[C]‘era un sole

Quando mi sta in grembo, fa le fusa. Io, da due mesi a questa parte, mattina e sera gli ficco in bocca pillole e sciroppi che non serviranno a niente e nel frattempo gli dico cose. Spingo la compressa giù, con l’indice, in quel punto dove comincia la sua gola, cosicché gli risulti impossibile risputarla fuori. Talvolta succede ugualmente – che la sputi – e devo ricominciare d’accapo.
Non so se è la cosa giusta, gli dico.
Se ti stanchi, fammelo capire, gli dico.
Il pelo sull’addome non gli è ancora ricresciuto. Ci mette un sacco, mi hanno detto. Non so se per quando deciderà di andarsene avrà di nuovo, sulla pancia, quella pezzatura maculata che mi piaceva tanto.

A Maddalena, stamattina, stanno frugando nell’addome. E io, da due mesi a questa parte, penso alla strana corrispondenza del male. Come stai?, mi chiedono. Sto triste, rispondo, ma mi impegno a fare finta che no.

E’ per questo che la mattina di natale, mentre eravamo in cucina a tritare cipolle, a rosolare carne e a stendere pasta, ti ho detto dai, che ce ne frega, molliamo tutto qui e andiamo al mare. C’era un sole, un sole che a spiegarlo non ci stanno le parole. Schiaffato al centro di un cielo lustro e dicembrino, mi urlava una specie di comando. La terrazza Mascagni era deserta, così pure Viale Italia. Una roba che da quando vivo qui non mi è mai capitato di vedere. Siamo scesi a ridosso degli scogli, il mare pattinava sghembo per via di un leggero vento di nord-est. Ho scartocciato il nostro pranzo natalizio, due mini-quiche avanzate di vigilia, e tu hai stappato il vino. Un cormorano è planato sull’acqua vicinissimo, abbiamo osservato il suo collo lungo andare sotto e ritornare in superficie più e più volte. Un gruppetto di beccacce di mare razzolavano tra le rocce di fronte a noi in cerca di piccoli crostacei sconosciuti.

Poi sono arrivati i passeri. Ho diviso con loro il mio cibo, qualcuno ha anche azzardato una vicinanza scapestrata. Tu, nel frattempo, mi parlavi di densità, di masse specifiche, di interazione fra molecole e campi gravitazionali. Hai battuto la mano sui gradini di cemento della scaletta sulla quale ce ne stavamo seduti per saggiare una durezza di materia. Sì, ti dicevo, capisco, ma cosa c’è dentro lo spazio vuoto?

La maggior parte di ciò che ci circonda è spazio vuoto.

 

[C]ercavo in te, la comprensione che non so

Mi racconta dell’ape regina entrata in casa, e che hanno dovuto chiamare un vicino in aiuto per risucchiarla con l’aspirapolvere. C’è un parco, sotto casa, è arrivata da lì.
Credevo che le api regine fossero prigioniere, fino alla morte, nella propria cella, ma non ne so abbastanza per poter confutare la natura dell’insetto che hanno aspirato. L’ho solo immaginato vorticare nel tubo flessibile, venire inghiottito dal mucchio di lanugine, acari e polvere del sacchetto di ricambio, e arrivederci e grazie.
Poi mi ha detto di Giulio.
E la sera si è fatta più buia.

[vorticava nel vento, quella tenda alla finestra. era bianca, al contrario del cielo e dei tuoni, della compatta nuvolaglia che veniva dritta verso di noi. sullo scaffale c'era una cartelletta e, sulla cartelletta, le iniziali del mio nome. mi sembrava giusto che fossero soltanto due consonanti puntate. rappresentavano perfettamente ciò che ero. la scatola coi kleenex era appoggiata sulla scrivania. gli dissi, ridendo tra le lacrime, che avrei dovuto pagare un extra per il consumo compulsivo.]

Successe così anche con L. Che lo seppi molto dopo, intendo. E, pressappoco, nello stesso periodo. Lo scarto peggiora l’evidenza, il cerchio si chiude, e il buio si fa più buio. L’ape regina viene risucchiata nella polvere, e arrivederci e grazie.

[ciao, G.]

[C]ome una cicala

Il pensiero ottimista è stolido, ma ha una resa. C’è una certa differenza a dire Non c’è male o Benino. Nella prima affermazione, mia amatissima, assistiamo all’incaglio di una negazione iniziale e culliamo in qualche modo la parola brutta (Male, lo è), mentre quel Benino, seppur piccolo e striminzito, assolve al compito di farsi varco, dispiegarsi generoso.

Pure Settembre a suo modo lo è. Un insieme di giorni che racchiude una bontà – il limine, quello che ci avanza da un pensiero scolastico e infantile – e più che a una fine si assiste a un cominciamento.
Le cicale, per dire, ancora cantano. Non ce l’hanno, loro, il sentimento del finire – del frinire, piuttosto, e scusa la sconcezza di questa battuta facile, ma c’è un vapore nell’aria e io l’accolgo -
Se ne infischiano dell’inverno che non hanno mai vissuto, le cicale.
Non lo conoscono. Per loro non esiste. E’ per questo che muoiono cantando.

[September song]