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[nec tecum nec sine te]

Parola di lumaca sul niente di una foglia? Non è la mia. Non ti fidare. Acido acetico in latta sigillata? Non ti fidare. E' roba adulterata. Un anello d'oro con dentro il sole? Bugie. Bugie e dolore. (Sylvia Plath)

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[P]assa la bellezza

Luglio 19, 2008 di biancamara

“Le parole conducono ai fatti (…) Preparano l’anima, la rendono pronta e la portano alla tenerezza“
Santa Teresa

[La mattina era così limpida, e lei aveva appena finito di girare attorno se stessa per tre volte cospargendosi il capo con la cenere dei resti della legna consumata dal fuoco, e con le corolle serrate delle belle di notte, il suo rito propiziatorio per iniziare la giornata senza strappi.
Fece un respiro fondo. Il diaframma sembrò protestare. Il tremito delle mani era volo di farfalla, quando si sedette al tavolo, sfilò un foglio bianco dalla risma e intinse il pennino nel bianco del latte.
Sarebbero state parole da leggere in controluce, quelle che si apprestava a scrivere con gli occhi chiusi, in uno spazio approssimato dalle coordinate tracciate col solo ausilio d'una memoria che non lasciava scampo.]

Caro Jacques,
è da tanto tempo, ormai, che non ho più tue notizie. Neppure le cerco, a dire il vero. Temo che certi ingorghi sentimentali finiscano, ad un certo punto, per tramutarsi, inevitabilmente, in una strettoia che accumula sedimenti e detriti fino alla completa ostruzione. E’ un fosso, la distanza, che si colma gradualmente delle peggiori incomprensioni. Se poi consideri anche il fatto che noi due, in fondo, non ci siamo conosciuti mai sul serio, è che il nostro è sempre stato un incontro epistolare, puoi ben comprendere la natura ambigua del nostro dialogare.
Oggi prendo carta e pennino, perché, per un insieme di piccole fatalità con cui ho dovuto fare i conti in queste ultime settimane, mi sei tornato in mente – offuscato, come se ti guardassi attraverso un moto ondoso di marea, una lastra appannata, un velo – ed una stravagante tenerezza si è fatta largo a metà strada fra l’ombelico e i seni.

[Si era fatta bella quella mattina, come per prepararsi ad un appuntamento. La linea di kajal le rendeva un occhio sgranato, il colore indefinibile affiorava come un vetro trasparente e vivido sul viso un po' brunito dal sole. Sul collo, un'essenza al cardamomo svaporava in un sentore pepato e pizzicante. La pelle fresca e liscia, i capelli liberi dai lacci. Era al culmine, in quel periodo di vita, d'una bellezza che, ne era certa, sarebbe divenuta, nel ricordo, il suo tempo migliore, quello che non ritorna, quello delle cose andate.]

Vedi, Jacques, c’era una cosa nostra, da qualche parte, in qualche spazio celato e scuro, che stava venendo su come una pianta rampicante, un’edera. Era una cosa senza nome, senza contorno, una macchia di colore che si allargava sopra un foglio da disegno, che non si può sapere quale sarà la forma, la dimensione, il peso. Una storia da scrivere come un racconto a quattro mani. Un’aggiunta che, di volta in volta, poteva essere una sorta di scommessa. A me bastava quello, assieme alla chiarezza, beninteso. Ma, amico mio, i nostri personaggi hanno preso il sopravvento e ci hanno costretto ad indossare le loro maschere, farne una seconda pelle, un guanto, una saracinesca arrugginita.
Ancora mi chiedo, dopo così tanto tempo, perché tu non mi abbia detto l’unica cosa, quella più elementare, che ti avrebbe assolto in un modo naturale da una colpa che, comunque, non avevi. Anche dopo, sai, non hai mai risposto alla sola domanda che ti posi. Cosa avrei più potuto dirti, allora? Che senso aveva continuare a mettere, nella conca delle tue mani inesplorate, le schegge preziose, i sassolini, le perline colorate, le piume dei piccioni, se nulla, appunto, aveva senso? Battute teatrali, eravamo. Monologhi da teatro dell’assurdo.

[Un alito gentile di vento muoveva, con grazia, le tende, le faceva gonfiare. Qualche gabbiano, compiendo un volo circolare sulla piazza, sembrava tirar fuori un verso di risata. Era un'estate clemente, tutto sommato. Qualcosa che non avrebbe portato pentimento.]

Sei sparito dai miei sogni. Non trovi più spazio nelle mie notti inquiete. C’è solo il rimpianto d’una storia non compiuta, un finale sospeso, una trama irrisolta. So che hai fatto un giro, ultimamente, affiggendo sul muro un proclama. C’erano dei punti in cui avrei potuto riconoscermi, reclamare il centro, sgomitando. Come me, qualsiasi altra donna. Ma io mi metto al margine, questo dovresti averlo ben intuito se un minimo della mia natura abbia mai trovato la chiarezza che rincorro. Io sono al margine. Sono una che risiede negli angoli, che non si fa strada a forza tra la folla, rivendicando il fulcro. Non bilancio le forze. Coltivo, piuttosto, debolezze, ché sono più interessanti. Il passo che cede, le rughe, la caduta, la fragile tessitura dei corpi, le malattie, i solchi, le cicatrici. Non mi interessa il piedistallo, la medaglia d’oro. Vendere me stessa come un tocco di carne sottovuoto. Elargirmi allo stesso modo di un santino nel cestino di vimine. Ho troppo stile, sono elegante persino quando starnutisco, provo piacere nel defilarmi inosservata, quando il meglio della festa richiede l’apertura delle danze. Trovo così stupido anche dire queste cose, inutili, in verità, ma è il modo innocuo per passare una mezz’ora, e, tanto, rifletto fra me e me, sono parole scritte con il latte, bianco su bianco, ed ora, proprio adesso che fisso l’attenzione sul foglio che ho davanti, m’accorgo che sto tracciando impronte invisibili, di cui non resterà niente, una carta vergine, solo un po’ in rilievo in alcuni punti, che potrò tranquillamente riutilizzare per stilare la lista della spesa. Però, ti voglio bene. Succede malgrado me e non mi costa nulla, tutto sommato, scriverlo, per poi vederlo, piano piano, scomparire.

Angelina

[Stirò la schiena, come un gatto al risveglio. Roteò il collo e, ancora, una traccia di cardamomo le si sprigionò attorno. Avvitò con un gesto deciso il tappo alla boccetta di vetro colma di latte. Si accese una sigaretta e afferrò una biro.

PANE
LATTUGA
MOZZARELLA
e RISO. ]

[la bellezza]

 

Pubblicato in esercizi illetterati | Contrassegnato da tag quasi/lettere, quasi/racconti | 13 Commenti

13 Risposte

  1. su Luglio 19, 2008 a 21:01 rita

    Avere una memoria che non lascia scampo è una grossa iattura, e una ricchezza inestimabile. Come la vita. Ma Bianca… dai, aspetta, che ci ricorderemo di parlare con inchiostri simpatici di parole che nascano per cancellare. Anche le memorie devono trovare pace.


  2. su Luglio 19, 2008 a 23:31 colfavoredellenebbie

    Ancora non avevo visto la tua nuova ‘casa’.
    Ora mi guardo attorno:)


  3. su Luglio 19, 2008 a 23:59 biancamara

    :::Rita, a proposito di ricordarsi di parlare, ma t’è arrivato l’essemmesse? nel qual caso ribadisco qui: dal 3 a 7 non ci son problemi. ci sono solo piaceri :) (inchiostri simpatici o antipatici che siano e pace alle memorie)

    :::Zena, fa’ come se fossi a casa tua, gira pure, tocca gli oggetti, sfoglia i libri sugli scaffali: l’unica cosa, scusa la polvere. io non spolvero quasi mai (due volte all’anno non conta, vero?) un caro saluto.


  4. su Luglio 20, 2008 a 02:03 rita

    Oggi ho litigato col telefono, a un certo punto. O lui con me. Ma sì, l’ho letto stasera, quasi stanotte che va bene. E va benissimo. E’ bellissimo. Come Venezia con le luci, che il fatto che poi non è proprio Venezia mi piace ancora di più. Scriveremo anche sull’acqua, vedrai.


  5. su Luglio 20, 2008 a 10:11 t.

    (Santa Teresa d’Avila, immagino, dottore della chiesa. L’iconografia spesso la ritrae nell’atto di scrivere. Credo sia l’unica. Nota “al margine”, da incompetente in materia.)


  6. su Luglio 20, 2008 a 11:15 CalMa

    Angelina adorata,
    ho riletto proprio in questi giorni quelle pagine dolorose (nonché tutto il carteggio intorno e prima e dopo; tu lo sai, mi rivolto in certe inquietudini, me ne intrido, è la mia natura e non ho voglia e possibilità di uscirne).
    Perdona la poca chiarezza con cui ti scrivo.
    Ho un treno tra 2 ore e molte cose da sbrigare.
    Ho scorso le prime righe di questa tua lettera sicché non so se mano a mano mi dipingi meglio, e come.
    Mi riprometto di leggerla con attenzione e di meditarci.
    Ma ho premura di farti sapere che non è andata persa una virgola una di tutto quello che è stato.
    Vedremo.
    Considerami adesso come un Kleenex in cui qualcuno, (il mio passato, ma anche altro) ha starnutito forte per due settimane.

    Stammi bene.
    Ti abbraccio molto forte.

    Jacques


  7. su Luglio 20, 2008 a 11:22 biancamara

    :::Rita, che litighi col telefono, meglio, molto meglio tu che lui, la Venezia, allora, (vi) t’aspetta. quest’anno, pare, sia in scena la poesia (il programma ufficiale non l’ho ancora scovato, ma si dice di poeti e critici, e musica, e spettacoli – quelli come sempre -) e anche la possibilità di letture pubbliche per tutti quelli che lo vogliano, in vari angoli e cantucci. ché, peccato, Gaia non ci sarà, sennò, con la sua voce e la sua esperienza “scenica”, la potevamo sfruttare come lettrice ufficiale. poi, magari, ci scappa anche qualche ora al mare. insomma, al solito, se non si va, non si vede. e noi, ovviamente, andiamo :-) [non vedo l'ora, baby]

    :::mia dolcissima Terez, presumo sì, Santa Teresa d’Avila. ma non mi prendo mai certezze che non ho. questa citazione, bellissima, l’ho trovata in un saggio di Carver e, come già successe a lui, mi ha profondamente colpito. io ho pensato che fosse Lei, la mistica d’Avila, ad averlo detto. lui si limita a scrivere un laconico “Santa Teresa”.
    molti anni fa, durante un lungo viaggio, arrivai fino ad Avila. alle porte della città – una città bellissima, tra l’altro – c’è la statua in marmo della santa. ho dei ricordi struggenti, di Avila, ma cosa c’entra? mi chiederai tu e, difatti, non c’entra niente, sicché la smetto qua.
    mi balza invece l’idea (balzana), ricollegandomi al commento per Rita, che sarebbe davvero bello se in quei giorni (o in qualcuno di quelli) ci potessi essere pure tu. insomma, se potessimo essere in tanti.
    a me, più siamo, più belli sembriamo. (Piero ha già anticipato un invito a casa sua in quel di Pisa) che si fa :-) ? ci pensiamo?


  8. su Luglio 20, 2008 a 11:27 biancamara

    CalMa, l’ho sempre pensato che hai del talento.
    In effetti, questa è proprio la risposta che Jacques avrebbe potuto scrivere per Angelina. Almeno, è così che mi piaceva immaginarla.


  9. su Luglio 21, 2008 a 09:19 CalMa

    Angelina cara,
    che il frutto di quel subbuglio che alberga in noi, come dopo una mareggiata il bulicame di legna, alghe, carcasse, frammenti e cocci traccia una ragnatela sconquassata di storie il cui senso comune è un’ipotesi lontana, cui la distanza e la mente razionale prova a dare una qualche luce o quanto meno l’illusione di questa, questo procedimento di ricostruzione è impresa da tentare fino allo stremo, sempre.
    In fondo, come tu sostieni e come anch’io, passa la bellezza che è proprio nel passare, in questo vederla morire cristallo illusione tempo consapevolezza.
    Sicché incontrarsi per poi essersi perduti è soltanto un dettaglio, un ulteriore dolore.
    Da questo nulla, dove non ho mai smesso di parlarti, la bellezza, nel non essere mai stata, resta ipotesi eterna potenza in divenire come la calma che è nell’occhio del ciclone.

    Jacques


  10. su Luglio 21, 2008 a 14:09 biancamara

    Caro Jacques,
    parli ad un animo inquieto che spreca, la maggior parte del suo tempo, a scuotere un setaccio a maglie finissime, in cerca, fra tutta un’accozzaglia di dispiaceri e disincanti, del frammento dorato che le accenda – seppur per poco, un momento, un battito di ciglia – una piccola speranza verso il buono e il bello. Credo fermamente che non serva a nulla spiegarsi certe cose – e, con “certe cose”, lasciami l’illusione d’intendere certi moti di spirito, dolori o gioie, che sono propri della vita d’ognuno di noi-
    La “ricostruzione” è sempre un fallimento. La trasformazione, invece, è la conquista.
    Qualcosa si può reinventare in altra forma, e l’alchimia, talvolta, può anche portarci ciò che mai avremmo pensato conseguire. Ma “ricostruire” è un atto d’approssimazione. Significherebbe ricercare un assetto originale andato perso, svanito. Una mera copia d’indubbio gusto.
    E’ come la bellezza che passa. Che il bello è proprio vederla passare, e tramutarsi, prendere altre sfumature. Tenerla in vita nel suo stesso divenire altro. dalla bellezza, – quella che passa – altra bellezza, che diventa. Quell’eterna potenza di qualcosa che non è mai stato è sogno, come la calma, forse, nell’occhio del ciclone in cui nessuno ha mai osato avventurarsi.
    Per il resto, per quell’incontrarsi per poi essersi perduti, non credo sia un dettaglio di dolore. E’ il frammento dorato, semmai.
    Ed io la penso come il poeta:

    “Poi il resto viene sempre da sé
    i tuoi “Aiuto” saranno ancora salvati
    io mi dico è stato meglio lasciarci
    che non esserci mai incontrati.”

    Angelina

    PS di biancamara: che vuoi fare? tu mi ispiri con le tue lettere di Jacques. va a finire che, oltre Pauline, mi tocca aprire un’altra tag…


  11. su Luglio 21, 2008 a 18:29 aitan

    quanta bellezza (da aver paura d’aggiungere parole)!


  12. su Luglio 22, 2008 a 08:06 CalMa

    Angelina,
    io lo so che quello scarto ambiguo che misura la distanza che sembra dividerci è solo un’apparenza.
    Non esiste mutamento che prescinda da qualcosa che già prima non c’era, mutamento di zero.
    Dal nulla non si genera nulla.
    Ricostruire, (tu dici trasformare) è “nuovo in cui alberga il vecchio”, che sia questo un trave portante o un tritume di mattoni.
    Ricostruire è una reiterazione con l’aggiunta di senso, è intuire un disegno da tratti confusi e oscuri.
    Suggerisce una tradizione, per le spose, che portino con sé qualcosa di vecchio e qualcosa di nuovo.
    Le spose.
    La verginità.
    Anche questo – intendo questo dirci, queste parole – non è stato, è, sarà ancora incontro?

    Jacques


  13. su Luglio 22, 2008 a 12:02 biancamara

    :::Aitan, shhh, shhh…. (grazie, anche se non so a cosa ti riferisci, ché qua, ora, è tutto un fioccare di parole)

    Jacques, tenero inquieto Jacques,
    le tue sicurezze, quelle che ti fanno asserire che la distanza che sembra dividerci è solo un’apparenza, mi fanno, al contempo, sorridere, e tremare le vene dei polsi. Avremmo, dunque, tu ed io, un’assonanza di sentire che è talmente potente da relegarci in una comunione di spirito?
    Dovrei constatare, pertanto, che la nostra conoscenza sia andata oltre le parole, le abbia travalicate, per approdare ad un’essenza così intima da poterci dire, nostro malgrado, “vicini”?
    Dal nulla non si genera nulla? E cosa, allora?
    Ecco, vedi, così tu mi confondi.
    Io non ho certezze, non so cosa significhi una cosa che non muta. Penso, al contrario, che noi, e le cose tutte, continuamente – seppure in modo impercettibile – non facciamo altro che trasformare la nostra natura, il nostro modo di stare al mondo.
    Certo, capisco quando dici che è “nuovo in cui alberga il veccho”. Necessariamente ci portiamo appresso i detriti, legni tarlati, fotografie, mappe consunte e bussole arrugginite. Ma, in questo nostro continuo mutare, anche il resto, il nostro bagaglio, muta. I valori che assegnamo a tutto ciò che ci è servito sono parametri influenzati dai bisogni del momento.
    Forse, l’aggiunta di senso – come tu chiami la “ricostruzione” – è questo stare ancora qua, io e te, a raccontarci, ma non so bene il confine tra significante e significato, ciò che “é” in quanto tale e ciò che non vogliamo sia.
    Credo anche che, tutto sommato, non abbia molta importanza.
    E penso pure che questo mio dire sia una specie di delirio.
    ti abbraccio forte.

    Angelina



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