chi cerca di scrivere, chi ci prova più o meno onestamente – un lavoro umile, di cesello, tocco lieve di scalpello – ha un grande allenamento all’osservazione altrui, e soprattutto, una fine capacità d’ascolto.
l’occhio diventa fotografico. addirittura, in certi casi, è possibile osservare non soltanto gli altri, ma se stessi da una prospettiva estranea al sé.
sono considerazioni della domenica, mentre, in sottofondo altro non c’è che l’abbaiare monotono di un cane e l’acciottolio dei dischi di madreperla sospesi sulla mia testa.
potrei scrivere un copione. (lo intitolerei, molto liturgicamente, carnedicristo).
vengono momenti in cui esco da me. perché mi sto stretta, mi auto/costringo in uno spazio di dubbia capacità. una dimensione più estesa, ieri, sotto la doccia, ad occhi chiusi con l’acqua che scorreva sui capelli e il Domine Deus, rex celestis. la voglia d’accucciarmi in un angolo, con solo quell’acqua a scorrere, ad occhi chiusi e quella voce nelle orecchie. per un tempo che non avrei potuto calcolare – il tempo del descanso -, un sedimento/requie/così lontana perfino da me stessa/
si attorciglia, come una rappresentazione, l’estetica del mio viso incolto. così comincia: che mi guardo, seguo il solco dell’occhiaia e mi dico essenziale. svito il cappuccio del rimmel, lieve uno strato sulle ciglia e, già quello, mi pare finzione. insapono di nuovo le mani col panetto appena acquistato de l’Amande, e tiro via quella traccia di trucco [trucco: artificio con cui si altera la realtà, per simulare quello che di fatto non esiste; abile espediente | imbroglio, raggiro].
non devo giustificare la mia esistenza, il semplice fatto di essere così come sono. dovrei, forse, fare stampare sul mio biglietto da visita, in piccoli ed eleganti caratteri dorati, ciò che mi ha portato fin qui? prendete di me gli angoli acuti, i tratteggi, le linee interrotte e inventate tutti gli aggettivi che volete, se ne avete fantasia e desiderio. di noi, in giro, non c’è che la facciata e lo specchio riflesso che distorce. si legge negli altri le parole scritte da noi stessi, si legge nelle altrui parole noi stessi. alterazioni e sviste. intorno ad un nocciolo duro che dice /io/.
[posso privarmi di me e della mia storia senza malinconie, con un sollievo che mi pregio di provare ogni qualvolta mi chiamano con il tocco d'una spalla, o con un fischio, come si fa con un cane che non possiede nome, che non è di nessuno, che può essere di tutti, e continuare ad esistere indisturbata malgrado le assegnazioni, le alterazioni, le sviste]
lento count-down nel cullare l’attesa di quella curva che schiude una sospensione. preparo il bagaglio adesso. una piccola borsa, tutto sommato. cerco di evitare, nei limiti del possibile, ogni peso inutile ed accessorio. il necessario è più che sufficiente. il resto, d’avanzo.


