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[D]ella lingua, il fuoco

Era la stessa aria e forse lo stesso freddo e nelle mani, le sue, c’era una cura che era d’ascolto. Gli occhi infissi negli occhi, in una mutezza dolce.
La rivedo sul muro, adesso, quell’espressione di tenera alterigia, ed è lontana, come sempre sono lontani i morti.
Sei un vulcano, mi diceva.
Facevo finta di crederci. Sorridevo quel mio sorriso d’occasione, quello con il quale nascondo tutto il resto che trapela. Ed anche allora c’era qualcosa che filtrava, come uno spiffero sotto una porta difettosa, aria fredda che si mescola al calore e lo contamina. Era un innocuo gioco, una lotta tra due cuccioli di gatto, quel tendere e lasciare, una danza.

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Faith si stava attorcigliando una ciocca di capelli attorno all’indice quando si ricordò di quella volta che era caduta nel fossato.
Non pensò che vi fosse un collegamento tra il lento movimento rotatorio che imprimeva al ciuffo di capelli e quell’immagine buffa e disperata di lei, acquattata nel fango, intirizzita e triste.
Sfilò il dito dai capelli e quelli si richiusero in un boccolo un po’ osceno, che si adagiò molle tra l’incavo della clavicola e il collo leggermente inclinato verso la sua spalla destra. Conservava quella sciocca postura dell’infanzia mentr’era intenta ad osservare qualcosa che vedeva solo lei. Il fosso, adesso. Ed il suo corpo rincantucciato in mezzo al fango.

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