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[nec tecum nec sine te]

Parola di lumaca sul niente di una foglia? Non è la mia. Non ti fidare. Acido acetico in latta sigillata? Non ti fidare. E' roba adulterata. Un anello d'oro con dentro il sole? Bugie. Bugie e dolore. (Sylvia Plath)

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[U]n altro pezzo

Giugno 28, 2008 di biancamara

Era l’ultimo. Avrei dovuto scriverlo a chiare lettere. Un’incisione sul bronzo. Lasciare che le parole diventassero calco delle mani aperte nella duttile gettata di cemento. Lasciare che l’urlo diventasse voce delle cosce aperte. E che il tempo indurisse la crosta. Della pelle. Delle mani. Del sesso. Ne facesse un solco nelle rughe per la puntina del vinile.

[qual è il prezzo? si chiese la ragazza mentre sollevava la tenda, appena un poco, giusto quel tanto per osservare e restare comunque al di là di ogni cosa]

Era l’ultimo. Perché tutto finisce solo per ricominciare in altra forma, altri occhi, altri ventricoli da rabboccare come bicchieri ammezzati dalla sete, altre parole che sembrano appena scartate, ma invece sono così vecchie, mioddio, sentite e risentite fino ad un principio di nausea.

[qual è la scommessa? si chiese la ragazza frugandosi le tasche in cerca della posta da piazzare su quel cavallo azzoppato e drogato, come lei, come lei, che voleva solo vincere l’impossibile]

Ho tra le mani un setaccio a maglie molto strette. Le gambe immerse fino all’inguine in un’acqua che è gelo di schegge, che è lava di sangue che scorre. Raccolgo molte cose. Colleziono souvenir portati a me dalla corrente. Sono una diga. Qualcuno mi scava il fianco con l’indice. Gratta nei miei muri per procurarmi la frattura, con la timidezza di un bambino patetico, il moccio al naso, gli occhi stretti e dispettosi. Cosa pensa di fare con quell’unghietta da topo? Sono necessari colpi di picconi e martelli pneumatici, e respiro, per tramutarmi in muro frangibile. Non sono tufo. Sono granito. Ci vuole dinamite, altrimenti resisto. Sono lucida e temprata.

[qual è la mia pelle? si chiese la ragazza sorridendo mentre la sua schiena aderiva alla lastra d’acciaio del tavolo immersa in un buio di luci al neon troppo fredde e bianche]

Di me si dice che abbia buona mira. Che riconosca i nodi prima di passarci il pettine. Che sappia rilevarli ad occhio nudo, come il rabdomante un pozzo. Di solito li lascio stare. Osservo quel groviglio di vecchie suppurazioni, e vermi, e grotte. Non sono affari che mi riguardano. Mi limito a riflettere sul punto di frattura. So che lì, proprio in quel preciso incrocio, sopravvive il pulsare infetto del primo sangue. Di solito lascio stare. Non sono affari che mi riguardano. Ma se qualcuno si mette a scrostare con una ridicola unghietta da topo sui miei muri, ho un tocco rapido e preciso. Vado diritta al punto, proprio quello dove strilla ancora il sangue.

[qual era il motivo? si chiese la ragazza proprio nel momento in cui il filo di sutura le serrava le labbra asciutte e le sigillava. non ricordava, non ricordava più se fosse odio o il suo contrario, o qualcos’altro, qualcos’altro ancora]

Mi piace stare nelle terre di mezzo. Mi piacciono le rette di confine. C’è un territorio nella mappa sentimentale che non è amore, né il suo contrario. Non è neppure indifferenza. E’ quel luogo dove si sospende il passo, il piede a mezz’aria, le labbra ad un centimetro da altre labbra, e ancora non si sa se è bianco o nero. Dopo, la lingua, può essere veleno oppure lenimento.

[qual era il colore dei suoi occhi? si chiese la ragazza serrando i propri per non vedere, non vedere più quanti tranci uscivano fuori dal suo corpo macellato]

Sento l’unghietta che gratta. Sospendo il passo a mezz’aria, le labbra ad un centimetro dalle altre labbra. Sarò lametta se quell’unghia non la smette. Me ne sto in un cantuccio, io, di solito. Raramente mi metto a suonare i campanelli, assoldo detective, m’attacco ai telefoni. Io sto in un cantuccio. Orso o vipera, mi faccio i fatti miei.

[non si chiese più niente la ragazza. nel posto in cui si trovava, che era terra di confine, zona franca, nessuna domanda aveva senso d’essere. ci si poteva limitare al respiro, inspirare ed espirare lentamente, guardare il cielo, il mare, ove mai ci fosse stato e, se capitava d’addormentarsi, in quello strano posto che non era sonno, e non era veglia, tentare di sognare cose nuove]

[piece of my heart]

Pubblicato in esercizi illetterati | Contrassegnato da tag quasi/racconti | 2 Commenti

2 Risposte

  1. su Giugno 28, 2008 a 17:46 aitan

    piacciono anche a me le terre di mezzo (ma la cosa più bella è esserci guardando il cielo, senza pensare che c’è un aldiqua e un aldilà, oltre la retta di confine che prosegue trasversale)


  2. su Giugno 29, 2008 a 00:15 biancamara

    a me, invece, quello che attrae delle terre di mezzo è proprio lo stare “tra”e, dunque, l’indefinitezza tutto sommato, che è sempre cosa difficile. ma anche la contaminazione che si trova, è interessante, perché ciò che la terra di mezzo divide, in qualche modo, poi amalgama.



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