preciso al centro del bianco che ti circondava, il cielo uno specchio opaco, nessun suono se non quello dei fiocchi che si posavano al suolo, sul manto soffice e raggelato. ho preferito non disturbarti, limitandomi a rabbrividire nelle braccia, sfiorarti con gli occhi pensando a tutto quell’azzurro dei tuoi, ad una preziosa lontananza e al sogno.
qui è un posto dove le foglie si accartocciano piano, in uno scricchiolio secco, qualcosa che assomiglia a una partenza, ma senza rimpianto e senza lacrime. lo stesso rito della banchina sulla quale ti ho stretto le dita e tu hai sorriso e l’azzurro, tutto l’azzurro, quello del cielo e quello degli occhi, è divenuto un fiume, acqua di disgelo e lava.
vorrei, ora, che ti sentissi riscaldato, ora che sei di nuovo nei tuoi luoghi di freddo, altre latitudini, dal mio alito di drago, dalle parole di un giorno, un giorno solo, dallo snodarsi del sentiero che ti si schiude davanti, una serpe albina, una striscia appena, da solcare col peso lieve dei tuoi passi mormoranti, dal tuo bianco sul bianco.
qui è un posto di venti. non fa mai troppo freddo, qui, e arrivano, da altre latitudini, profumi e suoni, il soffio lattescente della neve, e qui, quando succede, è dove si ricorda e si sorride.



ho le lacrime agli occhi. e questo mi fa pensare che mi ci sia “ritrovata”. ma con (su?) tutta quella neve in realtà non mi vedo. dovrei (ri)posarmi sul vuoto.
ognuno di noi, t., dovrebbe farlo di tanto in tanto (posarsi sul vuoto, intendo)
asciuga gli occhi. questo scritto, per me, non è affatto roba triste.
tutt’altro, amica mia. tutt’altro.
Come l’adoro io il nitore lieve della neve!
(sarà il fascino discreto dell’esotico…!)
la neve mi piace quando cade – ne ho scritto molte volte, e molte, forse, ancora ne scriverò, tanto da poter creare un tag, all’occorrenza –
per il resto, è solo cumuli di ghiaccio sporco lungo le strade e rischio di scivolare (non pensare alle lande sperdute: pensa alla neve in città, che è una roba orrenda, parola di giovane marmotta, che ci è sguazzata dentro n volte per poterlo affermare onestamente)
(comunque era giornata che mi facevano piangere le cose non tristi, belle. carenza di vitamine. forse.)
per la carenza di vitamine, frutta e verdure fresche.
per i “forse”, non so…
(un abbraccio, t., “forse” andrebbe bene)
Esiste un tag innevato anche tra i miei scritti. E non sono tutti nitidi e candidi.
(Qualche anno fa, dopo che avevo scritto questo:
http://aitanblog.splinder.com/archive/2004-12
la mia compagna di allora, fotografa di terre innevate, mi regalò tutta una serie di foto di neve sporca di città. Qualche volta te la farò vedere.)
ed io ne sarò felice
è un bel posto per l’ amore.
e “nessun luogo è lontano”, gattina bella.