
”(…) Eccolo denudato in quel vaso bizzarro
il cuore che fu quello della signora Sciabai.
Chi lo sa quante volte ella un tempo ha riempito
di dolci marmellate boccali di quel tipo
ma il coperchio per certo non era di garza.”
Stavo rifacendo il letto quando l’ho sentito. Un lamento reiterato. E’ durato a lungo. Succede per colpa dell’estate. Succede perché bisogna tenere le finestre spalancate, che fanno entrare tutto, tutto, non filtrano niente. Cicale che friniscono, il canto dei merli, le sirene delle ambulanze, il vociare dei ragazzini che giocano a pallone nel cortile del palazzo di fronte, e i lamenti. Non vedevo l’ora di uscirmene dalla stanza. Stazzonavo quelle lenzuola come se volessi strapparle e, assieme a loro, strappare quei lamenti.
Un paio d’anni fa c’erano le strilla di quella donna, quella che urlava, non ce la faccio piùùùù, e piangeva. Poi chiamava sempre Sara. Saraaa, fai questo, Saraaa fai quello. Aveva una voce infelice – infelice era quel pianto, e quell’insofferenza ferente, si trasformava, di volta in volta, in vittima e carnefice, un gioco schizofrenico e pericolosissimo – . Anche le risposte della bambina lo erano, in qualche modo, infelici. Mi faceva fatica sentire quel loro quotidiano che sfaldava. Una fatica che mi ricordo ancora.
[ci incontriamo solo tra la gente, tra molte persone, ed è un dire smozzicato, il nostro. mi pare che abbasso troppo spesso gli occhi quando sei in giro. mi pare che sia la mia paura per quel tuo sguardo da escavatore, il casco con la lucina in cima, un geologo che scruta la parete di roccia in cerca del brillio, minuto, del piccolo graffio fossile. ci incontriamo solo e sempre fra la gente, tante persone, e c'è una voce che non riesce a trovare il canale esatto, ma forse mi sbaglio, forse è proprio perché, malgrado tutto, ci riesce che non riesco, io, a tenere gli occhi fermi dentro ai tuoi]
Fino a qualche anno fa, al piano di sopra, ha abitato un vecchio che ho visto una sola volta in tanti anni, quando lo portarono via, in ambulanza, malfermo sulle gambe, lo sguardo vacuo. C’era il fratello ad occuparsi di lui. Lo incrociavo per le scale una volta o due al giorno, con le braccia piene di involti, buste e sacchetti, e diceva, sa, mio fratello non sta bene, è molto anziano e malandato, ci toccherà ricoverarlo prima o poi. Dalle sue finestre serrate, talvolta, nelle controre d’agosto, filtrava una sorta d’ululato. La prima volta che sentii quel verso pensai ad un cane che qualcuno tenesse rinchiuso in una stanza. Ha il mal di luna, malignava la vicina. Invece era solo il dolore. Solo quello.
E ieri, al mare, mentr’io cercavo di leggere, quella donna ha ripetuto per cinque volte la stessa domanda ad uno. Ma tu come l’hai raggiunto? ripeteva. Per cinque volte, lo giuro, e i miei occhi non si ancoravano al rigo con quella domanda ch’era un tocco di picchio sulla mia tempia sinistra. Ma tu come l’hai raggiunto? Ma tu come l’hai raggiunto? Ma tu come l’hai raggiunto? Ma tu come l’hai raggiunto? Ma tu come l’hai raggiunto?
Avrei urlato. Cazzo, cazzo glielo vuoi dire o no, a questa pazza, come l’hai raggiunto? E tu, brutta stronza, vuoi smetterlo di chiederlo gri-dan-do?
[avevi un passo spedito, davanti a me, davanti a tutti. la vedetta che va in avanscoperta. non era fretta - che fretta ci poteva essere? per fare cosa, poi? - era la tua voglia di marcare una distanza. era la risposta per quel calar lo sguardo, per non aver toccato, neppure per un attimo, le mani - sì, lo so, l'ho scelto io, ma è stata l'eredità di quella stretta di dita, un momento di passaggio così bello, che per un attimo è stato sentire qualcosa che cascava, che per un attimo c'era un filo elettrico scoperto. a te lo racconterei perché non sopporto i ritornelli, le frasi che sono sempre uguali, sparate a ripetizione senza fermarsi per riprendere fiato. te lo direi perché, quando succede, mi verrebbe d'alzarmi e di chiudere a manate quella bocca che lo fa. perché non l'hai raggiunto? perché non l'hai raggiunto? uno schiaffo in pieno viso e sta' zitta, sta' zitta maledizione, taci. ma poi, mi dico, sarebbe un rotolare di sassi. la lucina che individua la crepa, una vicinanza imbarazzante in mezzo a tutte quelle persone, a tutta quella gente. ma con te, ballerei. una musica balcanica, roba di confine. lo farei con un gran sorriso, e tutta un'elettricità nel corpo]
“(…) Che nello studio chiaro di un medico sapiente
come il cuore della signora Janos Sciabai
dopo di noi possa servire a qualcosa
il nostro cuore, accanto a una bellissima rosa,
in un boccale pulito, come fosse vivente.”
[mesecina]


